A Kherson, la città ucraina simbolo della controffensiva
di Daniele Raineri , di Daniele RaineriLa vita nelle strade di Kherson era uno spettacolo schizofrenico: le persone aspettavano alla fermata dei bus, spingevano i carrelli nelle porte dei supermercati, si mettevano in coda per comprare il caffè ai chioschi vicino a piazza della Libertà come se la cosa non li riguardasse. Il rumore dei colpi di artiglieria rimbombava fra le strade, ma la popolazione di Kherson era convinta di essere immune e pretendeva di mantenere un’aria di normalità. Non avete paura delle cannonate? Si stringevano nelle spalle: tranquillo non bombardano qui. Guardate che i russi sparano su tutte le città ucraine, perché pensate che non lo faranno a Kherson? Non c’era una risposta precisa e però c’era incredulità.
L’incredulità è finita. I colpi hanno ammazzato gente che faceva la spesa, gente in macchina per strada, gente che dormiva in casa. I corpi s’accasciano sui marciapiedi e poi arrivano i polizi…
La vita nelle strade di Kherson era uno spettacolo schizofrenico: le persone aspettavano alla fermata dei bus, spingevano i carrelli nelle porte dei supermercati, si mettevano in coda per comprare il caffè ai chioschi vicino a piazza della Libertà come se la cosa non li riguardasse. Il rumore dei colpi di artiglieria rimbombava fra le strade, ma la popolazione di Kherson era convinta di essere immune e pretendeva di mantenere un’aria di normalità. Non avete paura delle cannonate? Si stringevano nelle spalle: tranquillo non bombardano qui. Guardate che i russi sparano su tutte le città ucraine, perché pensate che non lo faranno a Kherson? Non c’era una risposta precisa e però c’era incredulità.
L’incredulità è finita. I colpi hanno ammazzato gente che faceva la spesa, gente in macchina per strada, gente che dormiva in casa. I corpi s’accasciano sui marciapiedi e poi arrivano i poliziotti e i vigili del fuoco, mentre dall’altra parte del fiume gli artiglieri russi fanno pausa. Un giorno sei colpi. Un giorno venti. Un giorno tredici. A Capodanno una salva di razzi ha centrato l’ospedale in centro, ha fatto saltare tutte le finestre sulla facciata del reparto pediatrico, “ma noi sappiamo che ai russi piace sparare di più nelle ricorrenze e quella notte avevamo messo tutti i bambini giù in cantina”, dice il vicedirettore dell’ospedale a Repubblica.
A un certo punto gli artiglieri russi si sono messi in testa di colpire le due stazioni dei pompieri, perché senza pompieri la vita è più difficile. Lo hanno fatto nel giro di ventiquattr’ore, tanto che la notizia del bombardamento della prima si è confuso con quella della seconda. Hanno colpito i pompieri: di nuovo? Però prima di trovare le coordinate della prima stazione hanno sparato a tentoni tutto attorno e la gente aveva capito, ogni singola cannonata era un aggiustamento di tiro. Un colpo è arrivato in un cortile, ha creato un buco in un orto nascosto dietro a un cancello, un ventenne usciva in quel momento ha preso una scheggia in testa ed è morto sulla porta di casa. “Tutti i giorni arrivano colpi a caso. Succede in tutti i villaggi lungo la riva del Dnipro e qui a Kherson di più. È la roulette russa”, dice Igor, sedici anni, smilzo con coda di cavallo, a Repubblica e fa spallucce per farsi perdonare lo spirito di patata.
Kherson è la risposta alla domanda: che cosa farà Putin in Ucraina adesso? Il piano della Russia è punitivo, se una regione non può essere controllata allora deve essere sfasciata e i suoi abitanti tormentati. La città – e anche tutto il resto del Paese – deve fare da esempio negativo, guarda la fine che si fa a non allinearsi alla volontà del Cremlino. Si finisce a guardarsi le spalle mentre si va a fare la spesa tra le vie deserte, sperando che gli artiglieri russi siano in pausa sigaretta.
E pensare che Kherson è stata l’invasione come la sognava Putin, quando dalla sua stanza a palazzo scriveva il piano per conquistare l’Ucraina nel giro di tre giorni. È una città dove si parla molto il russo, perché dopo la Seconda guerra mondiale molti sopravvissuti scelsero di venire qui a lavorare – del resto chi non preferirebbe il sud dell’Ucraina, dove il sole luccica sull’acqua, all'anonimato freddo di certe regioni più a nord – ed erano così tanti da diventare una colonia. Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio una colonna di carri si è avvicinata al confine e i soldati ucraini che sorvegliavano la sbarra sono scappati perché non potevano fare altro. “Mio cugino con un gruppo di altre trenta persone si è appostato lungo la strada per fare un’imboscata ai soldati russi, quelli li hanno visti, li hanno crivellati di colpi senza scendere dai mezzi corazzati e hanno lasciato i cadaveri lì, non c’è stata altra resistenza”, dice Vadym a Repubblica.
I soldati russi arrivarono nel giro di sette giorni in città grazie al tradimento dei comandanti dei servizi di sicurezza ucraini, la Sbu, che passarono al nemico la carta dei campi minati con tutti i passaggi. L’ultima soluzione d’emergenza per bloccare l’avanzata russa, secondo i piani di difesa dell’Ucraina, era far saltare i grandi ponti che attraversano il fiume Dnipro, ma nemmeno quello fu fatto. Tutto si svolse come nella testa di Putin, che era convinto che gli ucraini fossero prontissimi alla resa e favorevoli all’idea di tornare sotto il controllo di Mosca. E quella capitolazione così veloce serve da monito in tutti i ragionamenti sul conflitto e su possibili compromessi: la Russia userà le zone occupate come trampolino di lancio per nuove operazioni, quindi deve essere ricacciata il più indietro possibile. In questo senso i confini del 1991 sono visti come una misura di sicurezza, e non come una questione di testardaggine e orgoglio nazionale – come talvolta si sente dire in Italia.