"Inghiottiti dal cratere", in Turchia e Siria scavano uniti anche i nemici
dalla nostra inviata Gabriella Colarusso , dalla nostra inviata Gabriella ColarussoADANA (TURCHIA) - "È come se si fosse aperto un enorme cratere in centro, ci sono decine di persone che scavano con le mani tra le macerie, gli altri aspettano intorno di avere notizie dei dispersi". Armagan è impegnato dalle prime ore del mattino a lavorare tra i detriti nel cuore di Adana devastata dal sisma. In questa città grande e moderna, la quinta della Turchia, sono venuti giù anche edifici costruiti negli anni Settanta, un palazzo di diciassette piani e un altro di 14.
Il presidente Erdogan ha mobilitato 10mila uomini per i soccorsi nella regione, l'esercito ha mosso soldati da Istanbul, Ankara e Izmir e aerei militari come i C-130 e i C-235 per far arrivare al più presto gli aiuti, ma a complicare le cose ci sono le piogge forti e le nevicate. I voli interni verso l'area colpita dal terremoto sono stati quasi tutti annullati. La traversata è ardua. "Da Istanbul proviamo ad andare a Konya in treno…
ADANA (TURCHIA) - "È come se si fosse aperto un enorme cratere in centro, ci sono decine di persone che scavano con le mani tra le macerie, gli altri aspettano intorno di avere notizie dei dispersi". Armagan è impegnato dalle prime ore del mattino a lavorare tra i detriti nel cuore di Adana devastata dal sisma. In questa città grande e moderna, la quinta della Turchia, sono venuti giù anche edifici costruiti negli anni Settanta, un palazzo di diciassette piani e un altro di 14.
Il presidente Erdogan ha mobilitato 10mila uomini per i soccorsi nella regione, l'esercito ha mosso soldati da Istanbul, Ankara e Izmir e aerei militari come i C-130 e i C-235 per far arrivare al più presto gli aiuti, ma a complicare le cose ci sono le piogge forti e le nevicate. I voli interni verso l'area colpita dal terremoto sono stati quasi tutti annullati. La traversata è ardua. "Da Istanbul proviamo ad andare a Konya in treno con un amico e da lì in auto verso Maras", dice Cem, che ha la famiglia a Kahramanmaras, nella provincia montuosa che insieme a Malatya è stata l'epicentro della prima forte scossa.
Piove a dirotto anche al di là del confine, in Siria, dove la distruzione è immensa ed esasperata dalla povertà, dalla guerra, dalla mancanza di uno Stato centrale funzionale in un Paese spartito tra regime, curdi, turchi, russi, iraniani e americani. Le aree colpite nel Nord Ovest avevano accolto già milioni di sfollati dopo 10 anni di guerra civile, tantissimi vivono nelle tendopoli e in campi come ad Al Bab, e i contrasti in seno alle Nazioni Unite avevano già sabotato in parte le consegne di cibo, medicine, coperte in queste zone. I principali valichi di frontiera come Bab al-Hawa sono un'àncora di salvezza per milioni di persone, ma considerata la distruzione a Hatay, non è certo che Ankara possa aiutare i siriani ad attraversare il confine. I White Helmets, il gruppo di difesa civile dei Caschi bianchi resi celebri dal loro eroico lavoro di soccorso durante la guerra civile, chiedono l'aiuto di tutta la comunità internazionale perché non possono far fronte a un disastro di simili dimensioni. "Ci sono famiglie intrappolate sotto le macerie praticamente in ogni villaggio del Nord Ovest della Siria", dice il loro portavoce.
Ora si attendono gli aiuti. La vera speranza, in queste giornate drammatiche, è che l'emergenza spinga finalmente i governi a superare contrasti anche antichi per prestare soccorso. Nel 1999, la solidarietà reciproca tra Grecia e Turchia colpite da un grave terremoto contribuì al disgelo tra i due Paesi. Chissà che non funzioni anche tra Ankara e Damasco, che dal 2011 hanno interrotto le relazioni diplomatiche e che nei mesi scorsi avevano tentato un riavvicinamento non andato a buon fine.
La comunità internazionale si è già messa in moto, l'Onu, la Nato, l'Unione Europea, gli Stati Uniti e moltissimi Paesi (45 in tutto) hanno offerto sostegno, soldi e mezzi. Anche due Stati in guerra come l'Ucraina e la Russia (quest'ultima strettissima alleata di Assad, a cui ha dato la forza militare per riprendersi la Siria, e comunque in buoni rapporti con la Turchia) stanno facendo la loro parte. Israele, che ha da poco riallacciato i rapporti con Ankara, ha dato il via libera all'invio di aiuti: avrebbe offerto assistenza pure alla Siria, Paese con cui è in guerra da decenni, dopo aver ricevuto un appello in tal senso via Mosca. Ma il quotidiano siriano filo-governativo al-Watan smentisce la richiesta.
"Ancora una volta vedo la sofferenza e la disperazione sui volti delle persone che qui vivono una condizione già drammatica", ci dice Najib, che dal 2017 lavora ad Aleppo per l'organizzazione umanitaria Terres des Hommes. "Sedici scuole sono state trasformate in centri di accoglienza. I bisogni sono enormi, manca tutto, servono coperte, cibo, kit igienici e beni di prima necessità". Nella città campo di Al Bab, nella provincia di Aleppo, un valico fondamentale per l'ingresso dei convogli umanitari internazionali, le vittime "sono finora solo dieci", racconta Mohammed, che lì è arrivato da sfollato durante la guerra insieme a sua madre, sua moglie e quattro figli. "Siamo stati svegliati da un enorme tremore, siamo usciti in strada. La nostra casa era al piano terra e non ha avuto danni, per fortuna la mia famiglia è al sicuro. Ma ci sono centinaia di persone in strada, nelle macchine, e piove a dirotto, fa freddo. Le città più colpite nel Nord Ovest della Siria sono Armanaz, Salkin e Sarmda, lì il numero dei morti è enorme".