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Russia, l'artista femminista Tsvetkova in esilio: "Le autorità hanno davvero paura degli Lgbt"

Accusata di "pornografia" e "propaganda gay", rischiava sei anni di carcere per i suoi disegni sulla "body positivity" che rappresentavano anche la vagina. Dopo l'assoluzione al termine di tre anni di calvario giudiziario, è stata costretta a lasciare il Paese. Ma non si sente una vincitrice: "Questi processi non dovrebbero accadere"
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MOSCA - Per tre anni l'artista femminista trentenne Julija Tsvetkova non ha fatto altro che aspettarsi il peggio. In un Paese, la Russia, dove meno di un imputato su 100 viene assolto dal sistema giudiziario, il suo destino sembrava segnato: messa agli arresti domiciliari, poi in "limitazione della libertà", con l'accusa di aver disseminato "pornografia" e "propaganda gay", e perdipiù etichettata come "agente straniero", rischiava sei anni di carcere. Il corpo del reato: la pubblicazione di disegni che rappresentavano nudi femminili, compreso l'organo genitale, su una pagina social chiamata "I monologhi della vagina" in onore di Eve Ensler.

Copyright Yulia Tsvetkova 
Eppure, anche dopo l'inaspettata assoluzione e liberazione, il 15 luglio in primo grado e il 22 novembre in appello, Tsvetkova non si sente una vinc…

MOSCA - Per tre anni l'artista femminista trentenne Julija Tsvetkova non ha fatto altro che aspettarsi il peggio. In un Paese, la Russia, dove meno di un imputato su 100 viene assolto dal sistema giudiziario, il suo destino sembrava segnato: messa agli arresti domiciliari, poi in "limitazione della libertà", con l'accusa di aver disseminato "pornografia" e "propaganda gay", e perdipiù etichettata come "agente straniero", rischiava sei anni di carcere. Il corpo del reato: la pubblicazione di disegni che rappresentavano nudi femminili, compreso l'organo genitale, su una pagina social chiamata "I monologhi della vagina" in onore di Eve Ensler.

Copyright Yulia Tsvetkova 
Eppure, anche dopo l'inaspettata assoluzione e liberazione, il 15 luglio in primo grado e il 22 novembre in appello, Tsvetkova non si sente una vincitrice, ma una sopravvissuta. "Non posso sentirmi trionfante quando tre anni della mia vita sono finiti nello scarico anche se non ero colpevole. Questo processo non sarebbe dovuto accadere e non c'è niente che mi ridarà indietro tre anni della mia vita", ha scritto tempo fa su Meduza (sito web in lingua russa con base a Riga) al termine di 36 mesi di domiciliari, intimidazioni, perquisizioni illegali, estenuanti interrogatori e censure.

Il processo, spiega, le ha fatto terra bruciata attorno. "Dei miei amici e colleghi della mia vita passata, non è rimasto nessuno. Per varie ragioni. Situazioni come la mia distruggono tutto. La gente semplicemente ti abbandona". Non solo. Tutti i suoi disegni sono stati confiscati e distrutti. "Non so quando sarò in grado di disegnare di nuovo".

Il femminismo, l'attivismo Lgbt e l'esilio

Due mesi fa Tsvetkova non ha avuto neppure il tempo di festeggiare il verdetto che ha segnato la fine del suo incubo giudiziario. È fuggita in fretta e furia in Lituania insieme alla madre Anna Khodyreva. Pochi giorni dopo, il 5 dicembre, il presidente Vladimir Putin avrebbe siglato la nuova legge che vieta la "propaganda Lgbt" non solo tra i minori, ma anche tra gli adulti. Le autorità avrebbero trovato il pretesto per muovere nuove accuse.

"Gay e lesbiche spaventano davvero le autorità. C'è una sincera paura di tutto ciò che non capiscono, tutto ciò che è libero", dice. Tsvetkova del resto è sempre stata troppo audace, troppo fuori le righe, per la cittadina militare industriale da 200mila abitanti di Komsomolsk sull'Amur, nell'Estremo Oriente Russo. Non solo era un'artista e dunque libera, ma negli ultimi anni aveva deciso di usare la sua arte per promuovere i diritti delle donne e delle persone Lgbt.

Finché non ha destato l'attenzione di un noto omofobo, Timur Bulatov, soprannominato il "cacciatore di traditori", perché studia i social network alla ricerca di "nemici del popolo" da segnalare alle autorià. A finire nel mirino di Bulatov è stata l'opera teatrale per bambini "I blu e i rosa" che Tsvetkova aveva messo in scena con la sua compagnia Merak con l'obiettivo di cercare di scardinare gli stereotipi di genere su uomini e donne.

Nel febbraio 2019 è arrivata la prima denuncia: Tsvetkova è stata costretta a sciogliere la compagnia. Il mese dopo è stata interrogata per i suoi disegni pubblicati sui social media accompagnati dagli slogan "Le vere donne hanno i capelli grigi ed è normale", "Le vere donne hanno il ciclo ed è normale", "Le vere donne hanno la pelle imperfetta ed è normale". Ma la polizia non è riuscita a provare che le immagini fossero pornografiche. Fino al dicembre 2019 quando l'hanno messa agli arresti domiciliari per "propaganda gay".

E quando quattro mesi dopo l'hanno sollevata dai domiciliari, le hanno imposto varie "limitazioni della libertà", tra cui il veto di lasciare la città. Non mi hanno impedito soltanto di viaggiare, dice lei, ma anche di "pensare chiaramente, lavorare, prendersi cura di sé e della madre". È stato l'inizio di un calvario giudiziario, intrusioni nel suo appartamento, perquisizioni anonime, minacce di morte. "La polizia cerca letteralmente di farti impazzire. Non ha limiti. Ed è quello che mi spaventa di più".

Copyright Yulia Tsvetkova 
Non è mancata la solidarietà. L'organizzazione premio Nobel per la pace Memorial l'ha dichiarata "detenuta politica", Amnesty International "prigioniera di coscienza" e il Museo Stedelijk di Amsterdam ha acquistato i suoi lavori. Il sito web Mediazona per i diritti dei detenuti politici russi fondato dalle Pussy Riot Nadja Tolokonnikova e Masha Aljokhina ha seguito il processo. Un caso "assurdo - ha scritto - durante il quale era stato chiesto a esperti di paragonare le immagini della vulva a scene di Sex and the City".

Ma Tsvetkova insiste: "In Russia siamo oramai abituati alla crudeltà dei tribunali. Siamo abituati al fatto che la condizionale è la migliore speranza se vieni incriminata. Nella nostra realtà, la condizionale è la nuova assoluzione. Stiamo perdendo di vista che nessuno di questi processi sarebbe mai dovuto accadere. Per quanto voglia, non riesco a sentirmi vincente. Non ci riesco".