Iran, la lettera di Alessandra Campedelli: "Ecco perché, dopo le proteste delle donne, non potevo più allenare la Nazionale femminile di pallavolo"
di Alessandra Campedelli , di Alessandra Campedelli"Sono davvero grata di avere avuto l’occasione di fare questa esperienza. L’ho voluta fortemente e mi sono messa in gioco consapevole che avrei sicuramente incontrato delle difficoltà. Sono partita con tantissimo entusiasmo e con tante aspettative e tanti sogni, conscia del grande potenziale che ancora sono convinta che l’Iran abbia per sviluppare la pallavolo femminile. Non immaginavo però di incontrare tanti ostacoli… o meglio, pensavo ci fosse realmente la voglia da parte di entrambe le parti di affrontarli e superarli in maniera costruttiva in nome di un unico obiettivo che doveva essere quello di sviluppare la pallavolo femminile iraniana e di portare la Nazionale tra i primi quattro posti dell’Asia al cospetto di squadre come la Cina, il Giappone, la Corea e la Thailandia, che occupano posizioni di spicco nel ranking mondiale.
"Sono davvero grata di avere avuto l’occasione di fare questa esperienza. L’ho voluta fortemente e mi sono messa in gioco consapevole che avrei sicuramente incontrato delle difficoltà. Sono partita con tantissimo entusiasmo e con tante aspettative e tanti sogni, conscia del grande potenziale che ancora sono convinta che l’Iran abbia per sviluppare la pallavolo femminile. Non immaginavo però di incontrare tanti ostacoli… o meglio, pensavo ci fosse realmente la voglia da parte di entrambe le parti di affrontarli e superarli in maniera costruttiva in nome di un unico obiettivo che doveva essere quello di sviluppare la pallavolo femminile iraniana e di portare la Nazionale tra i primi quattro posti dell’Asia al cospetto di squadre come la Cina, il Giappone, la Corea e la Thailandia, che occupano posizioni di spicco nel ranking mondiale.
L'Iran dopo la morta di Mahsa Amini
Purtroppo ci ho messo poco a capire che la Federazione non era realmente pronta a dare tanto reale spazio alle donne. Forse perché solo in pochi al suo interno lo desideravano realmente. Per la maggior parte erano solo ‘parole’… solo un modo per ‘attirare le attenzioni e i favori’ del popolo pallavolistico e non. Ciò a cui non ero preparata era la situazione che si è venuta a creare in Iran dopo la morte di Mahsa Amini e che ha condizionato molto la mia tranquillità nel lavorare e nel mettermi a disposizione di una Federazione che negava tutto. Quando ho deciso di accettare la proposta ero davvero convinta che attraverso il mio lavoro nella pallavolo avrei potuto aiutare le mie giocatrici a sognare in grande. A credere in se stesse e nelle loro reali possibilità (non a sopravvalutarsi, chiaramente!). A prendere coscienza che con un lavoro adeguato e con pazienza ci si sarebbe, con gli anni, davvero potute avvicinare alle prime della classe.
Ho imparato molto e sono grata per questo. Ma la cosa più evidente che mi ha lasciato e che vorrei poi lasciare come testimonianza ai nostri giovani pallavolisti e ai nostri studenti e che qui, in Italia, tra mille indubbi problemi, siamo comunque fortunati. Noi siamo liberi di parlare (anche se lo dobbiamo fare con educazione!), siamo liberi di scrivere (…e di non cadere nella tentazione di diventare ‘leoni da tastiera’!), siamo liberi di scegliere cosa leggere, cosa ascoltare, siamo liberi di cantare per strada, di andare in palestra uomini e donne insieme, di vestirci come riteniamo consono alla situazione, di dire la nostra, di protestare pacificamente, di avere e manifestare le nostre idee, di professare la religione che scegliamo, di manifestare il nostro affetto e le nostre emozioni anche in pubblico. Di stringere la mano ad un uomo per ringraziare o per salutare. I nostri ragazzi, qui, hanno la possibilità di avere un’istruzione che li renda ‘cittadini liberi’… di pensare… di agire. Non sono cose scontate.
L'esperienza alla guida della nazionale iraniana
Ho vissuto un’esperienza complessa, difficile, ma che mi ha permesso di crescere ed evolvermi molto sia come persona, come donna, che dal punto di vista professionale. Ho dovuto riscoprire e poi allenare competenze che qui da noi non sono così fondamentali nelle relazioni. Ho dovuto imparare a mordermi la lingua e a sorridere anche dinanzi a situazioni per me incomprensibili e assurde. Tutto questo non per soldi, no! Ma perché, in cuor mio, pensavo davvero di poter seminare qualcosa, anche se di piccolo, per aiutare la pallavolo femminile e quindi le donne che gravitano nel mondo della pallavolo (e in Iran sono tante) ad evolversi, a credere in se stesse e nel loro potenziale. Perché è indubbio che in Iran il potenziale umano ci sarebbe: ci sono atlete molto dotate fisicamente per la pallavolo. Forse troppo sognatrice, ma non perché sopravvalutavo le mie capacità, sapevo sarebbe stata un’impresa difficile. Ma perché mi avevano davvero fatto credere che avevano voglia di cambiare e di dare vero e reale spazio anche alle donne. E io, ingenuamente, ci ho creduto. Io sicuramente i miei errori li ho commessi, ma perché sono andata là veramente per la mia passione per la pallavolo, senza coscienza, inizialmente, di tutto ciò che di sovrastruttura stava dietro al mio arrivo in Iran.
