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Brexit, ecco come il Regno Unito potrebbe fare marcia indietro

Una manifestazione pro-Brexit a Londra nel 2020 (reuters)
Gideon Rachman, columnist del Financial Times, ragiona sugli scenari di un possibile per quanto difficile ritorno di Londra nell'Unione Europea. Le variabili in gioco e i precedenti storici
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È possibile che nel prossimo futuro il Regno Unito faccia retromarcia e cancelli la Brexit? Nonostante la maggioranza dei britannici riconosca nei sondaggi che è stato un errore uscire dall’Unione Europea e affermi che ora voterebbe per restarci, a Londra l’opinione dominante è che per almeno una generazione la storica decisione non verrà rovesciata. Per almeno due ragioni: non dividere di nuovo il Paese con una scelta lacerante ed evitare le difficoltà di negoziare con Bruxelles un rientro nell’Unione. Ma è proprio da escludere che gli inglesi si rimangino la Brexit in tempi più brevi? Il più autorevole columnist di affari internazionali del Financial Times, Gideon Rachman, pensa che una possibilità esista o perlomeno ritiene opportuno gettare il sasso nello stagno per aprire il dibattito sull’argomento, immaginando come potrebbe verificarsi un simile sviluppo.

Mentre questa settimana la stampa an…

È possibile che nel prossimo futuro il Regno Unito faccia retromarcia e cancelli la Brexit? Nonostante la maggioranza dei britannici riconosca nei sondaggi che è stato un errore uscire dall’Unione Europea e affermi che ora voterebbe per restarci, a Londra l’opinione dominante è che per almeno una generazione la storica decisione non verrà rovesciata. Per almeno due ragioni: non dividere di nuovo il Paese con una scelta lacerante ed evitare le difficoltà di negoziare con Bruxelles un rientro nell’Unione. Ma è proprio da escludere che gli inglesi si rimangino la Brexit in tempi più brevi? Il più autorevole columnist di affari internazionali del Financial Times, Gideon Rachman, pensa che una possibilità esista o perlomeno ritiene opportuno gettare il sasso nello stagno per aprire il dibattito sull’argomento, immaginando come potrebbe verificarsi un simile sviluppo.

Mentre questa settimana la stampa anglosassone parla di una “svolta” fra Downing Street e Ue nella trattativa sui pericolanti accordi post-Brexit in Irlanda del Nord, ecco uno scenario fantapolitico, ma forse non del tutto.

I cambiamenti dell’opinione pubblica

Sette anni dopo il referendum del 2016 che approvò 52 a 48 per cento il divorzio britannico dal continente e tre anni dopo che l’uscita dalla Ue è entrata in vigore, l’opinione pubblica è decisamente cambiata. Il 60 per cento circa dei cittadini britannici ora ritengono che la Brexit fu uno sbaglio e dicono che sceglierebbero di rientrare nell’Unione Europea se ci fosse un nuovo referendum. Non è difficile capire perché, osserva il commentatore del quotidiano della City. La Brexit è stata presentata dai suoi fautori come un mezzo per mettere l’immigrazione sotto controllo e migliorare la Sanità pubblica: “Daremo 350 milioni di sterline in più alla settimana al National Health Service” era scritto sulle fiancate del bus su cui Boris Johnson girava per il Paese. Ma l’Nhs non ha visto affatto quei soldi, che secondo le promesse dei brexitiani dovevano essere dirottati in patria dai fondi destinati da Londra alle Ue, e l’immigrazione rimane molto alta, con gli immigrati europei sostituiti da immigrati che arrivano da altre regioni del mondo. Se a ciò si aggiungono la recessione l’inflazione alle stelle e la previsione del Fondo Monetario Internazionale secondo cui la Gran Bretagna avrà quest’anno l’economia più debole nel mondo industrializzato (con la Brexit come fattore decisivo del declino britannico), è ormai evidente a tutti che l’uscita dalla Ue ha portato soltanto danni e praticamente nessun vantaggio. Per tacere del pericolo che la Brexit provochi la secessione di Scozia e Irlanda del Nord, due delle regioni (su quattro) che nel 2016 votarono per restare nella Ue, se non anche del Galles, che – come l’Inghilterra – votò per la Brexit ma adesso fatica senza le sovvenzioni europee.

