Perché è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLe guerre scoppiano spesso per ragioni molteplici e contraddittorie: ciascuno dei belligeranti cita la propria come motivazione cruciale. La Seconda guerra mondiale cominciò per l’invasione tedesca della Polonia nel 1939, ma gli storici ne fanno risalire le radici all’esito della Prima guerra mondiale, alle condizioni imposte dai vincitori all’Impero austro-ungarico, all’ascesa del nazi-fascismo in Europa. La tentazione di applicare un simile principio all’invasione russa dell’Ucraina spinge oggi alcuni commentatori e politologi a cercare giustificazioni per la decisione presa da Vladimir Putin. Ma le ragioni usate dal capo del Cremlino per giustificare la guerra appaiono debolissime, se non apertamente fasulle, come del resto testimonia il fatto che lo stesso presidente russo abbia frequentemente cambiato motivi e obiettivi di quella che si ostina a definire una “operazione militare speciale”. Ecco una scheda per capire cosa ha d…
Le guerre scoppiano spesso per ragioni molteplici e contraddittorie: ciascuno dei belligeranti cita la propria come motivazione cruciale. La Seconda guerra mondiale cominciò per l’invasione tedesca della Polonia nel 1939, ma gli storici ne fanno risalire le radici all’esito della Prima guerra mondiale, alle condizioni imposte dai vincitori all’Impero austro-ungarico, all’ascesa del nazi-fascismo in Europa. La tentazione di applicare un simile principio all’invasione russa dell’Ucraina spinge oggi alcuni commentatori e politologi a cercare giustificazioni per la decisione presa da Vladimir Putin. Ma le ragioni usate dal capo del Cremlino per giustificare la guerra appaiono debolissime, se non apertamente fasulle, come del resto testimonia il fatto che lo stesso presidente russo abbia frequentemente cambiato motivi e obiettivi di quella che si ostina a definire una “operazione militare speciale”. Ecco una scheda per capire cosa ha davvero provocato l’attacco della Russia al suo vicino di casa: ovvero, perché è scoppiata la guerra.
Denazificare l’Ucraina
Dopo avere smentito per settimane che l’accumulo di truppe e mezzi lungo la frontiera fosse il preludio a un’invasione, sostenendo che si trattava soltanto di una legittima esercitazione militare in territorio russo, Putin spiega l’ingresso illegale delle sue forze in Ucraina con la necessità di “denazificare” uno stato ostile a Mosca. Invocare la minaccia nazista risveglia in Russia i ricordi della Grande Guerra Patriottica, come lì viene chiamata la guerra contro Hitler. Ma le accuse di Putin suonano immediatamente assurde. La tesi di una presenza “nazista” al vertice del potere ucraino viene collegata all’esistenza del battaglione Azov, un’unità in un primo tempo indipendente, quindi inserita nelle forze armate ucraine, che aveva elementi nazionalisti di estrema destra. A parte il fatto che l’unità è stata successivamente epurata dai suoi membri più estremisti, tuttavia, essa ha sempre rappresentato una percentuale insignificante delle truppe ucraine. Quanto a sostenere che a Kiev ci fossero nazisti al potere, è semplicemente insultante, tenuto conto che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, è di origine ebraica e ha perso buona parte della sua famiglia nell’Olocausto.
Impedire all’Ucraina di entrare nella Nato
Il governo di Kiev aveva effettivamente aperto consultazioni con la Nato per richiedere di entrare a farne parte. Ma come numerosi mediatori occidentali hanno ripetuto al Cremlino nei mesi e nelle settimane precedenti l’invasione russa, il progetto non era neanche formalmente iniziato. Sebbene l’Alleanza Atlantica non potesse escludere a priori la richiesta di adesione da parte di uno stato democratico, perché non viviamo più tempi come quelli della conferenza di Jalta del 1945 in cui l’Occidente democratico e l’Unione Sovietica comunista si spartirono l’Europa a tavolino, una trattativa simile avrebbe potuto prendere molti anni o addirittura decenni, senza sapere come si sarebbe conclusa. Oltretutto, la Nato e in particolare gli Stati Uniti che ne rappresentano la principale potenza miliare, avevano proposto alla Russia di avviare in parallelo discussioni su reciproche garanzie di sicurezza in Europa, in modo da tranquillizzare qualunque preoccupazione di Mosca su una eventuale, futura ed ennesima espansione territoriale verso est dell’Alleanza. Del resto, la Nato è un’organizzazione difensiva, non offensiva.
