Tra le macerie della Siria divisa: “Siamo rimasti soli, non ci resta che scappare”
dal nostro inviato Corrado Zunino , dal nostro inviato Corrado ZuninoARIBA (SIRIA) - Berat non vuole più scavare. La casa della zia, su cui è seduto, ha seppellito due parenti. Alle spalle, l'altra casa a terra, la sua, ha soffocato l'intera famiglia diretta. Ci sono cinque persone sotto, tra i due fabbricati grigi. Per loro Berat ha alzato polvere da lunedì, ha iniziato a cercarle poche ore dopo l'esplosione del grande terremoto, ma all'ottavo giorno si è seduto. Sulle macerie. La testa tra le mani, bianche di gesso, lui, trent'anni superati, la barba curata, un maglione nero indossato sopra la pelle, si rivolge al cielo: "È questo l'Islam? Questo il suo regno?".
All'ottavo giorno dal terremoto siamo entrati in Siria, dal varco Sud-Est turco di Cilvegozu, a bordo di un van della presidenza turca. Non esiste altra possibilità, oggi, per raggiungere legalmente questi territori contesi e martoriati. La Siria, la Siria del Nord-Ovest in particolare, è un lembo di dolor…
ARIBA (SIRIA) - Berat non vuole più scavare. La casa della zia, su cui è seduto, ha seppellito due parenti. Alle spalle, l'altra casa a terra, la sua, ha soffocato l'intera famiglia diretta. Ci sono cinque persone sotto, tra i due fabbricati grigi. Per loro Berat ha alzato polvere da lunedì, ha iniziato a cercarle poche ore dopo l'esplosione del grande terremoto, ma all'ottavo giorno si è seduto. Sulle macerie. La testa tra le mani, bianche di gesso, lui, trent'anni superati, la barba curata, un maglione nero indossato sopra la pelle, si rivolge al cielo: "È questo l'Islam? Questo il suo regno?".
All'ottavo giorno dal terremoto siamo entrati in Siria, dal varco Sud-Est turco di Cilvegozu, a bordo di un van della presidenza turca. Non esiste altra possibilità, oggi, per raggiungere legalmente questi territori contesi e martoriati. La Siria, la Siria del Nord-Ovest in particolare, è un lembo di dolore e distruzione, di povertà e fame, da non avere paragoni possibili. Due ore dopo, e quindici chilometri percorsi verso occidente sui crateri lasciati dalle bombe di Bashar al-Assad, il villaggio di Ariba è stato il primo a mostrare la distruzione dei luoghi: era raso al suolo.
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Un solo escavatore
Il big bang creato undici chilometri in profondità nella provincia di Kahramanmaras, in Turchia, all'alba del 6 febbraio si è allungato verso Sud portandovi una devastazione ancora più pesante. Ha sbriciolato, ultima frontiera turca, i grattacieli di Antiochia e, varcato il confine, ha finito le casupole siriane di Haram e, appunto, del villaggio di Ariba, quello di Berat.
Colline di calcinacci, lamiere, quaderni per bambini, gomme esplose. Ariba, ancora nel 2004, censiva 585 persone al suo interno. Sono cresciute, senz'altro, in vent'anni, la guerra civile ha portato qui centinaia di profughi, ma ieri le forze di difesa civile dei territori liberati - Assad li chiama "occupati", cambiando prospettiva - parlavano di 627 vittime contate. Una proporzione enorme.
"Siamo usciti subito per tirare fuori i vivi", racconta il responsabile nell'area dei Caschi bianchi, i gilet gialli chiamati a coordinare le emergenze, non solo quelle dei terremoti, in questo lembo di Siria del Nord-Ovest. Il sisma delle 4,17, tuttavia, ha reso plateale le possibilità limitate di questa Protezione civile, povera come tutto il resto. Nella città formicaio di Haram, governatorato di Idlib, il grigio dei blocchi di mattone sale lungo la collina senza lasciare spazi.
