Israele, tensione sulla nuova giustizia: Netanyahu contestato nelle piazze
di Rossella Tercatin , di Rossella TercatinGERUSALEMME - Giornata cruciale oggi alla Knesset. Mentre dentro l'aula comincia l'iter della controversa riforma della giustizia, sul piazzale antistante si attendono decine di migliaia di persone pronte a manifestare contro le proposta di riforma della giustizia del governo di Benjamin Netanyahu. Come ha ricordato il presidente Isaac Herzog, alla vigilia dell'appuntamento decisivo Israele è un Paese spaccato. "Entrambe le parti devono capire che se a vincere è una fazione sola, non importa quale, a perdere saremo tutti e sarà Israele", ha detto ieri in un discorso straordinario alla nazione.
Herzog ha invitato coloro che si oppongon…
GERUSALEMME - Giornata cruciale oggi alla Knesset. Mentre dentro l'aula comincia l'iter della controversa riforma della giustizia, sul piazzale antistante si attendono decine di migliaia di persone pronte a manifestare contro le proposta di riforma della giustizia del governo di Benjamin Netanyahu. Come ha ricordato il presidente Isaac Herzog, alla vigilia dell'appuntamento decisivo Israele è un Paese spaccato. "Entrambe le parti devono capire che se a vincere è una fazione sola, non importa quale, a perdere saremo tutti e sarà Israele", ha detto ieri in un discorso straordinario alla nazione.
Herzog ha invitato coloro che si oppongono alla riforma a ricordare come essa sia frutto del dolore reale di milioni di cittadini che sentono che non ci sia un adeguato bilanciamento tra i poteri dello Stato. Allo stesso tempo però ha chiesto alla maggioranza di ricordare come milioni di israeliani considerino i cambiamenti proposti un grave attacco alla democrazia.
Il piano dell'esecutivo prevede innanzitutto di limitare i poteri della Corte Suprema. Israele non ha una costituzione formale, ma negli anni ha passato un certo numero di leggi dichiarate fondamentali che hanno assunto rango costituzionale e a partire dagli anni Novanta la corte ha respinto iniziative legislative che ne infrangessero le previsioni, in particolare in materia di diritti fondamentali. I fautori della riforma accusano il tribunale, all'epoca guidato dall'iconico giudice Aharon Barak, di aver implementato un cambiamento fondamentale nel sistema di governo senza alcun mandato popolare perché né il ruolo della corte né lo status speciale delle Leggi fondamentali (approvate dalla Knesset a maggioranza semplice) sono state mai formalmente riconosciute dal Parlamento.
Secondo quanto proposto, la corte non avrà più il potere di esaminare la possibilità che una legge violi quelle fondamentali. Inoltre la possibilità di annullamento (che oggi richiede la maggioranza semplice dei giudici) rimarrà solo con almeno 12 dei 15 magistrati riuniti in seduta plenaria. Tuttavia, a meno che la decisione non sia presa all'unanimità, la Knesset potrà ri-promulgare le leggi bocciate, con una semplice maggioranza di 61 deputati su 120. Nel caso in cui tutti i giudici siano d'accordo, invece, la legge non potrà essere riproposta, ma solo fino al termine del mandato.
Un altro punto essenziale della riforma prospettata è la modifica delle modalità di nomina dei giudici, cambiando la composizione della commissione incaricata di selezionarli (sia per la Corte suprema che per i tribunali inferiori). Se attualmente la commissione è composta da ' membri - avvocati, giudici, e una minoranza di politici - in futuro dovrebbe passare a 11 membri, 7 dei quali parte o nominati direttamente dall'esecutivo. Secondo quanto proposto dal governo inoltre in futuro i magistrati della Corte Suprema non potranno usare il criterio di "ragionevolezza" per annullare atti amministrativi e decisioni delle autorità locali e nazionali, criterio che chi sostiene la riforma ritiene sia usato in modo eccessivamente soggettivo.
Infine ai ministri dovrebbe essere consentito nominare i propri consulenti legali, invece di utilizzare i professionisti non politici impiegati dal Ministero della Giustizia. Questo si inserisce anche nel quadro di un cambiamento nella figura del procuratore generale che al momento funge anche da consulente legale dell'esecutivo. Così per esempio nei giorni scorsi la procuratrice Gali Baharav-Miara ha emesso il suo parere sulla riforma, condannandola senza mezzi termini: il governo punta invece a poter scegliere esperti che ne sostengano le misure.
Se i difensori della riforma fanno notare come molte delle sue clausole esistano anche in altri Paesi, i suoi critici rispondono che il problema non sono le singole misure ma il loro complesso, in un Paese in cui nei fatti il potere giudiziario è l'unico a fare da contrappeso a quello dell'esecutivo. Se il dialogo interno è incandescente, su Netanyahu si accumulano anche le pressioni internazionali, con il Presidente Usa Joe Biden che al New York Times ha sottolineato l'importanza dell'indipendenza della magistratura e di realizzare riforme sostanziali solo con ampio consenso. Nel suo discorso, Herzog ha invitato tutti ad abbassare i toni e la maggioranza a fare un passo indietro per cercare un progetto condiviso. Apparentemente però senza successo.