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Adana, l’hub della speranza dove i genitori cercano i loro bambini dispersi

Molti bambini salvati e portati negli ospedali non hanno documenti. Si teme che gli orfani possano essere migliaia tra Turchia e Siria
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ADANA - C'è questo papà, ha gli occhi scavati e rossi di stanchezza, le mani nere di terra, parla arabo, poche parole di turco, alza il telefonino con la mano destra e mostra la foto di un bambino - avrà sei o sette anni. "Sto cercando mio figlio, veniamo da Hatay, ci hanno detto di provare qui, puoi aiutarmi?", chiede a un volontario. "Provi al secondo piano", risponde il ragazzo gentile ma rapido mentre cerca di districarsi tra decine di persone in cerca di aiuto al pronto soccorso del City Hospital di Adana.

Sono le 3 del pomeriggio, le ambulanze continuano ad arrivare ininterrottamente. Gli ospedali di Hatay e Iskendenur, più a Sud, sono crollati, quelli rimasti in piedi non sono attrezzati per gestire una catastrofe di queste proporzioni, mentre il numero di feriti cresce: 66mila. Il City Hospital, una cittadella costruita con tutti i criteri antisismici, è diventato il principale hub medico per almeno una met&agra…

ADANA - C'è questo papà, ha gli occhi scavati e rossi di stanchezza, le mani nere di terra, parla arabo, poche parole di turco, alza il telefonino con la mano destra e mostra la foto di un bambino - avrà sei o sette anni. "Sto cercando mio figlio, veniamo da Hatay, ci hanno detto di provare qui, puoi aiutarmi?", chiede a un volontario. "Provi al secondo piano", risponde il ragazzo gentile ma rapido mentre cerca di districarsi tra decine di persone in cerca di aiuto al pronto soccorso del City Hospital di Adana.

Sono le 3 del pomeriggio, le ambulanze continuano ad arrivare ininterrottamente. Gli ospedali di Hatay e Iskendenur, più a Sud, sono crollati, quelli rimasti in piedi non sono attrezzati per gestire una catastrofe di queste proporzioni, mentre il numero di feriti cresce: 66mila. Il City Hospital, una cittadella costruita con tutti i criteri antisismici, è diventato il principale hub medico per almeno una metà delle province devastate dal terremoto. La prima linea per salvare vite. Arrivano feriti gravi. Tanti con braccia o gambe rotte da ore sotto le macerie. Altri sono in ipotermia. Altri ancora, padri e madri, cercano i loro figli. Una donna sulla quarantina si trascina sfinita dietro suo marito. "Cerchiamo Elvan, nostra figlia, ha 10 anni, siamo di Hatay, questa è lei", dice il papà mostrando la foto. Le macerie hanno sepolto intere famiglie, o le hanno divise. Nel caos continuo del dopo terremoto, con il numero di morti e feriti che aumenta di ora in ora, i medici dicono che è impossibile sapere quanti bambini abbiano perso i genitori. 

Molti sono stati salvati e portati negli ospedali ma non hanno documenti e non si sa di chi siano figli. Il governo non ha diffuso per ora numeri sugli orfani, ma si teme possano essere centinaia, se non migliaia tra Turchia e Siria. Il ministero della Famiglia fa appello ai turchi che vogliono prendersene cura: fate subito domanda per l'affido. Selahattin Mentes cura i feriti e prova a tenere il conto. "Il primo giorno, lunedì, sono arrivati sei bambini soli, siamo riusciti a rintracciare le famiglie. Ieri ne avevamo 20: 5 sono stati identificati e gli altri per ora affidati ai servizi sociali", annota. "I bambini sono i più vulnerabili, sono la priorità, dobbiamo proteggerli".

Presidente della Camera dei medici di Adana, specialista in radioterapia oncologica, anche Mentes è un sopravvissuto. Nel 1999 fu tirato fuori dalle macerie di un palazzo a Izmit, nel terremoto che colpì il Nord Ovest della Turchia. Dall'alba di lunedì è diventato uno dei punti di riferimento nell'organizzazione dei soccorsi medici e degli aiuti. Per le prime 24 ore non ha mai dormito. Ha accolto in casa i colleghi che da Istanbul sono corsi ad Adana per raggiungere le famiglie e dare una mano. 

"Il problema che abbiamo adesso non è tanto il numero di medici e infermieri, ma l'organizzazione: ad Hatay non ci sono ancora ospedali da campo né medicine per curare le persone e le ambulanze sono costrette a venire fin qui", racconta. "Nel '99, l'esercito fu attivato subito: è vero che la zona, allora, era più facilmente raggiungibile dagli aiuti internazionali, ma quella decisione salvò molte vite. Questa volta l'esercito è arrivato dopo".

Il City Hospital di Adana è l'unico ospedale nell'area che abbia sul tetto la pista di atterraggio per gli elicotteri militari. Vanno e vengono di continuo, trasportano pazienti gravi o il sangue donato che arriva da Istanbul e Ankara in celle refrigerate. Se ne occupa la Mezzaluna rossa turca. Nelle prime ore dell'emergenza tutti i pazienti del City che potevano essere curati a casa sono stati dimessi per liberare spazio. Dei 1.550 posti letto disponibili, più di 1.000 sono utilizzati per le vittime del terremo

"In tre giorni sono arrivati 3mila feriti, una parte poi trasferiti in altri ospedali, 250 morti", dice Mentes. L'80% viene dalla provincia di Hatay, ma arrivano anche dalle montagne di Kahramanmara? e da Osmaniye. Con le strade congestionate dalle carovane di aiuti, questo significa viaggi anche di 3-4 ore per le ambulanze.

I medici di Adana lavorano senza sosta. "Sto uscendo ora, una collega mi dà il cambio, sono qui da ieri sera", racconta una ostetrica di servizio in un altro ospedale della città ma che è venuta a dare una mano. Fuori, sul piazzale, si accalcano i sopravvissuti. I volontari distribuiscono pane e tè caldo. Sulle chat si moltiplicano le richiese di aiuto. Tanti condividono le foto dei loro cari per ritrovarli. "Mia zia Menderes, è di Antiochia, ha la sindrome di Down, l'hanno estratta viva dalle macerie e ci hanno detto di averla portata in elicottero ad Adana. Non siamo potuti andare con lei e non riusciamo a trovarla. Qualcuno può aiutarci?", scrive Mehmet, mentre cala il buio e le ambulanze continuano ad arrivare.