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Sud Sudan, a Roma il tavolo di Sant'Egidio per chiudere la guerra civile

(afp)
Papa Francesco la prossima settimana nel paese lacerato dagli scontri etnici fin dall'indipendenza nel 2011. La "Rome initiative" punta a includere i gruppi armati rimasti fuori dalla firma di un accordo dell'instabile governo di unità nazionale nel 2018
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CITTA' DEL VATICANO - In uno dei paesi più poveri al mondo, nonostante sia tra i più ricchi per risorse naturali, due guerre civili hanno causato negli anni passati, su una popolazione di 12 milioni di persone, 400mila morti, due milioni e mezzo di rifugiati nei paesi limitrofi e due milioni di sfollati interni. Nato nel 2011, il Sud Sudan, dove Papa Francesco si reca in viaggio la prossima settimana (3-5 febbraio), fatica a diventare uno Stato. Per uscire dalla spirale di violenza, la Comunità di Sant’Egidio ha aperto un tavolo negoziale a Roma, la “Rome Initiative”, che, pur tra difficoltà, punta alla riconciliazione passando dall’inclusione dei principali attori sociali.

“E’ necessario aumentare l’inclusività del processo politico, ridurre la violenza e costruire un paese non più diviso etnicamente”, spiega Paolo Impagliazzo.

Per comprendere il senso dell’iniziativa bisogna riperco…

CITTA' DEL VATICANO - In uno dei paesi più poveri al mondo, nonostante sia tra i più ricchi per risorse naturali, due guerre civili hanno causato negli anni passati, su una popolazione di 12 milioni di persone, 400mila morti, due milioni e mezzo di rifugiati nei paesi limitrofi e due milioni di sfollati interni. Nato nel 2011, il Sud Sudan, dove Papa Francesco si reca in viaggio la prossima settimana (3-5 febbraio), fatica a diventare uno Stato. Per uscire dalla spirale di violenza, la Comunità di Sant’Egidio ha aperto un tavolo negoziale a Roma, la “Rome Initiative”, che, pur tra difficoltà, punta alla riconciliazione passando dall’inclusione dei principali attori sociali.

“E’ necessario aumentare l’inclusività del processo politico, ridurre la violenza e costruire un paese non più diviso etnicamente”, spiega Paolo Impagliazzo.

Per comprendere il senso dell’iniziativa bisogna ripercorrere i diversi passaggi della storia del paese. Una nazione indipendente dal 9 luglio 2011, quando, con un referendum, i sudsudanesi hanno scelto di staccarsi dal Sudan.

L'etnicizzazione del conflitto

Il Sudan, paese a maggioranza musulmana, è terra di missione da metà dell'800, e la parte meridionale del paese, in particolare, è sempre stata terreno fertile per le missioni. I comboniani, tra gli altri, vi hanno svolto un ruolo determinante. Nel 1964 tutti i missionari europei, cattolici e non solo, furono espulsi per cinque anni. La popolazione del Sud Sudan, oggi, è al 60% cristiana. Circa 700 religiosi tengono in piedi molte scuole e ospedali.

La Comunità di Sant’Egidio è presente nel paese già dal 1994, ben prima dell’indipendenza del Sud. Quell’anno il “padre della patria”, John Garang, visitò la comunità con base a Trastevere. L’obiettivo di Sant’Egidio è stato sin dall’inizio di carattere politico: contribuire a far portare il paese fuori dalle secche della violenza. All’epoca all’interno del movimento per la liberazione nazionale vi era stata una spaccatura tra Garang e Riek Machar, oggi vicepresidente, e la comunità promesse la riconciliazione tra le parti in lotta.

Nel 2005 viene firmato un accordo di pace, il “Comprehensive Peace Agreement”, che stabilisce un calendario di sei anni per arrivare al referendum sull’indipendenza. Sant’Egidio era a Giuba il giorno della dichiarazione di indipendenza, il 9 luglio 2011. Nel frattempo, però, si è verificata una “etnicizzazione del conflitto”, spiega Impagliazzo. Poco dopo la firma dell’accordo John Garang muore in un incidente di elicottero: era una figura di coesione, con la sua scomparsa gli scontri tra etnie e clan non hanno freno.

Le due guerre civili

Principali protagonisti di questi scontri sono Salva Kiir, attuale presidente, e Riek Machar, attuale vicepresidente: attorno al primo si coalizzano le tribù Dinka, maggioranza nel paese, attorno al secondo le tribù Nuer ed altri gruppi minoritari. Si tratta in entrambe i casi di popolazioni legate alla pastorizia, società tradizionali, i contrasti sono riconducibili, alla fine, a niente altro che il controllo delle risorse.