La fine del contratto
Il 31 gennaio il mio contratto è finito. Loro mi hanno proposto attraverso una email il rinnovo del contratto. Io non ho accettato. Nessun incontro per discutere. Nessuna risposta alla mia email. Le mie motivazioni erano chiare. La prima, etica: era diventato inaccettabile collaborare con una Federazione che fa capo ad un governo che non rispetta la vita e le elementari libertà della persona. Che non rispetta le donne. Una Federazione che negava anche ciò che stava succedendo dicendomi che ‘le proteste sono normali, in ogni Paese ci sono proteste e malcontento, anche in Italia’.
Una è stata di tipo professionale: non ci sono i presupposti per poter lavorare per ‘far realmente crescere la pallavolo femminile’. La Federazione, come ha specificato, in modo a mio avviso ridicolo, cerca risultati immediati. Non è nemmeno in grado di rendersi conto che la pallavolo femminile in Iran parte da una situazione generale talmente di basso profilo che per provare a raggiungere i livelli delle prime dell’Asia servono anni e anni di lavoro, a partire dal basso, non dalla Nazionale senior. La medaglia d’argento ai giochi Islamici (le donne iraniane, 74esime nel ranking mondiale, non salivano su un podio dal 1966) battendo 3-1 in semifinale l’Azerbaijan (32esima nel ranking mondiale) ha dimostrato che lavorando bene piano piano ci si può avvicinare, ma per adesso le prime squadre asiatiche sono lontane anni luce.
Se pensano davvero che con la sola mia presenza e con solo pochi mesi di lavoro si sarebbe potuto raggiungere un risultato simile, non fanno che dimostrare la loro poca competenza in materia e il loro tipico atteggiamento di pensarsi onnipotenti. 'Se vuoi raggiungere qualcosa che non hai mai avuto devi fare qualcosa che non hai mai fatto', ma non sono realmente stati disponibili a farlo a cambiare a riconoscere gli ‘errori’ passati; sono ancora troppo ancorati ad abitudini e ‘doveri politici’, anche nello sport. E ciò non si sposa con la volontà di progresso. Decisione sofferta? Da un lato sì, anche molto. Sono ancora nella fase in cui alla felicità per essere tornata si contrappone la tristezza e la preoccupazione per aver in qualche modo abbandonato le mie ragazze e le allenatrici che si erano affidate a me per la loro formazione e che in me hanno creduto e che nella mia presenza e nel mio lavoro hanno sperato. Non è affatto facile. È come se avessi lasciato ‘il mio lavoro incompiuto’, e non è da me. È proprio per queste ragazze, per queste donne, che ho deciso di portare a termine il mio mandato fino alla fine.
La situazione socio-politica in Iran
Preferisco non entrare nel merito e parlare solo della mia personale esperienza e di ciò che ho vissuto. La situazione da settembre è comunque molto cambiata anche per me, soprattutto perché non ero più libera di comunicare con il mondo esterno e con la mia famiglia visto che il governo, per ovvi motivi, limitava addirittura l’uso di Internet. Per il resto la mia vita si svolgeva soprattutto all’interno del Centro Olimpico Azadi e lì non arrivava nemmeno l’eco di ciò che avveniva a poca distanza. Ho vissuto per un intero anno in una cameretta tre metri per tre, sopra alla palestra, all’interno del centro olimpico Azadi. In questa cameretta c’era un televisore, ma senza satellite, quindi per me non era possibile guardare nulla. C’erano delle grandi finestre, senza tapparelle che permettessero di oscurare adeguatamente la camera per poter riposare al meglio. E con le sbarre. C’era l’aria condizionata. Avevo un frigorifero. Nella mia camera c’era il sistema di controllo dell’acqua calda per l’intero campus, quindi, ogni qualvolta ci fossero dei problemi, il personale doveva venire in camera mia per risolverli. Il Wi-Fi del campus non funzionava. Il personale del campus era delizioso e ha sempre cercato di aiutarmi e di farmi sentire a casa, ma per me è stata davvero dura. Il campus femminile era un luogo molto frequentato e quasi sempre pieno: non c’erano momenti, dalle 7 del mattino in poi, in cui godere di reale tranquillità. Era sicuramente una situazione dignitosa per chi ci si deve fermare per brevi periodi, ma per tutto l’anno è stata davvero dura. E io non sono una donna che ambisce al lusso: sono una abituata a fare le ferie in campeggio e ad arrangiarmi ovunque.
