Mosca un anno dopo. Propaganda, film sovietici e auto cinesi: ecco la nuova normalità
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA - C'è un ritratto di lei bambina, infiocchettata per le grandi occasioni, con un mazzo di calle in mano quasi più grandi di lei. Poi soltanto foto in mimetica e quel sorriso che la figlia Elena non vedrà mai più. Olga Kachura, nome di battaglia "Korsa", è morta a 52 anni lo scorso agosto a Gorlovka. "Durante i bombardamenti dei nazionalisti ucraini", recita il pannello della mostra intitolata "Eroi e Atti eroici" allestita in Gogolevskij bul'var tra la Cattedrale del Cristo Salvatore e la Vecchia Arbat.
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I passanti infagottati si fermano e scorrono volti e storie. Giovani vite immolate sull'altare della folle offensiva lanciata da Vladimir Putin contro l'Ucraina un anno fa. Dodici mesi dopo i caduti non sono più un tabù. Anche se il loro numero è protetto dal segreto di Stato, autorità e tv non fanno che glorificarne il sacr…
MOSCA - C'è un ritratto di lei bambina, infiocchettata per le grandi occasioni, con un mazzo di calle in mano quasi più grandi di lei. Poi soltanto foto in mimetica e quel sorriso che la figlia Elena non vedrà mai più. Olga Kachura, nome di battaglia "Korsa", è morta a 52 anni lo scorso agosto a Gorlovka. "Durante i bombardamenti dei nazionalisti ucraini", recita il pannello della mostra intitolata "Eroi e Atti eroici" allestita in Gogolevskij bul'var tra la Cattedrale del Cristo Salvatore e la Vecchia Arbat.
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I passanti infagottati si fermano e scorrono volti e storie. Giovani vite immolate sull'altare della folle offensiva lanciata da Vladimir Putin contro l'Ucraina un anno fa. Dodici mesi dopo i caduti non sono più un tabù. Anche se il loro numero è protetto dal segreto di Stato, autorità e tv non fanno che glorificarne il sacrificio. "La vita è sopravvalutata", è arrivato a dire il presentatore Vladimir Soloviov.
La "propaganda della morte", come l'hanno battezzata i sociologi, non è che l'ultimo tassello della "nuova normalità" imposta alla popolazione. Una normalità orwelliana dove è normale morire per "difendersi" da qualcuno che non ti ha mai attaccato. È normale essere condannati a 9 anni di carcere, come l'oppositore Ilja Jashin, in base a una legge sulle "fake news" che punisce chi dice la "verità" sui crimini commessi in Ucraina. È normale che il patriarca Kirill inviti a "combattere" le "forze del male" invece di pregare per la pace.
Fa parte tutto della stessa finzione che obbliga a chiamare l'orrore in Ucraina operazione militare speciale, un eufemismo per mantenere l'illusione gattopardesca che tutto sia rimasto come è benché tutto sia cambiato e repressione e isolamento abbiano catapultato la Russia indietro di decenni.
È un cambiamento che si fa fatica a cogliere in una capitale ricca come Mosca. Il conflitto è qualcosa di lontano. Lo ricordano i sistemi anti-missilistici comparsi settimane fa su alcuni tetti. Le sanzioni finora non hanno affossato l'economia. I ristoranti traboccano e gli scaffali dei supermercati sono colmi benché molti prodotti ora arrivino dall'Asia e i prezzi siano schizzati. Le "importazioni parallele" autorizzate per sopperire ai boicottaggi hanno avuto persino risvolti inaspettati: l'atteso Samsung Galaxy S23 si trovava in vendita già prima del suo debutto mondiale.
"È frustrante. All'apparenza non è cambiato nulla. Sarebbe più rasserenante se ci fossero chiari segnali di crisi economica o di una sorta di reazione. Perché ogni mattina leggo le notizie e l'immagine del mondo che mi arriva è totalmente diversa da quella che vedo per strada", ci ha confessato il fotografo 42enne Aleksandr Gronskij.
La propaganda è martellante. Pervade ogni ganglio dello spazio pubblico e privato. A scuola si va a "lezione di patriottismo". E la tv è un mondo alla rovescia. È una delle ragioni per cui milioni di russi continuano a sostenere "il buon Zar" e la sua aggressione: conoscono soltanto la realtà che autorità e media raccontano loro. Censura e repressione fanno il resto.
A chi rimane e non la pensa come la maggioranza, non resta che il "dissenso da cucina", kuchonnoe dissidentstvo, come ai tempi dell'Urss. Vive in un limbo: bollato come "traditore" in patria, trattato da paria in Occidente. E, al contempo, impotente. Come Stanislav Kucher, giornalista russo esiliato, che ha scritto: "Può darsi che i cambiamenti più profondi non si vedano, ma il Paese in cui sono nato, cresciuto e ho fatto carriera non esiste più".