✕

Putin, obiettivo 2024: lo spettro dell'Ucraina sulle prossime presidenziali russe

Il 17 marzo 2024 si terranno le nuove elezioni per il Cremlino. Una data che potrebbe spiegare le scelte passate e condizionare le decisioni future del leader russo. Che non ha ancora deciso se ricandidarsi o meno. La domanda chiave è se i suoi calcoli siano stati modificati dal conflitto e soprattutto dal fatto che non sia andato secondo i suoi piani
4 minuti di lettura

MOSCA - C'è una data che potrebbe spiegare le scelte passate e condizionare le decisioni future di Vladimir Putin ed è il 17 marzo 2024, giornata delle prossime presidenziali russe. Quando il 24 febbraio di un anno fa il leader del Cremlino dichiarò contro l'Ucraina quella che chiama con un ipocrita eufemismo "operazione militare speciale", molti esperti di quell'arte quasi esoterica che è la cremlinologia rimasero sorpresi. Alcuni dissero persino che Putin era "impazzito".

Fino ad allora aveva dato prova di essere un uomo pragmatico capace di minimizzare i costi a fronte di alti benefici. L'offensiva contro l'Ucraina, invece, non sembrava seguire alcuna logica e gli si è ritorta contro come un boomerang. Quando nel 2008 aveva invaso la Georgia, aveva spinto Tblisi a fare la prima mossa. Nel 2014 aveva approfittato della Rivolta di Majdan a Kiev per annettersi la Crimea. Nel 2015, in Siria, aveva impegnato…

MOSCA - C'è una data che potrebbe spiegare le scelte passate e condizionare le decisioni future di Vladimir Putin ed è il 17 marzo 2024, giornata delle prossime presidenziali russe. Quando il 24 febbraio di un anno fa il leader del Cremlino dichiarò contro l'Ucraina quella che chiama con un ipocrita eufemismo "operazione militare speciale", molti esperti di quell'arte quasi esoterica che è la cremlinologia rimasero sorpresi. Alcuni dissero persino che Putin era "impazzito".

Fino ad allora aveva dato prova di essere un uomo pragmatico capace di minimizzare i costi a fronte di alti benefici. L'offensiva contro l'Ucraina, invece, non sembrava seguire alcuna logica e gli si è ritorta contro come un boomerang. Quando nel 2008 aveva invaso la Georgia, aveva spinto Tblisi a fare la prima mossa. Nel 2014 aveva approfittato della Rivolta di Majdan a Kiev per annettersi la Crimea. Nel 2015, in Siria, aveva impegnato flotta e aviazione lasciando a Iran ed Hezbollah il lavoro sporco sul terreno. E, nonostante tutto, i leader occidentali avevano continuato a cercare di cooperare o negoziare con lui.

L'offensiva contro l'Ucraina, invece, gli si è ritorta contro come un boomerang su tutti i fronti. La Russia è diventata uno Stato paria. Le sanzioni stanno strangolando l'economia. L'Ucraina non dà segni di sottomissione e anzi guarda soltanto a Nato e Ue. L'Alleanza Atlantica potrebbe presto includere Svezia e Finlandia, mentre le alleanze con gli ex Paesi satelliti si stanno sgretolando. Credere però che Putin abbia commesso una pazzia sarebbe errato. Come osserva il suo biografo Mark Galeotti, "Putin non è pazzo, ma un vecchio che ha fretta, ossessionato dalla storia, anche se la fraintende e la interpreta male".

L'ossessione di "Vladimir il Grande"

Il nuovo Zar di tutte le Russie ha sempre avuto un'ossessione. Correggere quello che per lui è stato un "errore storico", la "peggiore catastrofe geopolitica del XX secolo": il crollo dell'Urss. L'offensiva in Ucraina doveva essere il coronamento di quasi un quarto di secolo di sforzi. L'impresa che avrebbe dovuto restituire alla Russia i suoi territori e il suo legittimo status di potenza globale consegnandolo ai posteri nel solco di due "Grandi", Pietro I e Caterina II.

Da qui l'importanza della scadenza del marzo 2024. Putin allora avrà 71 anni, di cui 24 passati all'apice della "verticale del potere", e terminerà il suo quarto mandato, il secondo consecutivo. Prima di un'eventuale uscita di scena, voleva finalizzare la sua eredità di "Vladimir il Grande", come il principe medievale di Kiev "entrato nella storia come unificatore e protettore delle terre russe" come disse qualche anno fa inaugurando una sua gigantesca statua davanti alle mura del Cremlino. Sentiva che questa fosse la sua ultima chance.

La riforma costituzionale che azzera i mandati presidenziali

Il Grande Vladimir del 21° secolo coltivava l'illusione che la cosiddetta "operazione" sarebbe stata rapida e vittoriosa e che nel 2024 avrebbe potuto farsi da parte dopo essersi assicurato il suo posto nella storia. Ma il blitzkrieg è fallito e ora si trova a dover decidere se candidarsi o meno.

