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Lo stadio celebra Putin. Ma dopo i cori di consenso scendono le prime lacrime

Concerto per l’anno di offensiva contro Kiev. Regge la propaganda anche se ora arrivano i segni di stanchezza
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MOSCA - Le lacrime arrivano all'improvviso. Fino a un secondo prima era tutto un rilanciare gli slogan "patria e unità", poi occhi lucidi e commozione. "Mi preoccupa che non sia ancora finita", singhiozza la dipendente municipale Natalia Ivanova, 41 anni. "Mi auguro che presto tutti si mettano d'accordo. Voglio solo la pace".

Succede un'altra volta, con una maestra, e, ovvio, non fa statistica. Ma anche il nazionalista più duro e puro tentenna alla domanda "Quanto ancora durerà?". Prova a balbettare una risposta, poi chiede di cambiare discorso. E tutti quelli che prima non avevano esitato a parlare di "vittoria certa", incalzati a ragionare sul futuro della Russia e sul punto di caduta della sua folle offensiva contro l'Ucraina, si ritraggono. "Non voglio parlarne. Evitiamo". "Finiamola con questi discorsi". Come se, davanti agli interrogativi più spinosi, la propaganda …

MOSCA - Le lacrime arrivano all'improvviso. Fino a un secondo prima era tutto un rilanciare gli slogan "patria e unità", poi occhi lucidi e commozione. "Mi preoccupa che non sia ancora finita", singhiozza la dipendente municipale Natalia Ivanova, 41 anni. "Mi auguro che presto tutti si mettano d'accordo. Voglio solo la pace".

Succede un'altra volta, con una maestra, e, ovvio, non fa statistica. Ma anche il nazionalista più duro e puro tentenna alla domanda "Quanto ancora durerà?". Prova a balbettare una risposta, poi chiede di cambiare discorso. E tutti quelli che prima non avevano esitato a parlare di "vittoria certa", incalzati a ragionare sul futuro della Russia e sul punto di caduta della sua folle offensiva contro l'Ucraina, si ritraggono. "Non voglio parlarne. Evitiamo". "Finiamola con questi discorsi". Come se, davanti agli interrogativi più spinosi, la propaganda li avesse lasciati disarmati, indifesi, senza più argomenti per corazzarsi.

È il segno di un'inquietudine latente che neppure l'adunata del patriottismo riesce a placare. Il Cremlino li ha portati ancora una volta qui. Allo stadio olimpico Luzhniki di Mosca che può contenere oltre 80mila persone. Per il raduno-concerto "Gloria ai difensori della patria", alla vigilia dell'omonima festa russa che celebra le forze armate e a due giorni dal primo anniversario dell'offensiva russa contro il suo vicino.

Nulla di spontaneo. I biglietti non sono in vendita. Sono stati distribuiti a insegnanti e studenti allettati dalla prospettiva di un giorno di vacanza che allunga il ponte festivo o a dipendenti pubblici e impiegati sotto il ricatto dei superiori. Altri sono arrivati dietro un compenso di qualche centinaia di rubli e la promessa di un pasto caldo anche se hanno avuto rigide istruzioni di non confermarlo ai media.

L'atmosfera è ben diversa da quella di un anno fa. Era il 18 marzo: otto anni dall'annessione russa della Crimea, ma soprattutto tre settimane dal lancio della cosiddetta "operazione militare speciale". Mosca festeggiava l'offensiva contro l'Ucraina con gli slogan: "Per un mondo senza nazismo", "Per la Russia", "Per il presidente". Tutte le vie intorno allo stadio pullulavano di bandiere tricolori russe o rosso-arancioni come il nastro di San Giorgio. Anche sotto l'armatura della propaganda, l'entusiasmo suonava genuino. C'era gente che aveva fatto chilometri in auto pur di essere presente e non soltanto portata sin qui nei soliti caroselli di autobus.

Stavolta attorno alla statua di Lenin che si staglia di fronte allo stadio, invece, non c'è pressoché nessuno. Il concerto è soltanto alle battute iniziali: Grigorij Leps sta intonando una canzone che glorifica la Russia con alle spalle l’immagine dell’imponente statua “Madre Patria” di Volgograd, l’ex Stalingrado, che sembra una Nike, una Vittoria. Ma una fiumana di gente già sta andando via e si accalca per entrare nella vicina fermata della metropolitana Sportivnaja.

Certo, le temperature che sfiorano i meno 20 gradi sotto lo zero non aiutano. Qualcuno dice di andar via "perché c'è troppo freddo". Fatto sta che quando il presidente Vladimir Putin sale sul palco, stavolta davanti ai maxischermi allestiti all'esterno dello stadio, non c'è rimasto davvero quasi più nessuno. Chissà sugli spalti riservati soltanto ai prescelti.

