Turchia, "Noi abbandonati": l'ira degli sfollati minaccia Erdogan
dai nostri inviati Gabriella Colarusso (Adana) , Corrado Zunino (Nurdagi) , dai nostri inviati Gabriella Colarusso (Adana), Corrado Zunino (Nurdagi)Dal pomeriggio di lunedì, Sevkan non si è più mossa: seduta su panchina di legno di fronte al palazzo di 14 piani che ha inghiottito sua madre e altre 12 persone nel centro di Adana. "Papà era in soggiorno, dal lato dell'edificio che non è caduto, e si è salvato. Mamma invece era in cucina. Ora è lì, sotto le macerie. Abbiamo aspettato ore i soccorsi, si sono attivati solo quando hanno visto i politici". La rabbia monta ad Adana e nelle altre città colpite da una catastrofe senza precedenti nella storia recente della Turchia: più di 5mila morti, decine di migliaia feriti e un numero imprecisato di dispersi.
Davanti al cratere dov'è sepolta la mamma di Sevkan, la tensione sale quando arriva il ministro dell'Agricoltura, Vahit Kirisci, accompagnato dal capo della polizia locale. Ad Adana Kirisci c'è cresciuto, questo è il suo bacino elettorale: "Dov'eravat…
Dal pomeriggio di lunedì, Sevkan non si è più mossa: seduta su panchina di legno di fronte al palazzo di 14 piani che ha inghiottito sua madre e altre 12 persone nel centro di Adana. "Papà era in soggiorno, dal lato dell'edificio che non è caduto, e si è salvato. Mamma invece era in cucina. Ora è lì, sotto le macerie. Abbiamo aspettato ore i soccorsi, si sono attivati solo quando hanno visto i politici". La rabbia monta ad Adana e nelle altre città colpite da una catastrofe senza precedenti nella storia recente della Turchia: più di 5mila morti, decine di migliaia feriti e un numero imprecisato di dispersi.
Davanti al cratere dov'è sepolta la mamma di Sevkan, la tensione sale quando arriva il ministro dell'Agricoltura, Vahit Kirisci, accompagnato dal capo della polizia locale. Ad Adana Kirisci c'è cresciuto, questo è il suo bacino elettorale: "Dov'eravate mentre noi andavamo all'inferno? Perché non fate qualcosa? Andate via!", urla un gruppo di sfollati. Un'accusa che risuona da Matalya a Hayat. Ad Antakya si scava con le mani nude sotto le macerie: "Siamo stati lasciati morire", si dispera una donna davanti all'inviato di una tv locale. Cagla Ezer racconta di aver sentito suo fratello chiedere aiuto: "C'erano 25 persone solo in quell'edificio, ho provato a chiamare l'Afad", il gruppo di coordinamento per le emergenze della Turchia, "ma non è venuto nessuno". Molti sfogano la loro rabbia online per quella che considerano una reazione negligente del governo. Il presidente Erdogan ha dichiarato lo stato di emergenza per tre mesi. A maggio si vota: sulla risposta che saprà dare alla tragedia che ha colpito la Turchia si gioca il suo futuro politico. E il prezzo rischia di essere molto alto.
Mentre i soccorritori lavorano senza sosta, dalle macerie emergono anche le falle del sistema. Ad Adana, la cittadella antica ha tenuto, il centro nuovo è andato giù. Nel quartiere Cukurova si sono dissolti almeno 11 palazzi, due di 17 piani, e 9 mila edifici sono stati danneggiati. "Quelli collassati sono stati costruiti prima della legislazione antisismica del 2002, non avevano una quantità sufficiente di ferro, acciaio e cemento nella base, sono stati fatti per lo più senza la supervisione del governo e delle autorità locali prima del 2000, con materiali scadenti", dice a Repubblica Sedat Gul, presidente dell'associazione degli Architetti di Adana.
La conta dei morti in città è ferma a 149, ma nessuno sa quanti siano con esattezza i dispersi. Il palazzo dei congressi è stato trasformato in un campo per gli sfollati, ci dormono almeno 500 persone, durante il giorno ne accoglie fino a 5mila. C'è la fila al banco dove i volontari del comune distribuiscono coperte e medicine, due bambini girano in tondo giocando con un cartone, un gruppo di ragazzini fa i compiti sul pavimento. Due uomini si azzuffano e la sicurezza corre a calmarli. La tensione è palpabile: qui c'è chi ha perso tutto, chi non dorme da tre giorni. Emine, 40 anni, si è riparata in un angolo di materassi e cartoni con suo marito e la figlia piccola, Ayse. La loro casa è rimasta in piedi, ma lei non si sente al sicuro. "Ho perso due bambini nella mia vita, così ha voluto Dio, il mio unico terrore ora è perdere anche Ayse". Nell'ospedale vicino continuano ad arrivare feriti anche da altre zone della regione. Un medico ci racconta che un bambino portato da Hatay, a Sud Est, ha perso un braccio. Non ha i documenti e non riescono a rintracciare la sua famiglia.
Eppure Adana non è il peggiore degli incubi. È l'unico grosso scalo aereo funzionante della regione, e questo rende più facili i soccorsi nella città. Ma nelle zone interne la situazione è difficilissima. L'autostrada che collega Adana alla città- maceria di Kahramanmaras s'impantana a Nurdagi. I camion che trasportano cibo e vestiti, necessari perché a seicento metri d'altezza di notte la temperatura crolla, le bisarche che portano sul retro escavatori e i mezzi dei vigili del fuoco non si muovono, tutto incolonnato. I poliziotti della provincia di Osmaniye picchiano sui finestrini, provano a dirigere il traffico verso strade minori che si arrampicano sugli altopiani. Da Nurdagi a "Maras", come la chiamano i turchi, sono cinquanta chilometri di mezzi in colonna. Uscendo dall'autostrada, su una strada di montagna tutta tornanti che sale fino a quota 970 metri, si vedono dei tir fermi sulla carreggiata esterna, senza guidatore. Alcune sono autocisterne, cariche di benzina. Nelle dieci province colpite il carburante è diventato raro. A "Maras" sono rimaste le prime squadre, quelle territoriali, partite dopo la prima scossa. Sono le meno attrezzate.
Il governo turco ha mobilitato oltre 10mila persone per i soccorsi, ma le strade dissestate, il difficile coordinamento dei soccorsi e la mancanza di mezzi adatti al trasporto ostacolano le operazioni. Ad Hatay, quasi al confine con la Siria, il terremoto ha raso al suolo decine di edifici governativi compreso quello della protezione civile locale, l'Afad. I primi soccorsi sono arrivati ieri, tra loro ci sono anche i medici e i vigili del fuoco italiani. Il team Usar (Urban search and rescue) è sul campo per una valutazione delle priorità operative. Un'altra squadra italiana è in viaggio verso la Turchia. Sono arrivati nell'area anche 21 soccorritori greci, la solidarietà di Atene che ha messo da parte le tensioni politiche con Ankara. Ma non basta, Hatay è stata travolta. I cittadini continuano a scavare come possono per recuperare i loro cari, mentre li sentono gridare sotto le macerie.