Fauda, quando una serie tv aiuta a capire il conflitto israelo-palestinese
di Marco ContiniAlcuni milioni di spettatori, la battaglia furibonda che si è consumata ieri a Jenin l’avevano già vista. Non ai telegiornali, ma su Netflix. Da una settimana, infatti, sulla piattaforma regina dello streaming è arrivata la quarta stagione di Fauda, la serie israeliana che racconta le azioni di un’unità d’élite dello Shin Bet (l’intelligence militare) che opera sotto copertura in Cisgiordania e a Gaza. Ebbene, in questa quarta stagione il centro dell’azione è proprio Jenin. Non solo: una delle scene più violente, nel suo crudo realismo, è un conflitto a fuoco tra forze di sicurezza israeliane e combattenti palestinesi simile in tutto e per tutto a quella avvenuta ieri mattina. Coincide perfino il plot: un blitz israeliano a caccia di una cellula estremista palestinese che stava preparando un attentato.
La “profezia” non è sorprendente: le cronache degli ultimi sei mesi segnalano una costante escalation di scontri violenti in Cisgiordania, e a Jenin in particolare. Che prima o dopo tut…
Alcuni milioni di spettatori, la battaglia furibonda che si è consumata ieri a Jenin l’avevano già vista. Non ai telegiornali, ma su Netflix. Da una settimana, infatti, sulla piattaforma regina dello streaming è arrivata la quarta stagione di Fauda, la serie israeliana che racconta le azioni di un’unità d’élite dello Shin Bet (l’intelligence militare) che opera sotto copertura in Cisgiordania e a Gaza. Ebbene, in questa quarta stagione il centro dell’azione è proprio Jenin. Non solo: una delle scene più violente, nel suo crudo realismo, è un conflitto a fuoco tra forze di sicurezza israeliane e combattenti palestinesi simile in tutto e per tutto a quella avvenuta ieri mattina. Coincide perfino il plot: un blitz israeliano a caccia di una cellula estremista palestinese che stava preparando un attentato.
La “profezia” non è sorprendente: le cronache degli ultimi sei mesi segnalano una costante escalation di scontri violenti in Cisgiordania, e a Jenin in particolare. Che prima o dopo tutto questo avrebbe condotto a una battaglia su più vasta scala era prevedibile.
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Quel che colpisce, di una serie che deve il suo successo internazionale – più ancora nel mondo arabo che in Israele – alla capacità di mostrare gli abissi di una spirale di violenza in cui tutti i protagonisti sono contemporaneamente vittime e carnefici, è quanto un prodotto di fiction possa aiutare a capire luoghi e dinamiche. Intendiamoci: Fauda non è, né ha la pretesa di essere, super partes; è e resta il prodotto culturale di una parte. Ma, e qui sta il suo pregio, ha fatto dell’iper-realismo la sua cifra. Perché le frange palestinesi più irriducibili siano basate a Jenin più che altrove, perché le unità israeliane diano loro una caccia senza quartiere, perché di mezzo ci finiscano anche civili innocenti, quali logiche guidino le azioni militari, e soprattutto quale sia il ruolo ormai preponderante della tecnologia e degli apparati di controllo, sono tutte cose che vista la serie si capiscono un po’ meglio.
E si capiscono meglio anche alcuni fenomeni emergenti di un conflitto che, se da un lato può apparire sempre uguale a sé stesso, in realtà evolve assieme alle società che lo combattono. È il valore aggiunto che forniscono alcuni personaggi, come quello nuovo apparso quest’anno: Maya: palestinese con cittadinanza israeliana, madrelingua araba ma che parla un ebraico impeccabile, è un’agente di polizia. E puntata dopo puntata, si troverà dilaniata dalla sua identità multipla, costretta a rimodellare il puzzle delle sue appartenenze, e quindi guardata con sospetto da una parte e dall’altra. Maya è il simbolo di un soggetto politico e umano, i cittadini arabi di Israele, che sempre di più è considerato la cartina di tornasole della tenuta del patto di cittadinanza israeliano. A interpretarla, è non è un dettaglio, è Lucy Ayoub, attrice e poetessa nata da matrimonio misto, che di sé ha scritto: “Alcuni di voi diranno che sia figlia di un arabo e allo stesso tempo ad occhi di altri sarò la figlia di un’ebrea. Quindi non ditemi che non posso essere tutte e due le cose”.