In Nicaragua il regime si accanisce anche contro la Chiesa. Papa Francesco prega per il vescovo Alvarez arrestato
di Iacopo Scaramuzzi , di Iacopo ScaramuzziCITTA' DEL VATICANO - Papa Francesco ha espresso pubblicamente “preoccupazione” per il vescovo nicaraguense Rolando Alvarez, “a cui voglio tanto bene”, condannato a 26 anni dal regime di Daniel Ortega, e gli altri oppositori politici “deportati” negli Stati Uniti.
“Le notizie che giungono dal Nicaragua mi hanno addolorato non poco”, ha detto Jorge Mario Bergoglio all’Angelus domenicale, “e non posso qui non ricordare con preoccupazione il Vescovo di Matagalpa, monsignor Rolando Alvarez, a cui voglio tanto bene, condannato a 26 anni di carcere, e anche le persone che sono state deportate negli Stati Uniti. Prego per loro e per tutti quelli che soffrono in quella cara Nazione, e chiedo la vostra preghiera. Domandiamo inoltre al Signore, per l’intercessione dell’Immacolata Vergine Maria”, ha proseguito il pontefice latino-americano affacciato dalla finestra della sua biblioteca su piazza San Pietro, &ldquo…
CITTA' DEL VATICANO - Papa Francesco ha espresso pubblicamente “preoccupazione” per il vescovo nicaraguense Rolando Alvarez, “a cui voglio tanto bene”, condannato a 26 anni dal regime di Daniel Ortega, e gli altri oppositori politici “deportati” negli Stati Uniti.
“Le notizie che giungono dal Nicaragua mi hanno addolorato non poco”, ha detto Jorge Mario Bergoglio all’Angelus domenicale, “e non posso qui non ricordare con preoccupazione il Vescovo di Matagalpa, monsignor Rolando Alvarez, a cui voglio tanto bene, condannato a 26 anni di carcere, e anche le persone che sono state deportate negli Stati Uniti. Prego per loro e per tutti quelli che soffrono in quella cara Nazione, e chiedo la vostra preghiera. Domandiamo inoltre al Signore, per l’intercessione dell’Immacolata Vergine Maria”, ha proseguito il pontefice latino-americano affacciato dalla finestra della sua biblioteca su piazza San Pietro, “di aprire i cuori dei responsabili politici e di tutti i cittadini alla sincera ricerca della pace, che nasce dalla verità, dalla giustizia, dalla libertà e dall’amore e si raggiunge attraverso l’esercizio paziente del dialogo”.
Monsignor Alvarez e la repressione di Ortega
Monsignor Alvarez, protagonista del fallito tentativo di dialogo tra Governo e opposizioni nel 2018, con proteste di piazza represse nel sangue, è da mesi bersaglio della repressione del regime sandinista. Accusato dalle autorità di “organizzare gruppi violenti, per destabilizzare lo Stato e attaccare le autorità costituzionali”, il 19 agosto era stato prelevato e messo agli arresti domiciliari. Il presule era nella lista dei 222 oppositori scarcerati a sorpresa giovedì da Daniel Ortega e dalla moglie Rosario Murillo, e destinati negli Stati Uniti. Monsignor Alvarez si è però rifiutato di salire sull’aereo, ed è stato condannato a 26 anni e 4 mesi di carcere, nonché privato della nazionalità; i suoi diritti di cittadino sono stati sospesi a vita. Lo stesso Ortega, in gioventù rivoluzionario sandinista che ora, al quarto mandato, governa il paese con metodi autoritari, in un discorso televisivo ha parlato del vescovo tacciandolo di essere “facinoroso” e “folle” per non aver rispettato l’ordine di lasciare il paese e accusandolo di ritenersi “capo della Chiesa in Nicaragua e leader della Chiesa latinoamericana” e di voler “ricoprire il posto di sua santità il papa Francesco”.
Da anni ormai anche la Chiesa è finita nel mirino di Ortega. L’anno scorso il governo ha espulso il nunzio apostolico Waldemar Stanislaw Sommertag e 18 missionarie dell’ordine di Madre Teresa di Calcutta. Ha confiscato beni eccelsiastici, ha chiuso emittenti radiofoniche e televisive cattoliche, ha disposto l’annullamento della personalità giuridica di 101 ong legate alla Chiesa ed ha arrestato diversi sacerdoti e religiosi.
Dialogo e denuncia
Papa Francesco e la Segreteria di Stato, consapevole della drammaticità della situazione, ha però finora puntato all’understatement e al negoziato. “C’è dialogo, in questo momento”, ha detto Bergoglio sul volto di ritorno dal Kazakhstan a settembre scorso. “Si è parlato con il governo, c’è dialogo. Questo non vuol dire che si approvi tutto quel che fa il governo o che si disapprovi tutto. No. C’è dialogo, e quando c’è dialogo è perché c’è bisogno di risolvere dei problemi. In questo momento ci sono dei problemi. Almeno io mi aspetto che le suore di Madre Teresa di Calcutta tornino. Queste donne sono brave rivoluzionarie, ma del Vangelo! Non fanno la guerra a nessuno. Anzi, tutti abbiamo bisogno di queste donne. Questo è un gesto che non si capisce… Ma speriamo che tornino e si risolva. Ma continuare con il dialogo. Mai, mai fermare il dialogo. Ci sono cose che non si capiscono. Mettere in frontiera un Nunzio (si riferisce all'espulsione di monsignor Sommertag, ndr) è una cosa grave diplomaticamente, e il Nunzio è un bravo ragazzo che adesso è stato nominato da un’altra parte. Queste cose sono difficili da capire e anche da ingoiare”. Oggi, di fronte all’arresto del vescovo Alvarez, il Papa ha però rotto il silenzio con parole di condanna inequivocabile.
L'appello per Turchia e Siria
All’Angelus domenicale, il Papa è anche tornato a fare appello, per la terza volta in pochi giorni, per le persone colpite dal terremoto in Turchia e Siria. “Continuiamo a stare vicini, con la preghiera e con il sostegno concreto, alle popolazioni terremotate in Siria e Turchia”, ha detto Bergoglio, che ha continuato: “Stavo vedendo nel programma 'A Sua Immagine', le immagini di questa catastrofe, il dolore di questi popoli che soffrono per il terremoto. Preghiamo per loro, non dimentichiamolo, preghiamo e pensiamo cosa possiamo fare per loro. E non dimentichiamo – ha concluso Francesco – la martoriata Ucraina: che il Signore apra vie di pace e dia ai responsabili il coraggio di percorrerle”.