Brasile, affondata col suo carico di veleni la portaerei Sao Paulo
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoDieci cariche di esplosivo squarciano la carena della São Paulo e fanno colare a picco l’ultima ammiraglia della Marina brasiliana. Varata oltre sessant'anni fa in Francia con il nome di Foch - in nome del maresciallo Ferdinand Foch che, ironia della sorte, non credeva all’efficacia dei caccia nelle guerre - la portaerei era diventata una vera bomba ecologica per il suo carico di Pcb, materiali pesanti nelle vernici, lampade al mercurio e soprattutto 9,6 tonnellate di amianto altamente contaminato. Un carico tossico ora appoggiato sui fondali che ha provocato una valanga di proteste di tutte le associazioni ambientaliste internazionali. Soprattutto in Francia, Brasile e Turchia dove il destino di questa unità è stato seguito passo dopo passo da Greenpeace international.
E' stata una fine ingloriosa per la regina dei mari costruita nei cantieri di Saint Nazaire, messa in mare nel 1959 e rimasta in servizio attivo fino al 2000 qua…
Dieci cariche di esplosivo squarciano la carena della São Paulo e fanno colare a picco l’ultima ammiraglia della Marina brasiliana. Varata oltre sessant'anni fa in Francia con il nome di Foch - in nome del maresciallo Ferdinand Foch che, ironia della sorte, non credeva all’efficacia dei caccia nelle guerre - la portaerei era diventata una vera bomba ecologica per il suo carico di Pcb, materiali pesanti nelle vernici, lampade al mercurio e soprattutto 9,6 tonnellate di amianto altamente contaminato. Un carico tossico ora appoggiato sui fondali che ha provocato una valanga di proteste di tutte le associazioni ambientaliste internazionali. Soprattutto in Francia, Brasile e Turchia dove il destino di questa unità è stato seguito passo dopo passo da Greenpeace international.
E' stata una fine ingloriosa per la regina dei mari costruita nei cantieri di Saint Nazaire, messa in mare nel 1959 e rimasta in servizio attivo fino al 2000 quando viene ceduta al Brasile a un prezzo simbolico. Ora giace a 5 mila metri di profondità, 400 miglia al largo della costa di Recife, stato di Pernambuco, in pieno Atlantico. Era la gemella della Clemenceau, altra portaerei francese, anche questa ormai obsoleta e destinata al disarmo.
A differenza della sorella smembrata in un cantiere britannico, la São Paulo ha vissuto una lunga agonia cercando in lungo e in largo qualche paese che l’accogliesse. Per il Brasile rappresentava il simbolo di una potenza che non era mai riuscito a raggiungere con la sua flotta. La ereditò nel 2000 ma riuscì a usarla solo per un anno. Le sue condizioni disastrose e la lunga inattività avevano compromesso il suo stesso equilibrio in mare. Rischiava di affondare. Lunga 266 metri, larga 51,2, pesava 34mila tonnellate; aveva una pista di atterraggio e decollo di 165,5 metri, l’hangar di 180 e poteva ospitare fino a 40 aerei, oltre a 1.920 uomini e donne d’equipaggio. Poteva raggiungere una velocità di 32 nodi.
Nel 2017, al termine di vari peripli e a fronte di un preventivo per lavori di ristrutturazione di 1 miliardo di reais, circa 180 milioni di euro, considerato abnorme, la Marina brasiliana dismette la São Paulo e la mette in vendita come rottame. Quattro anni dopo si fa avanti la società turca Sök Denizcilik e la compra per 10,55 milioni di reais (2 milioni di euro). Resta ancorata al largo di Rio de Janeiro, isolata come un’appestata, fino all’agosto scorso. Poi issa le ancore e attraversa l’Atlantico. E’ diretta in Turchia, dove la attende una società specializzata per smantellarla e usarne il rottame. Greenpeace la segue durante tutto il percorso. Lancia l’allarme e la galassia ambientalista europea insorge assieme alla turca Basel Action Network, che si occupa proprio di controllare come e quando vengono smaltite in modo sostenibile le navi con carichi pericolosi. Troppi rischi, troppe proteste: la Turchia nega l’approdo.
La São Paulo viene bloccata nello Stretto di Gibilterra, è costretta a virare di 180 gradi e torna indietro. Anche la Sök Denizcilik si arrende. Non è più disposta a sobbarcarsi le spese; rescinde il contratto di acquisto, smette di pagare l’assicurazione, così come la società del rimorchiatore che ha assistito la portaerei durante le due traversate. La nave torna a Rio de Janeiro ma anche qui viene respinta. Il Brasile non vuole saperne, e ogni porto del Paese rifiuta di accoglierla. Il governo Bolsonaro fa finta di niente, è un compito della Difesa. Per sei mesi la portaerei incrocia davanti alle coste del Pernambuco mentre la Marina cerca una soluzione. Chiede lumi all’Ibama, l’Istituto governativo di controllo ambientale e la risposta è telegrafica: “E’ una bomba ecologica”.
Bisognerebbe smantellarla, indomma, ma nessuno se la sente e il governo non è disposto a tirare fuori altri quattrini. Non resta che farla affondare. L’Ibama avverte di nuovo: “Siamo contrari, bisogna valutare alternative per salvaguardare l’ambiente”. Si fa avanti Emerson Miura, un ex aviatore che dirige il São Paulo/Foch Institute, fondazione che si dedica a questo gigante dei mari. Propone di trasformarla in un museo galleggiante da far visitare ai turisti brasiliani e stranieri come amano fare gli americani con le loro unità in disarmo. “Serve anche a salvare la reputazione della Marina”, spiegherà all’Ammiragliato sempre più perplesso. Ma i costi sono sempre proibitivi, e Miura rinuncia. C’è un ultimo appello a Lula che si è appena insediato. Ma il presidente ha altri problemi, sebbene sia sensibile ai temi ambientali. E resta in silenzio.
Il destino della São Paulo è ormai segnato. Venerdì 3 febbraio compie il suo ultimo viaggio al largo delle coste del Brasile. Qui una decina di sommozzatori si cala in acqua e piazza le cariche sotto la chiglia e lungo le paratie. Provocheranno delle falle per accelerare il naufragio. Il relitto cola a picco. Con il suo carico di veleni: 700 tonnellate di materiali inquinanti. Una catastrofe, un delitto ecologico.