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“E se tornano i russi?”. A Irpin e Bucha gli ucraini pronti a una nuova fuga

Taras, 6 anni, vive con la mamma nel campo che ospita le persone che hanno perso la casa a Irpin 

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Nei campi d’accoglienza si vive con la valigia sotto il letto per paura di nuovi attacchi
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BORODYANKA - "E se tornassero i russi?". I capelli bianchi di Sacha rispecchiano la paura che prova dentro: ha otto anni, ha visto i cuginetti grondare sangue a Borodyanka. Li hanno evacuati e operati in Bielorussia, e ora "sono in Italia: Lena con il macchinario per allungare le ossa e Nazar con i postumi delle fratture alle costole". Lui invece è rimasto qui a tremare: "Va in panico ogni volta che suona l'allarme aereo", dicono i nonni Liudmila e Igor Boreyko. Cioè ogni santo giorno. Ma riesce a sorridere, se gli batti il cinque. 


A Bucha, a Irpin e anche qui a Borodyanka, dove il presidente Zelensky ha accompagnato in visita i capi di Stato perché riconoscessero con uno sguardo l'orrore della guerra, la vita riaffiora tra i monconi dei palazzi abbruciacchiati e le macerie. Ma lo fa con l'incubo del déjà vu, della nuova offensiva russa che potrebbe piovere come allora, nei primi giorni della…

BORODYANKA - "E se tornassero i russi?". I capelli bianchi di Sacha rispecchiano la paura che prova dentro: ha otto anni, ha visto i cuginetti grondare sangue a Borodyanka. Li hanno evacuati e operati in Bielorussia, e ora "sono in Italia: Lena con il macchinario per allungare le ossa e Nazar con i postumi delle fratture alle costole". Lui invece è rimasto qui a tremare: "Va in panico ogni volta che suona l'allarme aereo", dicono i nonni Liudmila e Igor Boreyko. Cioè ogni santo giorno. Ma riesce a sorridere, se gli batti il cinque. 


A Bucha, a Irpin e anche qui a Borodyanka, dove il presidente Zelensky ha accompagnato in visita i capi di Stato perché riconoscessero con uno sguardo l'orrore della guerra, la vita riaffiora tra i monconi dei palazzi abbruciacchiati e le macerie. Ma lo fa con l'incubo del déjà vu, della nuova offensiva russa che potrebbe piovere come allora, nei primi giorni della guerra d'invasione. Ecco il viavai coi sacchetti della spesa e i barattoli di cetrioli sul ciglio della strada. La ragazzina in bici, le sigarette accese davanti al chiosco dei caffè. Ma nulla è come prima. 


Olena Rebatjenko, una pittrice 41enne, ha le valigie fatte sotto al letto. Pronta a lasciarsi un'altra volta questa follia dietro le spalle. "Capirai - dice - con quello che abbiamo vissuto... Ci sentiamo un po' più difese perché c'è la contraerea e il nostro esercito è più preparato. Ma qui un anno fa era la fine del mondo". Fuggì a notte fonda con il marito Sergej, un magazziniere di 34 anni, e con le figlie Zlata e Zoriana, due gemelle di otto: "Alle 21.30 gli aerei bombardarono il palazzo laggiù", dice mostrando un prato. Non esiste più. Era accanto al gigantesco edificio grigio sventrato a metà e annerito dalle fiamme, l'icona di Borodyanka e del disastro della guerra: "Quello lo colpirono alle sette del mattino successivo, ma noi eravamo già andati". Un viaggio infernale fino a Luzk, a ovest. "Siamo tornati a luglio: viviamo nella casa monofamiliare dei nonni, fa troppa paura l'idea di tornare nel nostro palazzo". 


E i russi? Torneranno anche loro? Se ne parla davanti alla scuola e al supermercato, in ufficio e nei bar di questi paesi a nord-ovest di Kiev in cui franò l'Armata rossa di Putin, un lungo serpente di carri, camion e blindati che li ha occupati e sventrati ingaggiando il fuoco tra le case prima di essere costretto alla ritirata. "Macché, vedrai che non tornano", dice Gennady Levchuk, tipografo 51enne di Bucha. Sua mamma, malata, non deambula. Per questo sono rimasti anche in mezzo al massacro in questo quartiere in cui ecco una casa senza tetto, e lì i garage centrati in pieno... "Attaccheranno di nuovo, sì, ma qui da noi non tornano. Non avrebbe senso - dice - altrimenti perché se ne sono andati? Evidentemente non riuscivano a tenere la posizione, non vorranno mica ripetere l'errore". 


Sarà, però Natalya Olinik, la responsabile del blocco "1" nel campo di accoglienza di Irpin, è infuriata nera. Dice che "quando sono andata al consiglio municipale a protestare perché avevano assicurato che ci avrebbero ridato casa, mi hanno risposto che fino alla fine della guerra non ricostruiranno proprio nulla. Che ci saranno altre offensive russe, dicono, e allora non ha senso, ricostruire".

Il campo, fatto con moduli donati dalla Polonia, sono 7 blocchi da 60 o 70 persone. Un paesone di quasi 500 abitanti rinchiusi al calduccio in queste gigantesche scatole prefabbricate, i bagni separati per uomini e donne, la cucina da condividere, la sala per i bambini, le camere tutte uguali coi letti a castello. Ci sono 21 bimbi, nel blocco "1". Bimbi come Taras, che ha 6 anni e saltella in giro col suo enorme peluche. "Ma certo che attaccheranno", dice la mamma, Olga Zinayda. "Ma l'offensiva non sarà una replica, e spero non tocchi di nuovo Irpin. Ci sono ancora i ponti rotti e le vie inutilizzabili, non credo vorranno passare di qui". 


Natalya, la capo blocco, nei giorni della prima invasione ha "visto la colonna con 120 carri armati, e lo stormo di 40 aerei che ci ha bombardati. Ho visto i palazzi bruciati, gli incendi ovunque. Mia figlia Yulia era incinta: ha perso il bambino, e ci hanno demolito due case nuove". Nel centro di Irpin si intrecciano storie di questa Ucraina insanguinata. Storie come quella di Sergej e Nelia Karpalova, pensionati che lavoravano alla Azovstal di Mariupol. Ma come siete finiti qui, da una città martoriata all'altra? "Eravamo venuti a passare le feste e siamo rimasti, poi siamo fuggiti in Polonia. Non siamo tranquilli, ma vedremo cosa succederà: crediamo nei nostri soldati".

A Bucha, Lessia Zurova passeggia con la sua bambina: "Possono attaccarci dalla Bielorussia, sono pronta a evacuare come il 24 febbraio. Diana aveva 5 anni, capiva poco, l'ho protetta. Ma a Capodanno, quando devi esprimere il tuo desiderio, lei mi ha stesa: 'Io voglio la pace, mamma'".