La riforma costituzionale promossa due anni fa "azzera" i suoi precedenti mandati e gli permette di ripresentarsi. L'obiettivo dell'obnulenie (azzeramento) potrebbe però essere stato non tanto garantirsi il potere a vita, quanto scongiurare un ultimo mandato da "anatra zoppa" e una deleteria battaglia tra le élite alla ricerca di potenziali successori che destabilizzi il Paese. "Sapete qual è il trucco? In base alla Costituzione, ho diritto a essere eletto per un nuovo mandato. Se lo farò o no, non lo ho ancora deciso. Ma l'esistenza stessa di questo diritto stabilizza la situazione", ha ribadito Putin stesso tempo fa.

La campagna per le presidenziali russe

Per ora nessuno conosce i suoi piani. Stando a Kommersant, il Cremlino ha avviato da tempo i preparativi delle presidenziali dando per scontata una sua ricandidatura. Il tema della campagna sarà l'unità. Le elezioni federali di settembre che prevedono il rinnovo di almeno 20 governatori e 16 Parlamenti regionali saranno un banco di prova. E non è escluso che si tengano anche nelle quattro regioni ucraine unilateralmente annesse lo scorso settembre. Particolare attenzione verrà prestata a un "nuovo strato" della popolazione: i reduci dal fronte e i loro familiari.

Interpellato un mese fa il portavoce Dmitrij Peskov ha tuttavia insistito che "il presidente non ha ancora fatto alcun commento in materia". La domanda chiave, come afferma la politologa Tatiana Stanovaja, fondatrice e direttrice del think tank R.Politik, è se i suoi calcoli siano stati modificati dal conflitto e, in particolare, dal fatto che non sia andato secondo i suoi piani.

Il dilemma sulla ricandidatura di Putin alle presidenziali

La maggior parte degli analisti, indipendenti e non, crede che la fallita operazione lampo abbia rafforzato la sua determinazione a restare al potere. Come recita il proverbio cinese, Putin cavalca una tigre e ora ha paura di smontare. È diventato ostaggio del potere. "Credo che dovrà portare la sua croce, che lo voglia o no, prima che possiamo siglare una vera pace", sentenzia l'ex premier Sergej Stepashin. Per il politologo Ilja Grashchenkov, presidente del Centro per lo sviluppo della politica regionale russa, "alcune élite non vedono un futuro per la Russia senza Putin. Sarà presidente per molto tempo, non solo fino al 2030, ma anche fino al 2036, e forse anche dopo".

C'è invece chi, come Abbas Galljamov, ex scrittore di discorsi di Putin oggi in esilio, ritiene che il nuovo Zar non solo stia pensando di rinunciare al potere, ma consideri l'opzione una via d'uscita dal conflitto. Negli anni scorsi Putin si è coperto di garanzie a vita: ha siglato leggi che assegnano nuovi poteri al Consiglio di Stato da lui presieduto e prevedono la nomina a senatore a vita e l'immunità per un ex capo di Stato. Emendamenti che lo metterebbero al riparo dall'arresto e dall'estradizione all'Aja e che gli consentirebbero di cedere il potere a un tecnocrate, come il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin o il primo ministro Mikhail Mishustin, che potrebbe normalizzare i rapporti con l'Occidente. Ma, come afferma Grashchenkov, "le operazioni politiche speciali in Russia avvengono sempre in modo ancora più improvviso di quelle militari e nessuno saprà fino all'ultimo quale scenario corre nella mente dei decisori".

Lo scisma all'interno dell'élite

Tutte le opzioni restano aperte impedendo l'ascesa di qualsiasi successore indiscusso e alimentando lo scisma all'interno dell'élite tra quelli che Stanovaja chiama i "pragmatici", tecnocrati convinti che il conflitto vada ripensato, e i falchi come Dmitrij Medvedev che vorrebbero invece che la Russia scateni tutta la sua potenza di fuoco contro l'Ucraina. Uno scontro che potrebbe mettere a dura prova il futuro di Putin.

L'opinione prevalente è che il Vladimir il Grande sarà in grado di sopravvivere a qualsiasi contraccolpo. Finora, contro ogni aspettativa, è sopravvissuto a tutto: il fallimento del blitzkrieg; la valanga di sanzioni; la controffensiva autunnale delle forze ucraine e la mobilitazione parziale. "È la prova - osserva il politologo Kirill Rogov - della forza del regime e della sua stabilità a lungo termine". Ma le autocrazie sono stabili finché non lo sono. Il 2023 potrebbe essere l'autunno del patriarca che cede lo scettro o l'ennesima primavera di un'araba fenice perennemente e prematuramente data per morta.