L'apparizione, in ogni caso, è fulminea. "Oggi i vertici militari mi hanno detto che nelle nostre terre storiche - così chiama l'Ucraina, ndr - erano in corso combattimenti per il nostro popolo", dice prima di ringraziare i soldati russi al fronte che "stanno combattendo con eroismo, coraggio e valore" e tutti coloro che sostengono l'esercito russo, "essi stessi difensori della patria, in un certo modo". Poi invita la folla a cantare "Rossija, Rossija".

La verità è che gli anniversari sollecitano bilanci e stavolta c'è poco da festeggiare. Il giorno prima Putin ha parlato alla nazione e ha detto che l'offensiva andrà avanti. Gli esperti lo dicono: punta sulla "strategia talebana". Conta sul fatto che, sulla lunga corsa, la superiorità numerica del suo esercito logorerà nemico e alleati. Il problema è se il popolo sia pronto a seguirlo nella maratona. Per tenere i russi al suo fianco, Putin ieri ha promesso una pioggia di denaro. Oggi li solletica con lo show del patriottismo. Panem et circensem. Nulla di nuovo.

Sul palco una bimba ucraina della città martire di Mariupol abbraccia il soldato russo che l'ha "liberata" e che esclama: "Vinceremo noi!". Denis Pushilin, il leader separatista dell'autoproclamata Repubblica di Donetsk annessa lo scorso settembre da Mosca, anzi accusa: "L'Occidente è complice dei crimini di guerra ucraini".

A fare la "guerra" sono Kiev e alleati. La Russia si "difende". È una narrazione che fa presa. "Ho pena per gli ucraini perché l'esercito di Zelensky sta distruggendo tutto. Gli americani mandano missili, ma noi li bombarderemo. Siamo costretti a difenderci", afferma Vadim Mitrofanov, 21 anni, dipendente della metropolitana. Ma alla domanda, "Andrebbe al fronte", esita: "Diciamo di sì...".

"Se non avessimo fatto il primo passo, Kiev e l'Occidente sarebbero entrati nel Donbass e avrebbero ammazzato tutti", sostiene il 50enne Dmitrij che mette subito in chiaro: "Ci hanno istruito a non parlare con i giornalisti. Se volete sapere se siamo tutti per Putin e per la Russia, è così, è la verità". Ma, messo alle strette, svicola: "Non mi occupo di politica".

Non manca chi vorrebbe persino di più: emendare la Costituzione per sancire la definitiva rottura con l'Occidente, respingendo le leggi e gli organismi internazionali, come il pensionato 70enne Nikolaj Gorbov, attivista del movimento patriottico Nod, che distribuisce volantini. "Combattiamo per il recupero della sovranità del Paese". Non c'è nessuno che trovi contraddittorio cantare e ballare il giorno dopo il minuto di silenzio invocato da Putin per i caduti al fronte: "Siamo qui per sostenerli", dicono.

Sono le donne quelle che a un certo punto non riescono più a mascherare. Come Natalia, la dipendente municipale, il tricolore dipinto sulle guance. "Sono qui per le mie amiche i cui padri e figli sono al fronte. Toccherà anche a me. Mio figlio sta crescendo". Dopo le lacrime, si ricompone. Ma il tono resta grave. "Malgrado tutto, vinceremo. Anche se saremo costretti a soffrire. È successo tante volte nella storia".

La maestra Marina Smolnikova, 50 anni, sorride e saltella insieme a due colleghe: "Sosteniamo i nostri ragazzi. Vogliamo che tornino sani e salvi. Sono eroi". Interviene l'amica Elena: "Vorrei che l'Italia non credesse alle bugie". Quali bugie? "Che la Russia è un aggressore". Ma è stata la Russia ad aggredire... "Non è vero. L'espansione della Nato era palese. Siamo stati costretti a difendere la nsotra sovranità".

Poi quando arrivano le domande fatidiche, "Quanto durerà?" "Un anno fa si aspettava che non sarebbe finita?", l'incantesimo si spezza: "Un anno fa, non pensavamo a una scadenza. L'operazione è stata una decisione inattesa per tutti. Ma è successo. Vuol dire che ce n'era bisogno".

Non c'è slancio, ma rassegnazione. Elena smette di sorridere e rintuzza le lacrime. "Non c'è nessuno che non abbia a cuore questa situazione. Tutti noi vogliamo che il conflitto finisca al più presto". Grattata la scorza, la sensazione è che i vecchi espedienti, pane e circo, compiuto il giro di boa dell'anno, non bastino più.