Meloni a Tripoli firma l’intesa sul gas. E da Roma altre motovedette ai libici
di Emanuele Lauria , di Emanuele LauriaROMA - Per Giorgia Meloni è un'altra pagina del suo "piano Mattei". Dopo essere stata ad Algeri (e forse in vista di una successiva tappa a Tunisi), la premier vola in Libia, vede il primo ministro Abdul Hamid Dbeibah e il capo del Consiglio presidenziale Mohamed Yunis Al Menfi, portando a casa due accordi: il primo, definito "storico", da 8 miliardi di dollari per aumentare la produzione di gas proveniente dalla Libia; l'altro sul "potenziamento" della cooperazione con Tripoli per la gestione dei flussi migratori. La missione si chiude con la soddisfazione dei leader dei due Paesi ma lascia sul campo anche una scia di dubbi e polemiche.
L'intesa sul gas, siglata dagli amministratori delegati di Eni, Claudio Descalzi, e della National oil corporation (Noc), Farhat Bengdara, prevede l'investimento per la produzione di gas in due giacimenti, a partire dal 2026: "Un passaggio storico nella lunga e proficua collaborazione tra Ital…
ROMA - Per Giorgia Meloni è un'altra pagina del suo "piano Mattei". Dopo essere stata ad Algeri (e forse in vista di una successiva tappa a Tunisi), la premier vola in Libia, vede il primo ministro Abdul Hamid Dbeibah e il capo del Consiglio presidenziale Mohamed Yunis Al Menfi, portando a casa due accordi: il primo, definito "storico", da 8 miliardi di dollari per aumentare la produzione di gas proveniente dalla Libia; l'altro sul "potenziamento" della cooperazione con Tripoli per la gestione dei flussi migratori. La missione si chiude con la soddisfazione dei leader dei due Paesi ma lascia sul campo anche una scia di dubbi e polemiche.
L'intesa sul gas, siglata dagli amministratori delegati di Eni, Claudio Descalzi, e della National oil corporation (Noc), Farhat Bengdara, prevede l'investimento per la produzione di gas in due giacimenti, a partire dal 2026: "Un passaggio storico nella lunga e proficua collaborazione tra Italia e Libia", dice Meloni, che rilancia la sua idea di fare dell'Italia "un hub di approvvigionamento energetico per l'intera Europa". Da verificare, già nel prossimo consiglio europeo del 10 febbraio, quanto lo sviluppo di un rapporto bilaterale sull'energia potrà pesare sulla capacità di convincere Bruxelles a investire le proprie risorse sulla stabilità del Paese, in modo da frenare i flussi migratori. La premier reclama un cambio di approccio complessivo in materia, "per aiutare i Paesi africani a crescere e diventare più ricchi. Il tema - insiste - deve riguardare l'Ue nel suo complesso".
Sull'immigrazione, l'intesa raggiunta a Tripoli prevede la "cooperazione con l'autorità libica in relazione alla guardia costiera". E nella pratica si traduce in un memorandum, firmato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che prevede la consegna di cinque motovedette. È un atto che, in Italia, suscita la protesta della sinistra di Avs: "Questo è un patto vergognoso perché diamo cinque mezzi a chi si è reso responsabile di torture e stupri ai danni dei migranti", protesta Angelo Bonelli. Nel Pd la candidata alla segreteria Elly Schlein parla di scelta scellerata "perché la guardia costiera libica viola i diritti fondamentali". Ma il problema, secondo la responsabile Esteri Lia Quartapelle, è che "subordinare una vera politica per la stabilità della Libia alla questione immigrazione è un grave errore di prospettiva". "Ridurre tutto a un tentativo di contenimento costiero appare riduttivo", afferma il collega Enrico Borghi. Di certo, Meloni nei suoi colloqui ha spronato gli interlocutori istituzionali a fare di più per limitare i flussi: "Apprezzo gli sforzi - avrebbe detto - ma le partenze ultimamente sono aumentate. Bisogna trovare soluzioni più efficaci e risultati verificabili".
Fra migranti ed energia, la scommessa è alta, in un Paese instabile. L'Eni si rafforza come primo operatore in Libia, e ciò basta al presidente della Noc, Bengdara, per affermare che "il settore petrolifero in Libia è privo di rischi". L'accordo, però, è stato contestato dall'altro governo libico (non riconosciuto dalla comunità internazionale) guidato da Fathi Bashagha. Uno scenario ancora più incerto per il ruolo del generale Haftar, che controlla la Cirenaica, dove si trovano svariati pozzi petroliferi, e operano molti scafisti. Meloni, sotto questo aspetto, non può che "auspicare" che l'impegno del governo di Dbeibah a indire elezioni "possa tradursi rapidamente in azioni concrete". La speranza è quella di un "ampio compromesso politico nazionale" per sbloccare l'impasse. L'Italia è pronta a fare la sua parte verso il "voto in tempi rapidi" scongiurando il pericolo "che alcune influenze esterne lavorino per aggravare il quadro".