Kinshasa – “Giù le mani dalla Repubblica Democratica del Congo, giù le mani dall’Africa!”. Nel suo primo discorso ufficiale a Kinshasa, papa Francesco ha denunciato lo “sfruttamento” che colpisce il continente, grazie a un “colonialismo economico” che ha sostituito quello politico del passato, miete vittime anche tra i bambini che “muoiono sottoposti a lavori schiavizzanti nelle miniere” e compie un “genocidio dimenticato”. Jorge Mario Bergoglio è in Africa subsahariana per la terza volta. Ha 86 anni, cammina a fatica, ma non ha voluto rinunciare. A luglio, quando il dolore al ginocchio era più acuto, ha annullato il viaggio, ingenerando un’ondata di delusione. “Non verrà più”, dicevano. E invece eccolo qui, sei giorni tra Congo e Sud Sudan.
Kinshasa – “Giù le mani dalla Repubblica Democratica del Congo, giù le mani dall’Africa!”. Nel suo primo discorso ufficiale a Kinshasa, papa Francesco ha denunciato lo “sfruttamento” che colpisce il continente, grazie a un “colonialismo economico” che ha sostituito quello politico del passato, miete vittime anche tra i bambini che “muoiono sottoposti a lavori schiavizzanti nelle miniere” e compie un “genocidio dimenticato”. Jorge Mario Bergoglio è in Africa subsahariana per la terza volta. Ha 86 anni, cammina a fatica, ma non ha voluto rinunciare. A luglio, quando il dolore al ginocchio era più acuto, ha annullato il viaggio, ingenerando un’ondata di delusione. “Non verrà più”, dicevano. E invece eccolo qui, sei giorni tra Congo e Sud Sudan.
Dall’Africa passano tutte le linee portanti del suo pontificato. E’ la ventunesima volta che un Papa visita il continente, a partire dal viaggio di Paolo VI in Uganda nel 1969, ma il primo pontefice latinoamericano della storia ha con questi paesi “periferici” una sintonia particolare.
Qui tocca con mano due “pezzi” di quella terza guerra mondiale che va denunciando da tempo. Guerra postmoderna, fatta da milizie private, nel sud e nel nord-est del Congo, antica guerra interetnica in Sud Sudan, in entrambi i casi conflitti che nascono dallo sfruttamento delle ricche risorse del sottosuolo, rame, oro, coltan, cobalto, diamanti. “Questo Paese, ampiamente depredato, non riesce a beneficiare a sufficienza delle sue immense risorse: si è giunti al paradosso che i frutti della sua terra lo rendono “straniero” ai suoi abitanti”, ha detto Francesco nel discorso, venato di anticolonialismo, che ha pronunciato nel Palais de la nation davanti al presidente Felix Tshisekedi e alle autorità del paese. “Il veleno dell’avidità ha reso i suoi diamanti insanguinati. E’ un dramma davanti al quale il mondo economicamente più progredito chiude spesso gli occhi, le orecchie e la bocca”. L’Africa, ha detto il Papa erede dei missionari gesuiti, “non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare. Il mondo faccia memoria dei disastri compiuti lungo i secoli a danno delle popolazioni locali e non dimentichi questo Paese e questo Continente”.
Altro tema centrale del pontificato, i migranti. Sul volo da Roma a Kinshasa, al momento di sorvolare il deserto del Sahara, Francesco ha voluto dedicare una preghiera “per tutte le persone che cercando un po’ di benessere un po’di libertà lo hanno attraversato e non ce l’hanno fatta. Tanti arrivano al Mediterraneo e dopo aver attraversato il deserto – ha detto in chiaro riferimento alla situazione della Libia – sono presi nei lager, e soffrono lì”.
Se in Europa la Chiesa è in ritirata, infine, e nelle Americhe è stabile, in Africa, oltre che in Asia, è più vivace che mai. In un clima afoso, con oltre 30 gradi di temperatura, Jorge Mario Bergoglio è stato salutato da migliaia di persone festanti, una fila quasi ininterrotta di oltre sei chilometri, molti giovanissimi, sullo sfondo di quartieri poveri, casupole alternate a vere e proprie baraccopoli, chincaglierie, baretti, aziende telefoniche, agenzie per il trasferimento di denaro dall’estero, sedi di partito, chiese delle confessioni più disparate. Se il nord del continente è a maggioranza musulmano, sotto il Sahara il cristianesimo è passato dal 9% della popolazione nel 1900 al 57% odierno, convivendo spesso in modi fantasiosi con le religioni tradizionali e la concorrenza di Chiese protestanti e sette evangeliche. Il World Christian Database stima che nel 2050 i cattolici africani saranno il 32% della Chiesa cattolica. E’ il futuro della Chiesa, e Francesco non poteva rinunciarvi.