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Il miracolo dei bambini

I volti impolverati dei piccoli estratti vivi dalle macerie a giorni dal sisma sono l’unica buona notizia nell’apocalisse di Turchia e Siria: il terremoto del 6 febbraio è stato definito dall’Onu il peggior evento in un secolo nella regione. A moltiplicare il costo in vite umane corruzione e abusi edilizi criminali
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Aya è il "miracolo", il gesto di Dio. È una bambina nata da poche ore e con il volto schiacciato nella polvere. Un cordone ombelicale la tiene legata alla mamma, morta nella sua stanza, lunedì scorso, sotto i quattro piani segati dalla scossa delle 4,17. Aya, con quel nome che è un richiamo, è la luce dentro l'Apocalisse. Aya sono decine e decine di bambini salvati dall'obitorio, anche cinque giorni dopo il terremoto più fragoroso, qui, in Anatolia, da cento anni. 

Aya, la bambina nata durante il terremoto e trovata dai soccorritori tra le macerie in Siria 
È nata a Jindires, confine con la Turchia. Quel nord della Siria che, le parole sono prese in prestito dai soccorritori internazionali, "conosce un martirio senza pari nel mondo". Era nuda e al freddo, un livido sulla fronte, quando un uomo con la kefiah ros…

Aya è il "miracolo", il gesto di Dio. È una bambina nata da poche ore e con il volto schiacciato nella polvere. Un cordone ombelicale la tiene legata alla mamma, morta nella sua stanza, lunedì scorso, sotto i quattro piani segati dalla scossa delle 4,17. Aya, con quel nome che è un richiamo, è la luce dentro l'Apocalisse. Aya sono decine e decine di bambini salvati dall'obitorio, anche cinque giorni dopo il terremoto più fragoroso, qui, in Anatolia, da cento anni. 

Aya, la bambina nata durante il terremoto e trovata dai soccorritori tra le macerie in Siria 
È nata a Jindires, confine con la Turchia. Quel nord della Siria che, le parole sono prese in prestito dai soccorritori internazionali, "conosce un martirio senza pari nel mondo". Era nuda e al freddo, un livido sulla fronte, quando un uomo con la kefiah rossa e il giubbotto cachi ha sentito un rumore tra le macerie. Ha spostato una trave, era lei. Il compagno di ricerche le ha tagliato il cordone, "con quello che mi sono trovato per le mani". Il soldato con la kefiah ha preso la piccola reggendola sotto le braccia e, cinque passi svelti sopra le rovine, l'ha consegnata ai medici. Un terzo soccorritore ha provato a lanciare una coperta, ma si è impigliata in un escavatore. 

Terremoto, Idlib: il soccorritore chiama, i bimbi rispondono, poi la sega elettrica e gli occhi della piccola estratta viva

Afraa Abu Hadiya, la madre, dentro la stessa stanza aveva il battito fermo, e con lei era morta tutta la famiglia. Il papà, quattro fratelli. Il nome, Aya, gliel'hanno dato all'ospedale Jihan di Afrin. L'ha presa in cura il pediatra Hani Marouf e la moglie del direttore, che ha una bambina di quattro mesi, ha chiesto di poter allattare anche "il miracolo". Ora chiamano in migliaia, da tutto il mondo. Chiedono l'affido. Ha scritto un conduttore tv del Kuwait. In cima alla lista c'è, però, il prozio, presente al salvataggio. Il dottor Marouf è diventato il custode della neonata: "Ora Aya deve crescere, superare la crisi di ipotermia conosciuta nelle prime ore". La respirazione, che era lenta, è tornata normale. 

I miliziani ribelli adesso presidiano il reparto Maternità. Assicurano che tre giorni fa, utilizzando un'organizzazione di carità, funzionari di Assad sotto le spoglie di mercanti avrebbero voluta rapirla: sulla pelle della forte Aya, purtroppo, si continua a combattere. 

(afp)

I salvati

Ogni giorno, da sei giorni, la devastante tragedia turco-siriana segnala miracoli. Sembrava impossibile che uscissero vive persone - e soprattutto bambini - dopo 24, 36, 48 ore. Il peso dei solai crollati in due, tre secondi. Le difficoltà a trovare aria per respirare. E, la notte, la temperatura sotto zero. Ecco, ieri dalla città che non c'è più - Antiochia, il Sud che porta in Siria - è riemersa Aliye, gli occhi chiusi, i pugni stretti. Tremante. Ha quattro anni, e il volontario della mezzaluna rossa che l'ha sottratta alla morte piange sotto la mascherina e l'avvolge in una coperta bianca. Aliye Dagli aveva resistito 133 ore sotto le macerie. "Cerchiamo i suoi genitori, non sappiamo se siano vivi", ha detto la Protezione civile turca. 
È rimasta per 128 ore, quasi incosciente, sotto il peso del tetto di casa una ragazzina vicino ad Antiochia. Si chiama Arda. E nella stessa provincia, per 122 ore, una bambina di due anni. I clinici dicono che si dovranno studiare, questi casi, che portano in avanti le conoscenze della resistenza degli esseri umani in condizioni estreme. 