Nel 2013 scoppia una prima prima guerra civile, nel 2015 Kiir e Machar firmano un accordo, ma già nel 2016 scoppia un secondo conflitto. Questa volta, in particolare, a Giuba i Nuer vengono attaccati casa per casa: non è pulizia etnica ma comunque una strage. Nel 2018 viene firmato un nuovo accordo, che prevede tre anni di transizione per arrivare alle elezioni (in teoria, febbraio 2023): l’accordo è però implementato molto lentamente – nel paese c’è corruzione, la presenza di profughi e sfollati rende tutto più complicato – e ad agosto scorso i due leader si sono messi d’accordo per prolungare la transizione di due anni: finirà a febbraio 2025 dopo le elezioni che si dovrebbero tenere a dicembre 2024.

La "Rome Initiative"

E’ qui che si inserisce la Comunità di Sant’Egidio, che nel corso dei lunghi anni ha stretto rapporti con tutti i protagonisti della vita pubblica sudsudanese. Tra gli altri, “i movimento politico-militari che non hanno voluto firmare l’accordo del 2017 tra Kiir e Machar”, spiega Impagliazzo. Nel paese, infatti, ci sono una miriade di altri gruppi, oltre a dinka e nuer. C’è innanzitutto il National Salvation Front di Thomas Cirillo, che rappresenta gli equatoriani, per lo più contadini mediamente istruiti e con una lunga consuetudine con i misisonari; c’è Pagan Amum, il politico sudsudanese che ha mediato l’accordo del 2005 con il Sudan, e rappresenta gli shilluk tribù che vivono nel nord del paese; e c’è Paul Malong, dinka, personalità controversa, ex capo di stato maggiore, militare di lunga esperienza, accusato dalle Nazioni Unite di aver commesso i crimini durante la guerra civile del 2016, sanzionato dalle Nazioni Unite.

“Nel 2019 abbiamo proposto al presidente Salva Kiir un tavolo di dialogo con tutti questi gruppi, e così è nata la Rome Initiative”, spiega Paolo Impagliazzo. L’obiettivo è facilitare il dialogo politico fra il governo di unità nazionale e tutti i gruppi che non hanno firmato o aderito all’accordo di pace nel 2018. Perché “quell’accordo determinava il power sharing tra i due principali avversari ma non prevede un sistema che possa portare alla formazione di uno Stato inclusivo. L’iniziativa è complementare rispetto all’accordo di pace del 2018 perché mira a renderlo il più inclusivo possibile, portando dentro quelli che non hanno firmato, riducendo la violenza e facilitando il dialogo politico. Noi vogliamo spostare il confronto dal piano militare a quello politico”.

Nel corso degli anni sono stati già firmati diversi documenti vincolanti per le parti: è prevista, ad esempio, la creazione di un esercito che includa tutte le parti del Sud Sudan, o quella di servizi di sicurezza che non siano diretta emanazione del presidente ma riflettano la composizione multietnica del paese. Documenti che, spiega Impagliazzo, “aumentano l’inclusione ed evitano future manipolazioni, prevenendo ad esempio l’utilizzo dell’esercito e degli apparati di sicurezza a favore del capo di Stato di quel momento o del gruppo numericamente dominante”. Il primo incontro è stato a gennaio 2020, poi, l’iniziativa è ripresa dopo la pausa obbligata della pandemia, e l’ultimo incontro si è svolto a Trastevere a giugno scorso.

La mossa del Papa

La “Rome initiative” incontra resistenze. “La partecipazione del governo è stata altalenante”, spiega Impagliazzo: “In passato ha sospeso per cinque mesi l’iniziativa accusando l’opposizione in occasione dell’uccisione di due suore nell’agosto del 2021 in un agguato per il quale il governo ha accusato i ribelli Nas e di nuovo a novembre scorso, quando ha accusato l’opposizione di cercare solo il confronto armato. In questo momento l’iniziativa è sospesa”. La visita del Papa può riportare il governo al tavolo? “Lo speriamo”, risponde Impagliazzo.

Di certo Francesco si è impegnato da tempo per il Sud Sudan. Ad aprile del 2019, insieme all’arcivescovo di Canterbury e al moderatore della Chiesa scozzese ha ospitato a Roma un “ritiro spirituale” al quale hanno partecipato sia Salva Kiir che Riek Machar. In quell’occasione, Bergoglio a sorpresa si inginocchiò ai loro piedi per implorare la pace: “E’ stato non solo un gesto profetico ma politico”, spiega Impagliazzo: “Ha detto loro: andate avanti nella riconciliazione”. Ora Francesco va in Sud Sudan insieme a Justin Welby e Jim Wallace: tre leader di diverse confessioni che, insieme, vogliono dare al paese africano a maggioranza cristiana che la collaborazione è possibile. E passa da Roma.