Le differenze tra uomini e donne
La cosa frustrante per me era vedere invece che gli allenatori uomini erano trattati in modo molto diverso. Gli allenatori della Nazionale maschile (tra cui inizialmente come secondo allenatore c’era anche il nostro Tom Totolo), vivevano a pochi metri di distanza, all’Olympic Hotel, una struttura a 5 stelle. Due pesi e due misure. Ogni volta che uscivo era mio dovere indossare l’hijab e uscire con braccia e gambe sempre coperte, anche con le elevate temperature estive. Non è stato facile abituarmici. Ma erano questi gli accordi presi con la Federazione. La cosa più difficile da comprendere e accettare però è stata il perché io dovessi indossarlo anche quando ci trovavamo al di fuori dell’Iran per i vari tornei. Io credo di aver fatto davvero tanto per andare incontro alla loro cultura, per conoscerla, per trovare un punto di incontro. Penso però che forse la Federazione non abbia nemmeno provato a capire quanto per una donna occidentale come me fosse difficile dover ‘stare alle loro regole e abitudini’ e che non abbia fatto nulla per venirmi incontro. Solo tante parole, all’inizio. E promesse, perennemente poi disattese.
I risultati con l’Iran
Parlare di risultati è davvero difficile. Non perché non siano stati ottenuti: abbiamo raggiunto un meraviglioso argento ai giochi islamici, in Turchia, quando la nazionale femminile iraniana non saliva sul podio dal 1966. Ma la federazione aveva altre aspettative, pretendeva di conquistare un posto tra le prime quattro squadre dell’Asia. Impensabile, nel mondo dello sport, in questa epoca, con alle spalle solo pochi mesi di lavoro e senza una solida ed esperta struttura organizzativa. Per migliorare la posizione nel ranking dell’Asia, in cui ci sono alcune tra le prime formazioni al mondo, serve partire dal basso. Va messo in discussione il sistema di formazione delle allenatrici donne (uniche a poter allenare le donne); vanno selezionate le atlete futuribili ‘per merito’ e non per altri criteri; va messo in discussione e ricostruito il sistema dei campionati giovanili (che ora sono inadeguati rispetto alle potenzialità e alle ambizioni di risultato); va ricercato un rapporto diverso con tutte le Province e non solo con quelle ‘politicamente più ricche’; va costruito ‘un sistema’ che porterebbe però a qualche modifica ‘nell’organigramma’ e alla necessità di scegliere alcune figure (realmente competenti!) ‘per merito’ e non ‘per conoscenza’.
Vanno formate e motivate tutte le figure ‘professionali’ necessarie a far crescere un movimento (dai funzionari ai team manager, agli staff medici, ai preparatori, addetti alla comunicazione etc) che, ricordo, devono essere tutte donne. Io ho provato a ‘dare suggerimenti’, ma la paura di alcune figure di ‘perdere la poltrona’ o di essere messi in discussione ha fatto sì che ogni mio tentativo venisse vanificato. Ho provato più volte a specificare che il mio intento era di essere propositiva, di aiutare a crescere, non di ‘criticare il passato’, ma… E poi ci sono quei risultati che per la Federazione sono stati ‘poca cosa’ o che addirittura non sono nemmeno degni di nota, ma che per me sono stati importanti e che avrebbero potuto rappresentare un vero ‘inizio per crescere’: primo, l’aver avvicinato e motivato tante giovani o anche meno giovani allenatrici. Aver dedicato loro tempo e attenzioni affinché potessero sentirsi responsabili e coinvolte nel processo di crescita della pallavolo femminile iraniana. Perché se la pallavolo femminile iraniana vuole crescere deve partire la loro e dalla loro formazione non solo teorica, fornendo certificazioni che poi non corrispondono alle reali competenze sul campo.
Secondo, l’aver viaggiato, nonostante le difficoltà, per incontrare e ‘scovare’ atlete talentuose anche nelle province più povere. L’aver permesso a queste atlete, fisicamente futuribili perché predisposte per la pallavolo di alto livello, ma attualmente molto acerbe, di appassionarsi e di ‘sentirsi capaci', ma sì, anche di sognare un futuro migliore grazie alla pallavolo. Spesso, probabilmente anche a causa delle difficoltà metodologiche che incontrano allenatrici poco esperte nell’allenare questa tipologia di ragazze, queste venivano escluse a priori. Non coinvolte in alcun processo di qualificazione. Infine, l’aver dato la possibilità a queste ragazze di ‘uscire dall’Iran’ per i nostri collegiali in Serbia, in Bulgaria e in Turchia. E poi la gratitudine che mi hanno espresso ora, in tante, ad avventura finita".
(Testo raccolto da Cosimo Cito)