In Siria una bambina è stata estratta viva dalle macerie 40 ore dopo il terremoto

A Kahramanmaras, cuore del disastro, le squadre di soccorso hanno salvato sotto la neve Hülya Yilmaz, 30 anni, e il suo bambino di 6 mesi, Ayse. Un adolescente di 15 anni, Mahmut Nebi Uygul, è rimasto in trappola per un giorno e mezzo ad Adiyaman, stessa provincia. In ospedale Mahmut, salvato, ha rivisto il fratello più grande, era riuscito ad emergere subito dai calcinacci di casa. A sud, ad Hatay, una madre e le due figlie sono state estratte vive dopo 33 ore. Il cuore di una delle ragazze aveva smesso di battere in ambulanza, ma l'hanno rianimata. Yagiz, 10 anni, l'hanno salvato al quarto giorno. Meglio, alla quarta notte.

Ci sono oltre 28mila morti accertati tra i due Paesi colpiti, Turchia e Siria, e mancano al bilancio le vittime delle aree siriane sotto controllo dell'opposizione. Sostengono, le autorità turche, che i soccorsi abbiano salvato 80.000 persone. Non esiste possibilità di verifica. "Sono centinaia di migliaia gli edifici inagibili nel Sud della Turchia", ha detto ancora il presidente Recep Erdogan con l'abituale sicurezza, "e tra poche settimane inizieremo la ricostruzione". La verità è che ci vorranno mesi per togliere tutte le macerie dalle spalle dei morti e in molti edifici, soprattutto al Sud, attorno a diversi palazzi non si è ancora iniziato a scavare. "Le vittime potranno raddoppiare", sostiene Martin Griffiths, responsabile degli aiuti umanitari dell'Onu.

I sommersi

Inviati nell'incubo Antiochia, i vigili del fuoco italiani hanno salvato due giovani turchi, ma hanno anche estratto sei bambini senza vita. Una di loro, 4 anni, era la figlia di Samir, il padre di ventisei tirato fuori illeso. È rimasto silenzioso per tutto l'intervento: dall'inferno di Ugur Mumcu, la grande strada della periferia Nord, è uscito lui, non la sua piccola. Era sdraiata, la bocca a terra, s'intravvedeva un pigiama, i capelli scuri. Ancora non si è capito se in casa, la casa sconvolta, c'erano altri della famiglia. Da Antiochia, ora, sta andando via la prima squadra degli urban researcher italiani, gli danno il cambio. Ma è stata dura recuperare, il primo giorno di operazioni, due bambine senza vita, quindi un maschio e, ieri notte, due ragazzini e una coetanea. Sei, appunto. Il quarto e la quinta, racconta Luca Cari, "li abbiamo trovati abbracciati ai genitori". Morti anche loro.

Nella notte di Antiochia, con i vecchi attorno ai tizzoni di fuoco e i figli a camminare senza una meta, con le ambulanze ferme a sirene spiegate, bloccate da un traffico paralizzato, la disperazione rischia di travolgere una Protezione civile turca avventurosa e disorganizzata. Giulia Longo, 27 anni, program manager della Caritas, ha perso la sua casa a Kahramanmaras e racconta: "Gli autisti che ad Antiochia devono consegnare cibo e coperte sono stati assaltati dagli sfollati. Le persone, tutte senza una casa, sono affamate, assetate. L'acqua, in bottiglia, c'è, ma è difficile consegnarla". Hanno chiesto a Giulia di far evacuare due adolescenti di 8 e 12 anni. Non hanno genitori, gli unici parenti sono in Siria. Da Istanbul, dove sta lavorando, non è riuscita a intervenire e i ragazzini sono stati inghiottiti dalla folla che cammina: "È difficile ogni comunicazione, i telefonini vanno giù di batteria e non c'è elettricità per ricaricarli". In tutta la città non c'è acqua nei tubi, né gas nella rete. Le persone che si sono ammassate allo stadio Hatay non hanno bagni a disposizione. 

