Erdogan tra grano e armi: così studia da mediatore per il conflitto nel Donbass
di Gabriella Colarusso , di Gabriella ColarussoLa guerra in Ucraina che ha scombussolato l’economia del mondo e acceso nuove tensioni tra le potenze globali si è rivelata una occasione per Erdogan.
Quando è iniziata l’invasione russa, il presidente turco era al minimo storico dei suoi consensi, pressato da una profonda crisi economica interna e in conflitto con Europa e Stati Uniti per le sue ambizioni espansionistiche nel Mediterraneo. Ma è riuscito a ritagliarsi il ruolo di unico mediatore tra Mosca e Kiev sbloccando le esportazioni di grano e favorendo diversi scambi di prigionieri.
E lo ha fatto continuando a vendere armi a Zelensky, i droni Bayraktar che per molti mesi sono stati il simbolo della resistenza ucraina, ma rifiutandosi di applicare sanzioni contro la Russia, scelta che ha rafforzato gli scambi commerciali tra Mosca e Ankara.
La Turchia è diventato uno dei primi Paesi rifugio per molti russi contrari alla guerra e allo stesso tempo un bacino privilegiato per gli inv…
La guerra in Ucraina che ha scombussolato l’economia del mondo e acceso nuove tensioni tra le potenze globali si è rivelata una occasione per Erdogan.
Quando è iniziata l’invasione russa, il presidente turco era al minimo storico dei suoi consensi, pressato da una profonda crisi economica interna e in conflitto con Europa e Stati Uniti per le sue ambizioni espansionistiche nel Mediterraneo. Ma è riuscito a ritagliarsi il ruolo di unico mediatore tra Mosca e Kiev sbloccando le esportazioni di grano e favorendo diversi scambi di prigionieri.
E lo ha fatto continuando a vendere armi a Zelensky, i droni Bayraktar che per molti mesi sono stati il simbolo della resistenza ucraina, ma rifiutandosi di applicare sanzioni contro la Russia, scelta che ha rafforzato gli scambi commerciali tra Mosca e Ankara.
La Turchia è diventato uno dei primi Paesi rifugio per molti russi contrari alla guerra e allo stesso tempo un bacino privilegiato per gli investimenti di Mosca.
L’Occidente ora considera Erdogan un attore indispensabile nella gestione del conflitto al punto che gli americani gli offrono gli F-16, a lungo negati, nella speranza che rimuova il veto posto all’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato se non asseconderanno le sue richieste sui curdi.
A maggio in Turchia ci saranno le elezioni: Erdogan è risalito nei consensi proprio grazie alla gestione del dossier Ucraina, e potrebbe rivincere, dopo 20 anni al potere. Ma l’opposizione è forte, la crisi interna morde e il terremoto ha mostrato falle e contraddizioni del suo sistema. La partita è aperta.