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Guerre lunghe e reti del terrore: le sfide della nuova intelligence

Palazzi distrutti dai bombardamenti russi in Ucraina (reuters)

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Perché all’Italia serve un Consiglio per la sicurezza nazionale
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Quando, praticamente un anno fa, è incominciata la cosiddetta “operazione speciale” in Ucraina, l’intelligence russa aveva previsto settimane se non giorni per la conclusione delle attività militari. Una guerra lampo che avrebbe garantito il controllo del territorio e l’insediamento di un nuovo governo filorusso. Le cose non sono andate esattamente così. In questi giorni il capo della Wagner Yevgeny Prigozhin ha parlato di almeno uno o due anni per la conquista del solo Donbass. Regione già controllata, in larga misura, prima del 24 febbraio dalle milizie filorusse. E Prigozhin, meglio noto come il cuoco di Putin, non può essere considerato né un disfattista né un oppositore del regime. Anzi!

Ma cosa ha portato a un così clamoroso errore di valutazione? Si tratta di un caso di scuola del cosiddetto “pregiudizio dello specchio”. Invece di analizzare i dati della realtà, si frappone…

Quando, praticamente un anno fa, è incominciata la cosiddetta “operazione speciale” in Ucraina, l’intelligence russa aveva previsto settimane se non giorni per la conclusione delle attività militari. Una guerra lampo che avrebbe garantito il controllo del territorio e l’insediamento di un nuovo governo filorusso. Le cose non sono andate esattamente così. In questi giorni il capo della Wagner Yevgeny Prigozhin ha parlato di almeno uno o due anni per la conquista del solo Donbass. Regione già controllata, in larga misura, prima del 24 febbraio dalle milizie filorusse. E Prigozhin, meglio noto come il cuoco di Putin, non può essere considerato né un disfattista né un oppositore del regime. Anzi!

Ma cosa ha portato a un così clamoroso errore di valutazione? Si tratta di un caso di scuola del cosiddetto “pregiudizio dello specchio”. Invece di analizzare i dati della realtà, si frappone ad essa uno schermo, uno specchio appunto. Che riflette i convincimenti, le aspettative, gli auspici del protagonista e non la realtà. In questo caso nello specchio si rifletteva Putin. Nel corso della storia il “pregiudizio dello specchio” ha colpito più volte. Mediamente gli autocrati sono più esposti.

Comunque sia andata, oggi siamo nel pieno di una guerra lunga. Forse lunghissima. Ma più è destinata a durare, e più la guerra si presenta oltre al tragico conflitto sul terreno con una dimensione “asimmetrica”, che si combatte con armi non convenzionali e che prescinde dagli specifici “teatri” avendo come scenario potenziale il mondo. Nei giorni scorsi siti riconducibili alla Nato sono stati sottoposti ad attacchi informatici senza precedenti per scala, scopo e varietà delle tecniche utilizzate. È facile pensare che dietro questa guerra informatica ci siano attori russi. Nelle scorse settimane il leader della formazione jihadista Nusrat al-Islam, con epicentro operativo in Mali, ha reso noto un video, il primo dall’autunno del 2020, in cui si vedono alcuni notabili Tuareg (tribù chiave del deserto del Sahara) mentre prestano giuramento di fedeltà (bay’a) all’emiro Iyad Ghali, capo dell’organizzazione qaedista. In Mali, a sostegno della giunta militare, sono dispiegati i miliziani della Wagner di Prigozhin dopo il ritiro del contingente francese. Nusrat al-Islam e il suo capo hanno una loro autonoma strategia “terroristica”. Ampiamente dispiegata negli anni e anche nelle ultime settimane. Tuttavia, il lasciare mano libera in Mali può non essere casuale.

La guerra in Ucraina non ha indebolito il terrorismo islamico. In un inusuale report sulle proprie attività settimanali di terrore, tra maggio e dicembre 2022, Daesh ha rivendicato 17 attentati nel mondo. Gran parte dei quali concentrati in Africa centro-settentrionale. Confermando così che, oggi, l’Africa insieme con l’Afghanistan è il principale incubatore del terrorismo. Il rischio della variante asimmetrica del terrorismo, per soggettività diretta o indotta, è pienamente squadernato sotto i nostri occhi.