Turchia, tredicenne salvato dopo 55 ore dal terremoto insieme al suo uccellino da compagnia

Sì, ad Antiochia ha ripreso a lavorare l'esercito austriaco. Aveva interrotto le ricerche dei dispersi nella zona assegnata perché "preso in mezzo da scontri tra bande". Bande di giovani disperati. "I nostri soldati hanno dovuto chiamare, a loro volta, l'esercito turco", ha spiegato Marcel Taschwer, portavoce del ministero della Difesa austriaco. Le condizioni di pericolo sul terreno, però, "non sono cambiate". 

A Iskenderun, sempre a Sud, sul mare, sono crollate la basilica dell'Annunciazione e l'appartamento personale di monsignor Paolo Bizzeti, il vicario apostolico della chiesa cattolica per l'Anatolia. Gli sfollati dalle tante case abbattute, dopo essersi riparati nei magazzini portuali abbandonati, hanno saccheggiato i negozi vicini e picchiato gli autisti in arrivo. Racconta monsignor Bizzeti: "Appena i camion dell'assistenza si fermano, i profughi li rincorrono, a volte li raggiungono". La Protezione civile turca ha beni di prima necessità fermi nella Prefettura di Iskenderun e non riesce a gestirli, "eppure il governo ha voluto centralizzare anche gli aiuti umanitari". Un decreto presidenziale, giovedì, ha messo per iscritto che tutti i beni - soldi compresi - devono essere consegnati al soccorso locale, l'Afad.

I soccorritori assistono un ragazzo di 11 anni sopravvissuto al terremoto ad Hatay, Turchia (reuters)

"Un gruppo da Belgrado era pronto ad attivare per la Caritas, in 24 ore, una cucina e pasti per mille persone al giorno", spiega ancora l'alto prelato, "quando hanno letto le nuove indicazioni, si sono ritirati. Il governo turco sta legando le mani a tutte le organizzazioni di assistenza". Anche il team di Eataly, che a 2.100 metri d'altezza ha raggiunto Malatya, è in forte difficoltà in questa co-gestione forzata. 

La Siria alle Ong: "Consegnateci metà aiuti"

L'uso di acqua e coperte a fini politici, nel corso di un'emergenza senza precedenti, è un atteggiamento che sta attuando anche il governo siriano. L'Organizzazione non governativa italiana Un Ponte Per ha denunciato che il convoglio di aiuti della Mezzaluna Rossa Curda, loro partner, diretto dal Nord Est ad Aleppo e nei villaggi vicini, "bisognosi di tutto", è stato bloccato nel tardo pomeriggio di ieri dalle forze di Assad. "Il governo di Damasco pretende che la Mezzaluna consegni metà delle merci per far passare il convoglio al check-point, nonostante gli operatori sanitari abbiano chiarito che porteranno i beni anche alle zone controllate dal regime". Le forze di Damasco, assicura l'organizzazione italiana, avanzeranno la stessa richiesta - consegna di metà del carico - a tutte le Ong, locali e internazionali, che vorranno consegnare aiuti nel Nord-Ovest terremotato. "È un livello di strumentalizzazione politica degli aiuti assolutamente inaccettabile che, tra l'altro, apre le porte alla corruzione". 

È stato lo stesso presidente turco a parlare di "sciacalli e rapimenti", rapimenti di bambini, in queste ore. Quarantotto persone sono state arrestate per sciacallaggio in otto province colpite dal terremoto.


Seyma Gökkaya, poco più di vent'anni, aveva visto arrivare il cataclisma prima degli altri. Tre anni fa, era il novembre del 2020, dopo due terremoti, a Elazig e Izmir, e 158 morti, aveva scritto su Twitter: "Da una che vive a Kahramanmaras, una delle città ad alto rischio sismico: se un giorno questo luogo subirà il destino di Elazig o Izmir, non aiutate me o la mia famiglia perché siete buoni. Battetevi per i nostri diritti". Seyma studiava odontoiatria a Istanbul, avrebbe dovuto laurearsi tra qualche mese ed era tornata a far visita alla famiglia. L'hanno ritrovata sotto le macerie di "Maras" tre giorni fa. Parlava, già allora, dei tanti condoni edilizi di cui è costellata la storia politica turca degli ultimi vent'anni e su cui Erdogan ha costruito un pezzo del suo consenso. 

A Malatya, Antiochia e Gaziantep si sono sbriciolati palazzi tirati su nel 2019, vuole dire un anno dopo l'ultima stretta sulle regole anti-sismiche decisa - sulla carta - dal governo. A Gaziantep alcuni residenti hanno raccontato che nel seminterrato di un palazzo erano stati tagliati i piloni per fare più spazio ai parcheggi. E ieri, nella tardiva caccia ai responsabili, sono stati arrestati un imprenditore di quella provincia e undici di Sanliurfa.