Gli ex-paesi “satelliti” dell’Urss in Europa orientale e tre delle ex-repubbliche sovietiche (Lituania, Lettonia, Estonia) si sono affrettati ad aderire alla Nato soltanto per il timore che presto o tardi la Russia avrebbe ricominciato a minacciarli per rimetterli sotto il proprio controllo: esattamente come è accaduto un anno fa all’Ucraina. L’idea che in un giorno lontano l’Ucraina entrata nella Nato potesse servire come base per permettere alle truppe dell’Alleanza Atlantica di invadere la Russia è così surreale che non figurerebbe nemmeno in un romanzo di fantapolitica. Come la necessità di “denazificare” l’Ucraina, anche questa giustificazione della guerra da parte di Putin non sta in piedi: è buona solo per la propaganda dei media russi di regime. Bisogna notare che nemmeno ora, dopo un anno di aiuti militari Nato all’Ucraina, la Nato ha aperto un negoziato per un futuro ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza: si parla al massimo di accordi di sicurezza fra Nato e Kiev, che di fatto estendano a tempo indeterminato l’assistenza militare occidentale all’Ucraina. Kiev potrà entrare nell’Unione Europea, al termine di un percorso che si annuncia a sua volta lungo e complicato, ma per il momento non viene considerato un suo ingresso nella Nato – la ragione che secondo Putin ha reso necessaria la guerra.
L’Ucraina non è una nazione
Un’altra motivazione espressa da Putin per giustificare la guerra è che l’Ucraina, come nazione, non esiste, avendo sempre fatto parte della Russia. E’ vero che la Russia odierna nasce a Kiev, sua prima capitale, circa mille anni or sono, quando era appunto chiamata “Russia di Kiev”; e che l’Ucraina ha fatto parte prima dell’Impero zarista russo, poi dell’Unione Sovietica. Ma la sua lingua, cultura e storia sono differenti da quelli della Russia (un’analisi linguistica, ad esempio, rivela che l’ucraino è più diverso dal russo di quanto l’italiano sia diverso dallo spagnolo). È stata indipendente per vari periodi. Ha avuto frontiere fluide, per cui una parte del suo territorio è appartenuto per lungo tempo alla Polonia e ad altri paesi o imperi europei. E al crollo dell’Urss, nel 1991, l’Ucraina ha dichiarato l’indipendenza con un referendum popolare, vivendo dunque gli ultimi trentadue anni come nazione pienamente sovrana. Rivendicarla come propria e invaderla, tre decenni più tardi, è un atto di brutale illegalità da parte di un Grande Fratello maggiore infinitamente più potente militarmente. Tanto più illegale, come atto, se si ricorda che all’indomani della fine dell’Urss l’Ucraina consegnò alla Russia, con la mediazione americana, centinaia di missili nucleari sovietici che erano stazionati sul suo territorio, una decisione che avrebbe dovuto sottolineare le intenzioni di amicizia e fratellanza tra i due Paesi: se Kiev avesse tenuto quei missili, oggi certamente la Russia non si sarebbe azzardata a rischiare una guerra nucleare per invaderla.