Il grande imbroglio

A dispetto di tutto questo, i conservatori, ora guidati da un premier come Rishi Sunak che aveva votato per la Brexit, non dimostrano alcuna intenzione di tornare indietro e il partito laburista si limita a dire che, se riconquisterà il potere nelle elezioni del prossimo anno (come predicono i sondaggi), si limiterà a “far funzionare la Brexit”, cercando di calmare le tensioni, risolvere i problemi e avere un miglior rapporto con il principale partner commerciale di Londra. Il leader del Labour, Keir Starmer, ha come priorità riconquistare gli elettori di sinistra che votarono Brexit nelle aree disagiate dell’Inghilterra e non vuole offenderli dicendo loro a chiare lettere che si lasciarono truffare. “E’ più facile imbrogliare la gente che convincere la gente che è stata imbrogliata”, ammoniva Mark Twain. Ma far “funzionare la Brexit”, obietta Rachman nel suo articolo e concordano altri analisti, permetterà solo minimi progressi e non riparerà i danni subiti dall’economia britannica. La tesi secondo cui riaprire il dibattito dividerebbe di nuovo il Paese è in parte smentita dal 60 per cento di favori per rimangiarsi la Brexit e in parte da dati demografici: i giovani sono i più ardenti sostenitori dell’Europa unita, con il 79 per cento di quelli tra i 18 e i 24 anni che vorrebbero tornare nella Ue. Ogni anno che passa, il fronte del sì all’Europa crescerà, quello del no (che nel 2016 prese la maggior parte del sostegno fra gli anziani) si ridurrà.

La “porta aperta” della Ue

Quanto alla tesi che l’Europa farebbe pagare caramente a Londra un ripensamento o sarebbe addirittura contraria, la smentiscono numerose dichiarazioni dei suoi leader. Michel Barnier, l’ex-capo negoziatore della Ue sulla Brexit, dice che la porta per un ritorno del Regno Unito rimane aperta “in qualsiasi momento”. Guy Verhofstadt, che presiedeva il comitato sulla Brexit al Parlamento europeo, la settimana scorsa ha twittato: “Il mio sogno è che tra cinque anni la Ue abbia due nuovi membri, l’Ucraina e il Regno Unito”. È realistico che stavolta Bruxelles non offrirebbe come fece mezzo secolo fa condizioni speciali all’ingresso di Londra. Rachman ipotizza che la Ue esigerebbe perfino l’adesione all’euro, per quanto una considerevole minoranza di Stati membri ne restino fuori. La Francia farebbe presente che l’Europa è più unita senza la Gran Bretagna, ma Parigi era contraria all’ingresso britannico anche in passato e alla fine cedette.

Un’elezione e due referendum

Come potrebbe dunque avvenire la retromarcia? Primo, il Labour deve vincere con una larga maggioranza le elezioni del 2024, possibilmente in un’alleanza progressista e filo-europea con i liberaldemocratici e i verdi. Secondo, nel 2026 il nuovo governo britannico potrebbe indire un referendum per ricevere dal popolo semplicemente il permesso di aprire un negoziato con Bruxelles per rientrare nella Ue. Un secondo referendum avrebbe poi il compito di approvare l’intesa per il rientro. 

Il precedente della guerra civile

Troppo complicato? Troppo presto? Probabilmente sì. Ma Gideon Rachman cita un precedente. All’apice del dibattito sulla Brexit, le passioni erano così forti che si parlò di una “nuova guerra civile inglese”: ebbene, la parte che vinse la prima guerra civile inglese finì per perderla. Re Carlo I fu giustiziato nel 1649. Undici anni dopo, l’Inghilterra stabilì che era stato un errore e tornò la monarchia. “Ci sono voluti undici anni per ripristinare la monarchia”, conclude il columnist del Ft. “Perché non provare a battere quel precedente di un anno e capovolgere la Brexit nel 2026, dopo dieci anni?” .