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"Boicottiamo i talebani". E l’Australia dichiara la guerra del cricket

Il ritiro di Canberra non è stata presa bene dalla squadra di Kabul, considerata fra le migliori al mondo: "Anche noi solidali, ma bisogna tenere la politica fuori dallo sport"
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Se in Italia tutto si ferma per il calcio, in Afghanistan accade per il cricket. I giocatori sono venerati come star, seguiti e imitati dai giovani. Anche perché da quando i talebani hanno preso il potere nell’agosto 2021, non è rimasto altro tipo di intrattenimento per la popolazione. Niente film, niente musica, niente arte. È tutto vietato in questo momento, tranne appunto il cricket, sport in voga in molti altri Paesi come Regno Unito, India e Pakistan. Anche per questo, la gioia degli afghani di aver scalato le classifiche, fino ad essere tra i migliori al mondo, è una soddisfazione che non ha prezzo. Il mese prossimo la squadra nazionale maschile afghana (alle donne è vietato fare sport) avrebbe dovuto giocare una serie di partite negli Emirati Arabi Uniti contro l’Australia, ma per protestare contro le restrizioni dei talebani verso le donne e le ragazze che non possono lavorare né studiare, il team di Camberra si è r…
Se in Italia tutto si ferma per il calcio, in Afghanistan accade per il cricket. I giocatori sono venerati come star, seguiti e imitati dai giovani. Anche perché da quando i talebani hanno preso il potere nell’agosto 2021, non è rimasto altro tipo di intrattenimento per la popolazione. Niente film, niente musica, niente arte. È tutto vietato in questo momento, tranne appunto il cricket, sport in voga in molti altri Paesi come Regno Unito, India e Pakistan. Anche per questo, la gioia degli afghani di aver scalato le classifiche, fino ad essere tra i migliori al mondo, è una soddisfazione che non ha prezzo. Il mese prossimo la squadra nazionale maschile afghana (alle donne è vietato fare sport) avrebbe dovuto giocare una serie di partite negli Emirati Arabi Uniti contro l’Australia, ma per protestare contro le restrizioni dei talebani verso le donne e le ragazze che non possono lavorare né studiare, il team di Camberra si è ritirato.

«L’Australia Cricket Board è impegnata a far crescere il gioco per donne e uomini, anche in Afghanistan», ha dichiarato il portavoce della squadra lasciando senza fiato non solo gli atleti afghani ma tutto il Paese. «La decisione di ritirarsi è ingiusta e inaspettata e avrà un impatto negativo sullo sviluppo e sulla crescita del cricket in Afghanistan, oltre a influenzare l’amore e la passione del nostro popolo per il gioco che ha portato unità e orgoglio nazionale», ha risposto il comitato sportivo di Kabul .
 
«Il cricket è l’unica speranza per il Paese. Tenete la politica fuori da tutto questo», ha twittato Rashid Khan, il giocatore di cricket più famoso dell’Afghanistan. «Una parte di me capisce quello che sta succedendo, siamo stati i primi a scrivere sui social personali che cosa pensavamo della condizione delle donne qui da noi – ci racconta Ashmatullah Shahidi, il capitano della squadra nazionale lasciandoci intendere che è un argomento delicato quello che stiamo affrontando. - Abbiamo figlie e sappiamo quanto sia importante lo studio. Ma guardatela dal nostro punto di vista: ogni volta che scendiamo in campo e segniamo un punto, ogni afghano, uomo o donna che sia, è felice».

Così, in un Paese isolato, povero, in balia della fame e della mancanza di diritti, quella pallina perfetta lanciata o presa sembra essere diventata l’unica speranza . «Per questo motivo ci dispiace quando ci dicono che non vogliono giocare con noi, è come se facessero un torto a tutti». Shahidi ha 28 anni, mancino, quando cammina per strada è guardato come una rockstar. «Quando ero piccolo mio padre voleva che diventassi ingegnere, perché con lo sport non si viveva nella provincia in perenne conflitto di Logar, mi disse che potevo giocare soltanto se continuavo a studiare».
 
Ghulbuddin Naib, 31 anni, ha cominciato a giocare nel campo profughi di Peshawar in Pakistan dove i suoi genitori «si erano rifugiati, nel 2008, e tra tanti giovani è stato selezionato». Sono storie di guerra, di riscatto, si uomini per la prima volta entrati nella storia del proprio Paese non come martiri, ma come campioni. «Ho capito che tutto stava cambiando – aggiunge Shahidi – quando è accendevo la radio e sentivo parlare di noi, camminavo e la gente ci salutava. Non eravamo solo bravi, eravamo amati, e questa energia ci fa vincere». Ed è stato così che per la prima volta anche il padre di Shahidi è stato orgoglioso di lui.
 
«All’inizio – ricordano ora insieme i due giocatori – quando partivamo per affrontare le partite in altre nazioni, molti avevano paura di noi: degli afghani si conosceva soltanto la loro guerra. Ma poi, all’improvviso, non ci hanno temuto più perché potevamo essere terroristi, ma perché eravamo forti».