Terremoto, le vittime sono 21mila. E ora l'emergenza è sanitaria
dal nostro inviato Corrado Zunino , dal nostro inviato Corrado ZuninoANTIOCHIA - La notte, ora, si vive attorno a un braciere acceso. Un bidone di latta, alimentato con i legni che si recuperano tra le macerie degli edifici crollati. Ogni palazzo sbriciolato, ad Antiochia, ha un fuoco davanti. Attorno, ci sono i suoi vecchi condomini. Non calzano guanti, neppure i bambini. Strofinano le mani una con l'altra, che si gelano. Le madri anziane vengono coperte dalle figlie, trapunte bianche sopra il corpo. Nessuno piange. Sfollati da un terremoto, hanno lasciato tutto proprio alle loro spalle. Murat, 69 anni, ha lasciato tutta la famiglia. Ogni venti minuti qualcuno si alza e inizia a camminare. Non ha un posto migliore dove andare, ma deve muoversi per riattivare la circolazione.
Antiochia di notte sono tizzoni accesi ad ogni cumulo di macerie e persone che camminano, in mezzo all'infernale rumore di un soccorso impotente: bloccato e assordante. Solo in questa, che è la capitale della provincia di Hatay, ci sono almeno 350.000 sfollati.…
ANTIOCHIA - La notte, ora, si vive attorno a un braciere acceso. Un bidone di latta, alimentato con i legni che si recuperano tra le macerie degli edifici crollati. Ogni palazzo sbriciolato, ad Antiochia, ha un fuoco davanti. Attorno, ci sono i suoi vecchi condomini. Non calzano guanti, neppure i bambini. Strofinano le mani una con l'altra, che si gelano. Le madri anziane vengono coperte dalle figlie, trapunte bianche sopra il corpo. Nessuno piange. Sfollati da un terremoto, hanno lasciato tutto proprio alle loro spalle. Murat, 69 anni, ha lasciato tutta la famiglia. Ogni venti minuti qualcuno si alza e inizia a camminare. Non ha un posto migliore dove andare, ma deve muoversi per riattivare la circolazione.
Antiochia di notte sono tizzoni accesi ad ogni cumulo di macerie e persone che camminano, in mezzo all'infernale rumore di un soccorso impotente: bloccato e assordante. Solo in questa, che è la capitale della provincia di Hatay, ci sono almeno 350.000 sfollati. Non è difficile contarli: non c'è più un edificio abitabile. Ogni strada li mostra nella loro raggelante inutilità: sghembi, spostati, incrinati, lesionati. Spesso, spariti. Tutti i loro condomini ora sono in strada. "Ci vorranno settimane per capire quanti hanno lasciato la vita là sotto", dicono i vigili del fuoco italiani. Chi è sopravvissuto ai crolli, e senza ferite, è qui che cammina, attonito.
"Due mie zie, Cavidan e Zyint, sono disperse. Una viveva dietro il municipio, l'altra vicino un ponte del Fiume Oronte", ci racconta al telefono Alessandro Riolo, italiano con famigliari in Turchia, residente a Palermo. "Ho controllato su Google Maps e i due palazzi sono a terra". Zia Cavidan era la moglie dell'ex sindaco di Antiochia. Altri in famiglia si sono salvati, ma il loro palazzo è da demolire: "Sono crollate le scale e i muri interni". I parenti sopravvissuti adesso sono ad Arsuz, nella stessa provincia, sul Mediterraneo. Sfollati anche loro. E quelli che qui ad Antiochia hanno accettato di allontanarsi dalle macerie, sono ospitati allo stadio Hatay e lì, vivaddio, riforniti di cibo e vestiti.
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Il terremoto dell'Anatolia sudorientale ha toccato dieci province turche e quindici milioni di persone, un quinto degli abitanti del Paese. Altri quattro milioni sono da contare in Siria. E se Antiochia non è più abitabile, il distretto di Pazarcik, l'area dell'epicentro, più su, non è proprio vivibile. In tutta l'area colpita i senza casa sono milioni e molti sono già diventati profughi interni.
Ieri mattina Turkish airlines, con centosettanta voli, ha portato via 23.000 persone da Kahramanmaras, la metropoli più vicina al cuore del disastro. Altre 5.000 sono state spostate con i treni e in autostrada. Approderano sul Mar di Marmara e le coste dell'Egeo. Ad Antalya gli alberghi in inverno non lavorano e possono fare assistenza. Per ora sono state sistemate 15.729 persone, ha spiegato il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu. E ci sono altre diecimila stanze disponibili.
Bahjat Selo, 62 anni, rifugiata siriana a "Maras", ha detto alla Reuters: "Dobbiamo partire, restare qui è pericoloso. Io e la mia famiglia siamo stati per quattro anni nei campi profughi siriani e adesso siamo costretti a spostarci ancora". La maggior parte degli sfollati resta però al freddo, vicino casa, perché i cari sono ancora seppelliti nella polvere. Coltivano la speranza e, comunque, vogliono che i loro corpi siano riconsegnati. Il ricordo del 1999, con centinaia di vittime del terremoto gettate in fosse comuni, è recente.
La città di Adana è la base di approdo di molti scacciati dal sisma. Dalle prime ore di lunedì i senza casa della provincia sono stati alloggiati in aeroporto e al Palazzo dei congressi. Al porto di Iskenderun molti hanno trovato riparo in gelidi magazzini spaccati dalla prima scossa. Lungo l'autostrada che porta alla provincia di Hatay le aree di servizio sono diventate ricovero, quella di Belen è in condizioni igieniche pericolose.
È questo il nuovo problema che sta emergendo, solo mitigato dalle basse temperature: la tenuta sanitaria. Ad Antiochia non esiste un bagno pubblico, è saltato tutto con il terremoto. E le poche tende montate attorno allo stadio e all'area sportiva non sono servite da bagni chimici. "Arriveranno presto", assicurano i volontari del Centro di coordinamento dell'emergenza. Torna un altro ricordo, insidioso, di quel 1999: il tifo e il colera. Allora si diffusero e tutti questi corpi ancora da estrarre, oggi, sembrano un nuovo prologo a un'epidemia. Nel '99 i morti furono diciassettemila, ieri siamo arrivati, per questo sisma turco-siriano, a ventunmila. I palazzi crollati, e contati, sono già 6.800.