Bucha, la città torna a vivere dopo il massacro
dal nostro inviato Paolo Brera , dal nostro inviato Paolo BreraBUCHA - Vasja era a Bucha quando le case avevano i tetti. Era lì, alla finestra in via Vokzalna, quando i russi sfilavano in divisa; e mentre la sua strada diventava l'icona di questa guerra folle, lui tremava nel seminterrato. Mise il naso fuori, insieme agli altri fantasmi delle cantine, appena si fece silenzio. Era il 27 febbraio 2022: "Sembrava Berlino nel '45". Scattò foto, fece filmati. I muri demoliti, le carcasse dei blindati che fumano; i roghi tra le rovine, i mozziconi inceneriti degli alberi. Brandelli di cadaveri dei soldati russi.
Era solo l'inizio. A cinquanta metri, all'incrocio con via Yablonska, qualche giorno dopo cadde "l'uomo in bicicletta", un civile ucciso da una serie di colpi isolati e precisi sparati da un carro armato. Un omicidio, un crimine di guerra ripreso in diretta da un drone: uno dei 1.100 di cui la procura generale ha prove a Bucha. Novantacinque soldati russi sono stati identificati e inc…
BUCHA - Vasja era a Bucha quando le case avevano i tetti. Era lì, alla finestra in via Vokzalna, quando i russi sfilavano in divisa; e mentre la sua strada diventava l'icona di questa guerra folle, lui tremava nel seminterrato. Mise il naso fuori, insieme agli altri fantasmi delle cantine, appena si fece silenzio. Era il 27 febbraio 2022: "Sembrava Berlino nel '45". Scattò foto, fece filmati. I muri demoliti, le carcasse dei blindati che fumano; i roghi tra le rovine, i mozziconi inceneriti degli alberi. Brandelli di cadaveri dei soldati russi.
Era solo l'inizio. A cinquanta metri, all'incrocio con via Yablonska, qualche giorno dopo cadde "l'uomo in bicicletta", un civile ucciso da una serie di colpi isolati e precisi sparati da un carro armato. Un omicidio, un crimine di guerra ripreso in diretta da un drone: uno dei 1.100 di cui la procura generale ha prove a Bucha. Novantacinque soldati russi sono stati identificati e incriminati. Il suo corpo rimase a terra per settimane. Il due aprile, quando i russi sparirono ritirandosi dal nordovest di Kiev, lì accanto ce n'erano molti altri. Oggi Vasja Molchan, 66 anni, è di nuovo qui. È tornato a vivere a Bucha con sua moglie Svetlana e con Ferdie, il loro corgie obeso e gioioso. Le case, un anno dopo, hanno di nuovo i tetti.
Non c'è un luogo, in Ucraina, in cui siano più evidenti la violenza e il male della guerra, ma anche la tenacia e la fiducia nella ripartenza. Nel campo davanti alla chiesa i russi scavarono fosse comuni ammassandovi i corpi dei civili ammazzati, uomini e donne, partigiani e passanti. Quelle fosse accanto a cui pregarono affranti i leader del mondo, scortati dal presidente Zelensky sul ciglio della voragine etica di questa barbarie, oggi non hanno mausolei o corone di fiori. Sono tornate a essere un prato. E all'incrocio tra Vokzalna e Yablonska, dove i cadaveri abbandonati dei civili urlarono in quali tragedie si declinasse l'Operazione speciale, oggi ci sono le pubblicità di una fondazione americana: ha donato due milioni di dollari per ristrutturare 70 case e ricostruirne 12 da zero. La Vokzalna sventrata è diventata un unico grande cantiere. Operai sui tetti, cemento e cazzuola, pile di calcinacci con i lembi rimossi del vecchio ondulato d'amianto: "Sarà più bella di prima", dice la gente. "Abbiamo iniziato i lavori il 15 novembre - racconta il capo cantiere - e li consegneremo il 2 aprile, a un anno esatto dalla liberazione di Bucha".
All'incrocio con la "strada della morte", quella via Yablonska su cui il New York Times ha scatenato una squadra di 22 persone - con 8 inviati sul campo - per ricostruire il massacro che il Cremlino bollava come messinscena, ora c'è un mazzolino di rose di plastica per "l'uomo in bicicletta", simbolo della strage. A pochi metri giaceva il corpo di Igor Samchenko. "Aveva 40 anni, e due figli di 13 e 18. Era mio fratello", racconta Lena, 36 anni. "Lo hanno ucciso il 7 marzo. In città c'erano i russi, non uscivamo mai ma quella mattina lui era venuto a trovarci a casa di nonna, che ci ha allevati quando i nostri genitori morirono in un incidente stradale. Non è riuscito a tornare a casa". Lena lo ha scoperto dai vicini, "al telefono. Poi ho visto il suo corpo su internet". Anche nonna non c'è più: "Quando ci hanno detto di Igor, è morta di crepacuore".
Nel giardino di una delle villette rifatte, coi muri a liste di legno verde acqua e gli spioventi color ardesia, gli infissi nuovi d'alluminio e i doppi vetri, il prete benedice la bara di Kostja Kasich, reduce della Operazione anti terrorismo (Ato), il nome con cui gli ucraini chiamavano la guerra con cui dal 2014 tentavano di riconquistare le regioni separatiste di Lugansk e Donetsk. Ferito al fronte, Kostja era rientrato a casa con una placca di metallo in testa. Ma con l'invasione russa aveva chiesto di tornare al fronte: "Il 10 gennaio si è unito a una brigata a Bakhmut, il 12 febbraio lo hanno ucciso", racconta lo zio, Victor Bogdan, davanti alla bara aperta per l'ultimo saluto: "Lo stesso giorno sono morti al fronte altri tre ragazzi di Bucha".
Per questo non ci saranno commemorazioni il 24 febbraio né il 2 aprile, quando Bucha si liberò con la grande ritirata russa. Troppe bare, e non è finita. "Non è tempo di cerimonie, non ce ne saranno fino a quando i russi avranno lasciato tutto il nostro territorio", dice il vicesindaco Sergiy Shepetko mostrando la devastazione nei numeri: "Avevamo 52 mila abitanti, scesi a 3.700 con l'invasione. Oggi siamo 46 mila. Dal 2014 abbiamo avuto 419 morti in guerra. Dopo l'invasione, 116 nell'occupazione e 62 combattendo". E intanto si lavora, si ricostruisce: Bucha non è più l'inferno delle foto di Vasja, "abbiamo ristrutturato parzialmente 48 condomini - continua il vicesindaco - e 123 interamente ricostruiti. Ne restano da fare 200. E abbiamo ricostruito 269 abitazioni singole, parzialmente ristrutturate 99. Ne restano 1.836".
Intanto si vive. La guerra non è solo sangue e distruzione, sono i 250 bambini dell'Accademia calcio Alieva, fondata da un giocatore della Dinamo Kiev. Sgambettano in campo, punizioni e scatti: "A fine maggio - racconta l'allenatore, Oleg Masnjk - ai primi allenamenti balbettavano. Molti avevano tic, ma giocare li ha liberati. Ora va meglio, esorcizzano il dolore facendo i cinici: 'Ehi, mister, la divisa non ce l'ho: è bruciata insieme alla casa'".