Due quartieri sono venuti giù per intero e per liberare le macerie lavora un solo escavatore, intorno ragazzi e bambini cercano dispersi ancora in vita nei vuoti lasciati dalla benna. Passa un'autocisterna e un uomo con la kefiah da sopra lancia getti d'acqua sui detriti, sopra la strada che cola fango, sui ragazzi in sella a moto che, nei Cinquanta, in Occidente, già non si producevano più. Haram, ventinovemila abitanti presunti, di morti, fin qui, ne ha contati 720.
Le vittime ancora sotto le macerie
In Turchia i salvataggi dei sommersi arrivano anche 200 ore dopo le 4,17 di lunedì scorso. In queste città siriane diroccate, dalle macerie escono solo morti. E sono persino pochi perché si scava con i mezzi ridotti al minimo, vecchi motori a scoppio che non si capisce cosa debbano alimentare. Con i resti degli interni degli appartamenti sconvolti, si riempiono a braccia camioncini scoperti: materassi laceri, divani sghembi, tavoli in ferro, bidoni di latta. Non si buttano, in questa città che non aveva nulla e oggi ha meno di nulla.
Le macerie, invece, ogni ora sono più alte, anche dieci metri: spostate dall'unico escavatore, nessuno le può rimuovere. "Ogni metro che andiamo avanti, la conta delle vittime cresce", dice il responsabile locale dell'Organizzazione mondiale della sanità. Ancora lunedì parlava di 9.000 vittime in Siria, quasi il doppio dei numeri offerti, ieri, dal governo Assad e dai miliziani filo-Turchia.
Sì, la Turchia, ingombrante vicino. Il presidente Recep Erdogan ha iniziato a finanziare le forze anti-Assad, che al loro interno trattengono una carica jihadista mai sopita, affinché i miliziani cacciassero dal Nord della Siria gli odiati curdi. I ribelli hanno eseguito e in cambio hanno ottenuto da Ankara aiuti umanitari e lire turche, moneta corrente, qui, insieme al dollaro americano.
Negli ultimi tre anni il simbolo della Mezzaluna turca si è diffuso rapidamente e il governo di Erdogan ha fatto aprire pastifici che sfornano ventimila pani al giorno, questo lungo la statale M45, e ospedali oggi gestiti da personale siriano. Con il consenso dei suoi abitanti, Ankara è riuscita a trasformare il Nord della Siria non governativo in un protettorato speciale.
Nuova emigrazione
Il terremoto ha impresso un altro cambiamento alla politica dell'area: dopo aver vicendevolmente bloccato le merci in uscita dai tre varchi del Sud della Turchia, scatenando un'indignata reazione internazionale viste le emergenze dettate dal sisma, Assad ed Erdogan nelle ultime ore sembrano aver trovato, suggeriti dagli alleati, una graduale gestione non conflittuale dell'acqua, delle coperte, delle tende da campo.
Pur colpito dalle scosse, e per tre anni chiuso agli aiuti Onu, il passaggio di Bab as Salam ieri ha fatto passare in direzione meridionale i primi undici camion dell'Organizzazione mondiale della migrazione, con i loro carichi di necessità, e alcune bare con il drappo verde sopra. Poche ore prima aveva riaperto la frontiera di Bab al Hawa mentre alcuni giornalisti potevano visitare la Zona Nord passando, appunto, per Cilvegozu.
L'attivista di Idlib, Abdulkafi Alhamdo, program manager di "Still I rise", dice: "Molti siriani, molti più di prima, vorrebbero scappare in Europa, in Turchia". Il traduttore Yazan Hijazi, anche lui di Idlib, aggiunge: "La Turchia è scesa nelle nostre terre, ha ridefinito alcuni confini spostandoli in avanti e alzando nuovi muri, ma adesso, dopo la catastrofe, potrebbe essere Erdogan a non voler più aiutare la Siria del Nord. Il terrore di una nuova ondata di migranti potrebbe fermare ogni progetto di allargamento territoriale".