Hong Kong, da domani a processo 47 attivisti del movimento per la democrazia
di Gianluca Modolo , di Gianluca ModoloPECHINO - Domani sarà il giorno in cui si riapriranno completamente le frontiere con la Cina continentale. Ma anche quello in cui si spalancheranno le porte del tribunale per i 47 attivisti dell’ex colonia britannica accusati di aver cercato di rovesciare il governo della città alle dipendenze di Pechino. La democrazia di Hong Kong va dunque alla sbarra.
Sarà un processo monstre, mai visto prima, dato il numero di imputati. Molti i nomi noti del campo democratico: da Joshua Wong (leader delle proteste per la democrazia già durante la rivoluzione degli ombrelli del 2014) al professore di diritto Benny Tai fino all’ex parlamentare Claudia Mo. Durerà quattro mesi, se non di più, e la maggior parte di loro rischia pene - se condannati - fino all’ergastolo. Esempio di quanto poco margine sia rimasto per criticare il governo cinese da quando sono state represse le grandi manifestazioni pro-democrazia del 2019.
PECHINO - Domani sarà il giorno in cui si riapriranno completamente le frontiere con la Cina continentale. Ma anche quello in cui si spalancheranno le porte del tribunale per i 47 attivisti dell’ex colonia britannica accusati di aver cercato di rovesciare il governo della città alle dipendenze di Pechino. La democrazia di Hong Kong va dunque alla sbarra.
Sarà un processo monstre, mai visto prima, dato il numero di imputati. Molti i nomi noti del campo democratico: da Joshua Wong (leader delle proteste per la democrazia già durante la rivoluzione degli ombrelli del 2014) al professore di diritto Benny Tai fino all’ex parlamentare Claudia Mo. Durerà quattro mesi, se non di più, e la maggior parte di loro rischia pene - se condannati - fino all’ergastolo. Esempio di quanto poco margine sia rimasto per criticare il governo cinese da quando sono state represse le grandi manifestazioni pro-democrazia del 2019.
Tutti e 47 erano stati arrestati con raid all’alba nelle loro case nel marzo 2021 e accusati di "cospirazione per commettere sovversione", secondo la legge sulla sicurezza nazionale, per aver organizzato un anno prima delle primarie non ufficiali per selezionare i candidati con più possibilità di battere quelli pro-Pechino alle elezioni legislative. Alla fine Pechino quelle elezioni le aveva rinviate (ufficialmente per colpa del Covid) introducendo poi un nuovo sistema elettorale per assicurarsi un controllo ancor più rigoroso sulla scelta dei candidati. “Solo i patrioti al governo di Hong Kong”.
La maggior parte degli imputati - 34 su 47 - è in carcere da quasi due anni. I pochi a cui è stata concessa la libertà su cauzione devono sottostare a condizioni severe. I 47 rappresentano gran parte di ciò che rimane oggi del campo democratico ancora in città. Negli ultimi due anni, più di 200 persone sono state arrestate.
In base alla legge sulla sicurezza nazionale, entrata in vigore il 30 giugno 2020 dopo le grandi proteste che scossero il Porto Profumato l’anno prima, gli imputati rischiano fino a tre anni di carcere per associazione finalizzata a commettere attività sovversive, tra i tre e i dieci anni di reclusione per "partecipazione attiva" e tra i dieci anni e l'ergastolo se sono considerati "responsabili principali”. Secondo il sistema di common law di Hong Kong, gli imputati possono in genere ricevere una riduzione della pena fino al 25% se si dichiarano colpevoli il primo giorno del processo, ma questo non si applica ai processi per la sicurezza nazionale. Cambia anche il sistema della giuria: questo processo sarà condotto da tre giudici scelti direttamente dal capo dell'esecutivo della città: il governatore John Lee.
L’ex poliziotto fedelissimo a Pechino, molto apprezzato dalla leadership comunista per la “gestione” (tradotto: manganellate e arresti) delle proteste democratiche di quattro anni fa, ha “vinto” le elezioni lo scorso maggio: era l’unico candidato. Nella storia di Hong Kong si è sempre scelto il candidato preferito di Pechino, ma il processo è stato ulteriormente rafforzato, per eliminare anche la più remota possibilità che un candidato visto di buon occhio anche dall’opposizione (ora scomparsa) potesse essere nominato.
L’insediamento ufficiale di Lee c'è stato lo scorso primo luglio, venticinquesimo anniversario della restituzione della città dalla Gran Bretagna alla Cina: evento a cui ha partecipato anche il segretario comunista Xi Jinping. In quell’occasione Xi aveva elogiato quel concetto - “Un Paese, due sistemi” - che per 50 anni dovrebbe garantire ad Hong Kong un alto grado di autonomia: “Non c’è alcun motivo di cambiarlo”. Oggi, a metà strada di quel percorso, quel concetto sembra invece sempre più eroso, calpestato.
Venticinque anni dopo da quel piovoso 1° luglio in cui il presidente cinese Jiang Zemin e il principe Carlo d’Inghilterra si stringevano la mano mettendo ufficialmente fine all’era coloniale britannica, l’ultimo governatore britannico Lord Chris Patten aveva raccontato a Repubblica la scorsa estate: “La Cina ha tradito le sue promesse. Non ci si può fidare. Dalla presa del potere di Xi le interferenze del governo cinese sono diventate sempre maggiori".