Nicaragua, Ortega libera 222 prigionieri politici e li deporta negli Stati Uniti
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoAdesso sono tutti insieme. Per la prima volta, dopo anni di isolamento. In celle senza finestre e luce, fredde. Picchiati e torturati. In attesa di un processo sempre rinviato e che prima o poi li avrebbe condannati a pene esemplari. Senza una difesa adeguata, senza pubblico, senza testimoni. Siedono sullo stesso aereo. Posti affiancati. Ancora non ci credono. Sono liberi. Liberi ma deportati. Privati della cittadinanza. Apolidi.
La lista degli esiliati
Lasciano il Nicaragua, la loro terra tanto amata, per la quale hanno lottato. Prima contro Anastacio Somoza, ora contro Daniel Ortega. Dittatori diversi e uguali. Il secondo peggiore del primo. Si guardano, si toccano, gli occhi spenti, il viso bianco e verde ridotto a uno straccio, la pelle sottile come carta vel…
Adesso sono tutti insieme. Per la prima volta, dopo anni di isolamento. In celle senza finestre e luce, fredde. Picchiati e torturati. In attesa di un processo sempre rinviato e che prima o poi li avrebbe condannati a pene esemplari. Senza una difesa adeguata, senza pubblico, senza testimoni. Siedono sullo stesso aereo. Posti affiancati. Ancora non ci credono. Sono liberi. Liberi ma deportati. Privati della cittadinanza. Apolidi.
La lista degli esiliati
Lasciano il Nicaragua, la loro terra tanto amata, per la quale hanno lottato. Prima contro Anastacio Somoza, ora contro Daniel Ortega. Dittatori diversi e uguali. Il secondo peggiore del primo. Si guardano, si toccano, gli occhi spenti, il viso bianco e verde ridotto a uno straccio, la pelle sottile come carta velina. C’è Dora María Téllez, l’eroina della rivoluzione sandinista, la Comandante Dos. Per 47 anni ha combattuto contro Somoza, oggi a 67 è reduce da 16 mesi di carcere durissimo. Ci sono Cristiana Chamorro, ex candidata alle presidenziali del 2021, figlia della ex presidente Violeta Barrioso e del giornalista Pedro Joaquín Chamorro, anche lui considerato un eroe della rivoluzione sandinista ucciso dagli sgherri di Somoza nel 1978. E ancora Juan Lorenzo Holmann, direttore de La Prensa, il più antico e importante quotidiano di Managua chiuso d’autorità dal regime. Infine, Lesther Alemán, 24 anni, leader studentesco. Ha avuto il coraggio di definire “assassino” Ortega alzandosi in piedi e guardandolo negli occhi al tavolo che tentava un dialogo con l’opposizione dopo il massacro di 240 persone scese per strada nelle proteste del 2018.
Il baratto negato
Sono in tutto 222. Facevano parte dei 245 detenuti politici. Daniel Ortega li ha liberati e spediti subito negli Stati Uniti. Se ne libera come fossero un fagotto ingombrante. Non sapeva più che farne. Come gestirli. Ci ha pensato sua moglie, Rosario Murillo. Abile e scaltra, gli ha suggerito di usarli come baratto. Ha fatto tutto lei, lo conferma lo stesso ex guerrigliero diventato tiranno. Ha chiamato l’ambasciata americana a Managua e ha proposto uno scambio. Liberiamo i prigionieri politici, ve li spediamo negli Usa, voi li accogliete e poi trattiamo, ricominciamo ad avere rapporti. Ma a una condizione: non sono più nicaraguensi, togliamo loro la cittadinanza. L’Assemblea nazionale si riunisce d’urgenza e cambia l’articolo della Costituzione che ne regola il diritto. L’ambasciatore consulta Washington. Ci pensano un po’, quindi accettano.
Sentimento agrodolce
Joe Biden è soddisfatto della mossa che però, ufficialmente, non sa spiegare. “Siamo felici di accoglierli e siamo contenti che siano fuori”, commenta. Imbarcati su dei bus, gli ex detenuti hanno capito solo all’ultimo che sarebbero stati portati fuori dal Nicaragua. “Eravamo frastornati”, racconteranno una volta giunti all’aeroporto Dulles per essere trasferiti in alcuni alberghi di Washinton dove resteranno ospiti del governo fino a lunedì. “Ma era un sentimento agrodolce: liberi, cacciati dal nostro paese dove sapevamo non saremmo tornati. Non eravamo più cittadini del Nicaragua. Atroce. Amiamo il nostro paese e saremo per tutta la vita nicaraguensi”. Daniel Ortega nega che si sia trattato di un baratto. “Non abbiamo chiesto nulla in cambio, né la revoca delle sanzioni. Stanno tornando nel paese che li ha usati per seminare terrore, morte e distruzione in Nicaragua. Rispediamo indietro i loro mercenari”.
Il rifiuto del vescovo: “Non lascio la mia patria”
Lo avevano arrestato con altri sette sacerdoti dopo un assedio alla canonica dei corpi speciali in assetto di guerra. Si è rifiutato di salire sull’aereo che lo avrebbe portato con gli altri negli Usa. “Lasciateli liberi, pago io la loro pena”, avrebbe detto secondo fonti della Chiesa cattolica. Ortega si infuriato e lo ha sbattuto nel carcere La Modelo. È stato trattato come un re. Non ho mai visto un detenuto, in tutta la mia vita, trattato come lui”, ha detto rabbioso. Con la moglie Murillo lo aveva messo davanti a un’alternativa: l’esilio o il carcere. Lui ha replicato: “Non lascerò mai la mia patria”.
“Vi racconto il mio inferno in cella”
Con la libertà arrivano anche le testimonianze. I racconti dell’orrore vissuti nelle carceri di Ortega. “Per tre anni sono stato nell’Infernillo”, considerato appunto un piccolo inferno, rievoca Kevin Solís, 24 anni, studente di Giurisprudenza. “Ho trascorso tutto questo tempo chiuso in un cubo. Buio completo, senza un filo di luce, la porta sempre sigillata. Una volta al giorno arrivava una guardia, apriva e mi lanciava da mangiare. Dormivo legato a delle catene, è difficile dormire in quelle condizioni. Una volta mi hanno fatto uscire, sempre incatenato. È venuto a prendermi il direttore. Mi ha condotto in un posto chiamato “Il Tunnel”. È un corridoio lungo 30 metri senza finestre. Non ci sono testimoni, le pareti sono ovattate. Sapevo cosa mi aspettava. Sapevo che lì mi avrebbero massacrato. Ho alzato le braccia, mi sono coperto il viso. Ma sei legato, puoi fare poco. Mi hanno colpito al petto, allo stomaco. Mai in faccia. I miei familiari non dovevano scoprire cosa mi avevano fatto. Ora sono qui, in un hotel a Washington”. Si guarda attorno, sorride. “Non posso crederci”.