Narcos, processo negli Usa allo schivo funzionario Gennaro che "creò" El Chapo
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoIl suo nome non dice nulla. Perché il grande pubblico non lo conosce e perché la discrezione è stata la sua arma vincente: quella che gli ha consentito di risalire, nell’ombra, tutti i gradini del potere e ottenere la poltrona di capo dell’Agenzia investigativa federale all’inizio della guerra contro i Cartelli messicani (2002). Gennaro García Luna, 54 anni, è il classico piccolo funzionario educato, puntuale, disponibile, quasi servile, che nel giro di un decennio si è però trasformato nel braccio destro dei presidenti che si susseguono nel paese.
La sua storia adesso scorre come un film a ritroso nella stessa aula di giustizia di Brooklyn, distretto orientale di New York, che ha processato e condannato all’ergastolo Joaquín “Chapo” Guzmán. Luna deve rispondere di tre capi di imputazione per traffico di cocaina, uno per criminalità organizzata, uno per false dichiarazioni. Risch…
Il suo nome non dice nulla. Perché il grande pubblico non lo conosce e perché la discrezione è stata la sua arma vincente: quella che gli ha consentito di risalire, nell’ombra, tutti i gradini del potere e ottenere la poltrona di capo dell’Agenzia investigativa federale all’inizio della guerra contro i Cartelli messicani (2002). Gennaro García Luna, 54 anni, è il classico piccolo funzionario educato, puntuale, disponibile, quasi servile, che nel giro di un decennio si è però trasformato nel braccio destro dei presidenti che si susseguono nel paese.
La sua storia adesso scorre come un film a ritroso nella stessa aula di giustizia di Brooklyn, distretto orientale di New York, che ha processato e condannato all’ergastolo Joaquín “Chapo” Guzmán. Luna deve rispondere di tre capi di imputazione per traffico di cocaina, uno per criminalità organizzata, uno per false dichiarazioni. Rischia fino a 10 anni di carcere. Ne ha già scontati tre, dopo essere stato arrestato in Messico e poi estradato negli Usa.
L’uomo venuto dal nulla e diventato regista della guerra al traffico di droga emerge con Vincente Fox, è un fidato consigliere di Felipe Calderón, apprezzato e ascoltato da Enrique Peña Nieto. Tre presidenti. Supera ogni ostacolo, si libera dei suoi capi tra ricatti, notizie fatte filtrare ad arte, trappole che tende lungo la sua inarrestabile ascesa e ottiene la carica di segretario alla Sicurezza, l’equivalente di ministro dell’Interno. Fa tutto questo non solo per soddisfare la sua sfrenata ambizione di carriera. Ha fame di un potere che significa soldi e influenza. Ne acquista talmente tanto da riuscire a gestire la guerra contro i narcos ingaggiata con una dichiarazione roboante dal presidente Calderón, ma di fatto favorendo l’ascesa di Joaquín “Chapo” Guzmán, oggi dietro alle sbarre.
Se quell’umile contadino figlio di mezzadri è riuscito a conquistare il Messico e poi mezzo mondo lo deve proprio a Luna. Due menti astute, legate dai rispettivi interessi: fare una montagna di soldi con la coca, coltivare il sogno di diventare persino il presidente del grande paese nordamericano. Fu l’allora capo dell’Afi e poi segretario alla Sicurezza a scegliere uno dei boss emergenti di quello che sarebbe diventato il Cartello di Sinaloa per placare il conflitto tra le diverse bande di narcos attive in Messico. Meglio puntare su un solo uomo, e il suo gruppo, piuttosto che fare i conti con tanti nemici che rendevano il paese un inferno e mettevano in allarme la Dea. I conflitti danneggiano gli affari e creano problemi con i vicini di casa.
La scelta è studiata con cura. Avviene in uno dei tanti incontri dello staff di Calderón ormai lanciato nella sua sfida ai Cartelli. Luna, ancora dietro le quinte, suggerisce il nome del Chapo. Sorprende e irrita chi è al comando che si sente scavalcato ma la sua mossa risulterà vincente e gli farà acquistare meriti e nuovo potere. Favorirà lui stesso il suo sodale sbaragliando il resto dei concorrenti segnalando dove e quando agire. Gli spiana la strada. Nella seconda puntata di quello che viene considerato il processo del secolo (la prima è stata con il Chapo), l’intera storia è stata rievocata da un testimone d’eccezione (ne sono previsti altri 70): si chiama Sergio Villareal Barragán, detto El Grande per la sua stazza che supera i due metri. Anche lui era un poliziotto. Per dieci anni ha fatto parte delle forze di sicurezza. Poi, come molti, è passato con i narcotrafficanti e si è messo al servizio del Cartello di Juaréz. Nel 2001 passa con i nemici di Sinaloa, pochi mesi dopo la nomina di Gennaro Luna a direttore dell’Afi. Conosceva le forze dell’ordine e aveva la fiducia dei suoi nuovi compari. In questa doppia veste partecipa alle riunioni che Luna avrebbe tenuto con i vari gruppi poi confluiti tutti sotto la guida del Chapo. Vede e spesso porta lui stesso le mazzette che incassava l’alto funzionario governativo. Ai giudici, davanti a una lavagna trasformata in mappa, indica date, nomi, luoghi.
Ovviamente si tratta della sua parola contro quella di un ex altissimo dirigente della sicurezza messicana che si professa innocente. Ma il suo racconto ha rafforzato l’accusa del pubblico ministero che nella sua introduzione ha definito Luna “membro del Cartello di Sinaloa, un uomo messo sul loro libro paga, nonostante si sia presentato come un eroe”. Descritto in modo efficace nella serie El Chapo su Netflix, Gennaro Luna avrebbe incassato in quindici anni un milione di dollari al mese. Miliardi che gli hanno consentito, tra l’altro, di acquistare una splendida villa a Miami dove ogni tanto si rifugiava mentre si prendeva una laurea in Giurisprudenza.
Sarebbe stato sempre lui, nel suo ruolo di regista occulto, a far stringere un accordo tra governo e Cartelli per spartirsi in pace la torta del grande business della coca da esportare negli Usa. Ma soprattutto sarebbe lui l’artefice dell’arresto del Chapo, della sua successiva fuga, del suo secondo arresto e quindi dell’estradizione immediata, senza passare dalla giustizia messicana, negli Usa. La Dea, che avrebbe dato il suo assenso per motivi di opportunità, era stanca di questo boss ribelle che continuava a uccidere i nemici come fossero birilli. Il traffico di droga lungo il confine era imponente, l’America era allarmata dall’arrivo del fentanyl che fa strage tra i tossici.
Il Chapo, prigioniero del suo ego, commise un errore: decise di espandersi sui mercati asiatici. La nartcotici americana non glielo perdonò e decise di farla finita con questo ex contadino arrogante. Luna eseguì l’ordine e scatenò tutto l’apparato di sicurezza per arrestare di nuovo il suo sodale. Agì con scaltrezza e riuscì anche ad assestare questo ultimo colpo.
Gennaro Luna ha condotto una vita sul ciglio di un burrone che lo ha inghiottito e dal quale adesso cerca di uscire. Per non finire, come il suo burattino, per anni dietro le sbarre.