L’Ucraina ha violato gli accordi di Minsk
Nel 2014 la Russia invade il Donbass e la Crimea, due regioni dell’Ucraina in prossimità dei suoi confini orientali, rivendicandole come proprie in quanto abitate in prevalenza da ucraini di origine e lingua russa. Quel conflitto è proseguito a bassa intensità fino all’invasione del 24 febbraio 2022, con la quale Putin ha ampliato i suoi obiettivi dal controllo di due regioni ucraine fino al piano di impossessarsi dell’intero Paese, installandovi un regime fantoccio fedele a Mosca. Nel tentativo di risolvere il conflitto scoppiato nel 2014, le due parti hanno negoziato nel 2014 e nel 215 gli accordi di Minsk (denominati Minsk I e Minsk II), con il supporto diplomatico dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e Sicurezza Europea), della Francia e della Germania. Quegli accordi prevedevano un cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti dalla prima linea, lo scambio dei prigionieri di guerra, riforme costituzionali in Ucraina per concedere maggiore autonomia al Donbass e il ripristino del controllo ucraino sulle proprie frontiere pre-invasione del 2014.
Ma quelle intese sono rimaste lettera morta, non rispettate né dall’una, né dall’altra parte. Uno dei punti irrisolti era che Mosca pretendeva l’autogoverno del Donbass prima che le sue forze si ritirassero dalla regione, mentre Kiev chiedeva che prima ci fosse il ritiro delle forze russe e poi un referendum locale seguito da riforme per concedere maggiore autonomia. Di certo non si può sostenere, come ha fatto Putin, che un anno fa la guerra sia stata necessaria per il mancato rispetto da parte ucraina degli accordi di Minsk. Ma è proprio questo che ha fatto la Russia: il 21 febbraio 2022 ha riconosciuto ufficialmente come indipendenti le due province del Donbass (la repubblica di Donetsk e quella di Lughansk); il 22 febbraio ha annunciato che gli accordi di Minsk “hanno cessato di esistere” per colpa dell’Ucraina; e il 24 febbraio è iniziata l’invasione dell’Ucraina.
L’esempio di una democrazia slava
Se la guerra non è scoppiata per “denazificare” l’Ucraina, per impedire l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, per la violazione degli accordi di Minsk da parte ucraina e nemmeno perché l’Ucraina non è una nazione, allora perché è scoppiata? Putin si guarda bene dall’indicare ragioni differenti da queste. L’Ucraina, viceversa, sostiene che la Russia l’ha invasa per il desiderio nazionalista di ricostruire l’Unione Sovietica e questa è una motivazione più credibile: il capo del Cremlino ha definito il crollo dell’Urss come “la peggiore tragedia geopolitica del ventesimo secolo” e, pur non potendo aspirare a ricostruire l’Urss com’era, ha pronunciato discorsi e descritto programmi per ricostituire almeno la sua parte slava, una unione della Russia con le due ex-repubbliche sovietiche confinanti, Bielorussia e appunto Ucraina. La prima è un fedele alleato di Mosca, anche se il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko sta molto attento a non diventare completamente un vassallo di Putin. La seconda combatte da un anno per restare indipendente.
E’ stato scritto molto sul sogno nazionalista russofono che ha sempre più soggiogato Putin, fino a diventare un’ossessione, nei suoi ormai ventitré anni al potere. Ma c’è forse anche un motivo concreto, più o meno consapevole nella mente del presidente russo, dietro l’invasione dell’Ucraina: impedire che uno stato fratello slavo, un vicino di casa che ha profondi legami storici e culturali con la Russia, diventi in tutto e per tutto una democrazia di stampo occidentale. Non è la paura dell’ombrello della Nato a preoccupare Putin: la Russia, il più grande paese del mondo e quello con il maggior numero di armi nucleari, non può ragionevolmente credere che l’allargamento a est dell’Alleanza Atlantica abbia obiettivi diversi da quelli puramente difensivi e rappresenti una minaccia vitale alla sua sicurezza. A preoccupare ed irritare Putin è casomai il “cattivo esempio”, cattivo dal suo punto di vista s’intende, di una democrazia slava schierata con l’Occidente sulla porta di casa: un esempio che i russi, presto o tardi, potrebbero desiderare di imitare, liberandosi del dittatore che li tiene sotto un tallone di ferro.