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Albania, il Grande fratello dei narcotrafficanti: smontate centinaia di telecamere con cui i boss controllavano anche la polizia

Edi Rama 
Operazione in tutto il Paese. Con la rete di videosorveglianza le gang intimidivano anche la popolazione
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Altro che Gomorra. Le mafie albanesi hanno gestito una rete tecnologica di controllo del territorio, con telecamere piazzate ovunque per proteggere le loro roccaforti. Una ragnatela di videosorveglianza più potente di quelle delle istituzioni statali, che gli ha permesso di proseguire nei traffici senza temere le irruzioni della polizia. Per anni questo Grande Fratello orwelliano si è esteso indisturbato nella capitale e in altre cittadine, colonizzando interi quartieri sotto gli occhi elettronici delle gang più feroci d’Europa.

Ora le autorità di Tirana hanno deciso di oscurare lo sguardo del potere criminale. Gli agenti hanno lanciato un’operazione in tutto il Paese, smontando in una settimana più di cinquecento telecamere, metà delle quali nella capitale. 

Il problema era stato denunciato da diverse inchieste giornalistiche, senza che ci fossero interventi. Ma durante le indagini sulla bomba fatta esplodere davanti alla c…

Altro che Gomorra. Le mafie albanesi hanno gestito una rete tecnologica di controllo del territorio, con telecamere piazzate ovunque per proteggere le loro roccaforti. Una ragnatela di videosorveglianza più potente di quelle delle istituzioni statali, che gli ha permesso di proseguire nei traffici senza temere le irruzioni della polizia. Per anni questo Grande Fratello orwelliano si è esteso indisturbato nella capitale e in altre cittadine, colonizzando interi quartieri sotto gli occhi elettronici delle gang più feroci d’Europa.

Ora le autorità di Tirana hanno deciso di oscurare lo sguardo del potere criminale. Gli agenti hanno lanciato un’operazione in tutto il Paese, smontando in una settimana più di cinquecento telecamere, metà delle quali nella capitale. 

Il problema era stato denunciato da diverse inchieste giornalistiche, senza che ci fossero interventi. Ma durante le indagini sulla bomba fatta esplodere davanti alla casa di un poliziotto a Scutari, nel Nord del Paese, si è scoperto che l’abitazione era stabilmente sorvegliata da uno degli apparati delle gang installato all’inizio della strada. Così è stato avviato un censimento, individuando centinaia di telecamere messe sui pali della luce, sugli edifici pubblici, persino sopra i cartelli stradali. Tutte collegate alle centrali di vigilanza dei clan, che spesso potevano orientarle da remoto per focalizzare l’attenzione su una singola persona o su una determinata vettura. Un modo di evitare sorprese delle gang rivali e delle forze dell’ordine.

Secondo un dossier del Balkan Investigative Reporting Network, questo spionaggio serviva anche a imporre la legge delle famiglie sul territorio: tutti si sentivano minacciati e schiavi del racket.

L’operazione della polizia è stata – ha detto il premier Edi Rama – “un po’ come una situazione da Comma 22, in cui venivamo accusati per non intervenire, ma anche ci accusavano quando intervenivamo. Il fatto che adesso l’abbiamo affrontata testimonia che il governo è impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata”. L’ex ministro della Giustizia e degli Esteri, Aldo Bumci, ha dichiarato che le cosche albanesi hanno costruito una rete globale del traffico di droga e ripuliscono i guadagni a Tirana: sostiene che i cartelli impieghino decine di migliaia di famiglie per coltivare marijuana e sfruttino le relazioni con l’Europa occidentale per muovere carichi di eroina e cocaina. L’Albania come un nuovo narco-Stato? Il capo del governo Rama ha respinto queste accuse: “La coltivazione di cannabis è stata drasticamente ridotta dalla repressione della polizia e le operazioni condotte con i partner internazionali mostrano quanto siamo sempre più efficaci nel contrastare la criminalità in patria e all’estero”.

L’ascesa delle mafie albanesi nel gotha del narcotraffico però è un dato rilevato da tutti gli investigatori d’Europa. Anche in Italia, ricchezza e violenza hanno permesso a questi clan di inserirsi da protagonisti nell’importazione e nello smercio di cocaina, da Milano a Roma: le ultime istruttorie indicano come i boss balcanici stiano passando dai quintali alle tonnellate di polvere bianca. E ci sono diverse segnalazioni sulla presenza di emissari nelle piazze sudamericane per trattare direttamente con i produttori l’acquisto di stupefacenti. Il sospetto è che i capitali raccolti con la droga vengano ripuliti dagli istituti di credito di Tirana: lo scorso anno il governo aveva proposto una sanatoria fiscale sui depositi bancari inferiori a due milioni di euro, che prevedeva una tassa una tantum del dieci per cento. Una buona occasione per legalizzare i tesori dei padrini.

In patria le telecamere erano considerate il simbolo dell’impunità dei mafiosi, che si impadronivano dei quartieri e dei paesi sottoponendoli al loro controllo. E in qualche maniera la mappa del potere criminale coincide con quella degli apparecchi smantellati: 39 telecamere sono state smontate a Korça e Pogradec; tre a Dibra e altrettante a Girocastro: venti nell’area di Fier e ben 59 a Scutari, oltre ovviamente alle duecento neutralizzate in varie zone di Tirana.