La dimensione asimmetrica della guerra lunga costituisce, dunque, una sfida cruciale per il mondo dell’Intelligence. Anche per quella italiana. Nel tempo è maturata l’idea che essa rappresenti un patrimonio importante per l’intero Paese. Ha sicuramente contribuito a questo risultato il fatto che le “due grandi riforme” dell’intelligence, quella del ‘77 e quella del 2007 (trent’anni dopo) siano state votate dal Parlamento a larghissima maggioranza. Ma hanno contato soprattutto i risultati. La sconfitta del terrorismo interno in anni lontani. La capacità di preservare l’Italia, in tempi più recenti, dagli attacchi del terrorismo jihadista. Senza leggi eccezionali. Difendendo la democrazia, per usare una bellissima espressione del presidente Pertini, con le armi della democrazia. Il crollo del muro di Berlino, il superamento del mondo diviso in due blocchi è stato, tuttavia, essenziale per il salto di qualità. Rapidamente l’intelligence italiana è stata chiamata a una “rivoluzione”. Passare, cioè, da una presenza specifica importante ma dentro un quadro di ruoli e gerarchie proprie di un blocco, quello atlantico, contrapposto irriducibilmente al blocco sovietico, all’essere attore globale di un mondo aperto e competitivo. Questo è stato il senso profondo della legge di riforma votata nel 2007 a cavallo tra l’attacco alle Torri Gemelle del 2001 e l’insorgere del Califfato islamico del 2013.

La guerra in Ucraina, tuttavia, ha rappresentato, e rappresenta, una sorta di ’89 rovesciato. Quanto quel “crollo” era liberatorio, tanto questa guerra è angosciante. Quanto, allora, si aveva la sensazione collettiva di vivere un nuovo inizio, tanto, ora, si addensano fittissime “le ombre del domani”. Con la guerra, con la sua connessa dimensione asimmetrica, è radicalmente cambiato il quadro della minaccia. Si richiede un ulteriore salto di qualità alla nostra intelligence. Da vivere con lo spirito di ampia condivisione proprio delle “riforme di sistema” che ha segnato tutte le scelte del passato. Sapendo che quella che appare la via più semplice per garantire efficienza, quella della reductio ad unum, di un solo servizio, non è detto che funzioni. Anzi, finora non ha funzionato. I principali paesi della Nato, gran parte dei nostri partner europei, hanno un modello, per così dire, “plurale”. Con più Agenzie. Sino agli Stati Uniti che ne hanno ben 17. Sarà forse solo un caso: ma la Spagna e la Grecia, che hanno il modello unico, in questi ultimi mesi sono stati al centro di casi assai delicati nel campo delle intercettazioni. L’approccio plurale, dunque, è garanzia di trasparenza, impedisce la concentrazione dei poteri e, in questa fase storica, soprattutto consente maggiore specificità, profondità nella conoscenza e nel contrasto delle nuove minacce. Dal cyber al terrorismo. Dallo spazio all’economico-finanziario. Naturalmente, senza nessuna duplicazione né separazione. Anzi, rafforzando radicalmente le funzioni di coordinamento.

In questo mondo sempre più senza univoci punti di riferimento, di “partnership rivali”, la coopetition (insieme cooperazione e competizione) sarà la regola dominante. L’Intelligence farà la differenza. Proprio per questo c’è bisogno di una piena assunzione di responsabilità politica. Un passo ulteriore. Questo è il senso più profondo della proposta - avanzata su questo giornale dal suo direttore - di istituire un Consiglio per la sicurezza nazionale che vada oltre l’attuale Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr). Guidato dal presidente del Consiglio, coordinato, in pianta stabile, dal Consigliere per la sicurezza nazionale. Si consentirebbe così al nostro Paese di avere insieme una sede di forte valenza politica e una straordinaria capacità di risposte unitarie, tempestive, efficaci. Seguendo un sano principio di equilibrio tra le istituzioni: più strumenti efficaci al Governo, più poteri di controllo al Parlamento. Sapendo, contemporaneamente, che su questo il legislatore, nel 2007, ha fatto una scelta di assoluta rilevanza stabilendo che il presidente del Comitato di controllo sull’intelligence (Copasir) è per legge, non per consuetudine, un rappresentante dell’opposizione. In un mondo che muta vorticosamente, il cambiamento non è un’opzione ma un incombente e saggia necessità.