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Mariupol, ritorno nella città occupata

La gente al mercato di Mariupol, occupata dai russi (reuters)
Viaggio nella città presa dall'esercito di Putin, dove la gente è divisa tra chi lo sostiene e chi parteggia per l'Ucraina. E dove anche le famiglie sono spaccate
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MARIUPOL - Lungo un vicolo fangoso ricoperto di macerie e carcasse di missili, Artiom, 11 anni, avanza zigzagando, pedalando sulla sua bicicletta. Le basse villette che costeggiano la strada, tra cui quella in cui abita, sono tutte distrutte. Sulla sua destra, qualche centinaio di metri più in là, si alzano gli altissimi comignoli dell'Azovstal, l'acciaieria simbolo del martirio di Mariupol.

Al suo interno, tra il marzo e il maggio dello scorso anno, si era arroccato un manipolo di soldati ucraini, soprattutto del reggimento Azov, che provava a respingere l'assalto russo alla città. "Avevo tanta paura", dice Artiom ricordando la battaglia, "nella nostra casa non abbiamo cantine e quindi non potevamo ripararci sottoterra".

Nonostante il pericolo, sua madre e il compagno , con cui abita, non sono voluti fuggire, né hanno voluto rifugiarsi nel sotterraneo dell'impianto siderurgico, come invece hanno fatto altri abita…

MARIUPOL - Lungo un vicolo fangoso ricoperto di macerie e carcasse di missili, Artiom, 11 anni, avanza zigzagando, pedalando sulla sua bicicletta. Le basse villette che costeggiano la strada, tra cui quella in cui abita, sono tutte distrutte. Sulla sua destra, qualche centinaio di metri più in là, si alzano gli altissimi comignoli dell'Azovstal, l'acciaieria simbolo del martirio di Mariupol.

Al suo interno, tra il marzo e il maggio dello scorso anno, si era arroccato un manipolo di soldati ucraini, soprattutto del reggimento Azov, che provava a respingere l'assalto russo alla città. "Avevo tanta paura", dice Artiom ricordando la battaglia, "nella nostra casa non abbiamo cantine e quindi non potevamo ripararci sottoterra".

Nonostante il pericolo, sua madre e il compagno , con cui abita, non sono voluti fuggire, né hanno voluto rifugiarsi nel sotterraneo dell'impianto siderurgico, come invece hanno fatto altri abitanti del quartiere. Non vedevano di buon occhio i soldati ucraini e stavano invece aspettando l'arrivo di quelli di Putin. Sul manubrio della bicicletta Artiom ha legato un fiocco con i colori della Russia. Suo padre, invece, vive a Dnipro e si è arruolato nell'esercito ucraino. "Non abbiamo più sue notizie da quattro mesi", dice.

Poco più avanti, due donne avanzano lungo la strada trascinando delle pesanti borse cariche di prodotti alimentari. Si chiamano Milla e Masha, sono madre e figlia, e sono appena andate a ritirare i sacchi di aiuti umanitari distribuiti da Russia Unita, il partito di Vladimir Putin che segue i soldati russi nei territori che strappano al controllo degli ucraini, dove instaurano le nuove amministrazioni filorusse, distribuiscono aiuti alle popolazioni e diffondono l'ideologia governativa.

Anche queste donne si dicono favorevoli ai russi e raccontano di avere invece problemi con diversi concittadini che li odiano e aspettano il ritorno dell'esercito ucraino. "Litighiamo spesso, ci insultano. Se odiano così tanto la Russia perché allora non se ne vanno nei territori ucraini?", affermano.

Storie come queste, di amicizie rotte e famiglie divise a causa di questa guerra, sono molto diffuse a Mariupol. Città russofona che nel 2014, a seguito del cambio di governo a Kiev, venne travolta dalle proteste anti-Maidan ma che poco tempo dopo divenne la roccaforte del reggimento Azov, formato soprattutto da militanti dei gruppi del nazionalismo radicale e russofobo ucraino.

Dal 2014 al 2022 la sua convivenza con la popolazione locale non è sempre stata facile (anche se non sono mancati gli abitanti che si sono arruolati nelle sue file); tuttavia, il fatto che l'arrivo dei russi sia corrisposto alla pioggia di bombe e missili sulla città spinge in molti a dire che sarebbe stato meglio se non avessero mai iniziato l'"operazione militare speciale". Non mancano i russofoni che si definiscono ferventemente ucraini.

Oggi, un anno dopo l'inizio della guerra, la città pullula di gente che cammina costeggiando grossi palazzoni sovietici distrutti o inceneriti. Le macerie che durante la battaglia ricoprivano le strade sono state spazzate via e accumulate in grossi blocchi lungo i marciapiedi. Le tombe improvvisate di chi rimaneva ucciso, che fino a qualche mese fa occupavano ogni parco o aiuola, sono scomparse.

I corpi sono stati dissotterrati per potere celebrare i funerali e poi portati nei cimiteri. Le bancarelle che vendono prodotti di ogni tipo, dal cibo ai prodotti igienici, sono oggi circondate di acquirenti.

Alcuni cittadini non se ne sono mai andati, altri erano fuggiti in Russia o nei territori ucraini e ora sono tornati. Le rovine sono così imponenti che interi quartieri verranno demoliti e ricostruiti dalle fondamenta. Sono ancora lì, distrutti e abbandonati, i luoghi simbolo dell'assedio a questa città. È ancora lì Azovstal, quasi 12 chilometri quadrati composti dai detriti di quelli che furono comignoli, ciminiere, magazzini, cisterne, palazzi, tunnel sotterranei, oggi pattugliati da qualche giovane e infreddolito miliziano filorusso.

È ancora lì la facciata del Teatro dell'arte drammatica che durante la battaglia era stato convertito a rifugio per i civili e che venne distrutto durante i combattimenti. Per gli ucraini si trattò di un attacco russo, per i russi di un'operazione di false flag organizzata da Kiev per fare ricadere la colpa su Mosca.

Oggi ne rimane solo la facciata bianca, sulla quale sono stati disegnati i colori della Repubblica di Donetsk e sulla quale campeggia un telo raffigurante le gigantografie dei volti di Pushkin, Tolstoj e Gogol. Il resto del palazzo, del quale restavano quasi solo macerie, è stato demolito dai russi che ora lo stanno ricostruendo. Ruspe e operai sono all'opera.

Oltre ai vecchi palazzi ne stanno sorgendo tantissimi nuovi. Enormi blocchi di bianchi edifici residenziali costruiti ex novo dallo Stato russo i cui appartamenti vengono messi a disposizione degli sfollati. Svetlana è una pensionata che ha perso la casa e che a novembre è stata alloggiata in un bilocale arredato nel nuovo quartiere residenziale di Nevsky, nel cuore della città.

Non paga né spese né affitto, ha ricevuto un sussidio dell'equivalente di circa 2.500 euro dallo Stato russo e percepisce una doppia pensione: una da Mosca, che dovrebbe sostituire quella di Kiev, che in realtà continua a ricevere perché non ha mai comunicato di essere rimasta a vivere sotto i russi.

Le centinaia di nuovi appartamenti nel suo quartiere sono tutti pieni, e le richieste di nuove case sono altissime. In ogni angolo della città ci si imbatte in cantieri che costruiscono nuove strade e quartieri. Gli operai sono giunti dalla Russia oppure sono gente del posto che trova così un impiego. Gran parte della popolazione sopravvive ormai solo attraverso la Russia: chi lavorando, chi ricevendo case o sussidi, chi sacchi di aiuti umanitari.