Da Zaporizhzhia torna l'incubo nucleare in Europa
di Luca Fraioli , di Luca FraioliL’ultimo a evocare lo spettro di una guerra nucleare innescata dal conflitto in Ucraina è stato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco pochi giorni fa: “Non ci devono essere guerre nucleari, non sarebbero vinte da nessuno. Va evitata una catastrofe nucleare. Vogliamo lasciarci alle spalle la mentalità della Guerra Fredda”, ha aggiunto il capo della diplomazia di Pechino.
Perché tra i tanti passi indietro che l’invasione russa ha fatto compiere al mondo (la guerra nel cuore dell’Europa dopo 70 anni di pace, una crisi energetica che ha riportato alla memoria lo shock petrolifero del 1973-74,…) quello più spaventoso è proprio il ritorno all’uso della minaccia nucleare come spauracchio da agitare contro i nemici sul campo e le opinioni pubbliche mondiali.
A turno, Putin, Medvedev e altri vertici russi hanno ipotizzato il riscorso al fornitissimo arsenale atomico a…
L’ultimo a evocare lo spettro di una guerra nucleare innescata dal conflitto in Ucraina è stato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco pochi giorni fa: “Non ci devono essere guerre nucleari, non sarebbero vinte da nessuno. Va evitata una catastrofe nucleare. Vogliamo lasciarci alle spalle la mentalità della Guerra Fredda”, ha aggiunto il capo della diplomazia di Pechino.
Perché tra i tanti passi indietro che l’invasione russa ha fatto compiere al mondo (la guerra nel cuore dell’Europa dopo 70 anni di pace, una crisi energetica che ha riportato alla memoria lo shock petrolifero del 1973-74,…) quello più spaventoso è proprio il ritorno all’uso della minaccia nucleare come spauracchio da agitare contro i nemici sul campo e le opinioni pubbliche mondiali.
A turno, Putin, Medvedev e altri vertici russi hanno ipotizzato il riscorso al fornitissimo arsenale atomico a disposizione di Mosca: in caso fosse stato violato il territorio russo, poi se l’occidente avesse fornito armamenti di attacco all’Ucraina, infine in caso di sconfitta sul campo. Le intelligence occidentali, a cominciare dalla Cia, finora non hanno considerato reali le minacce, ma piuttosto dichiarazioni fatte a scopo intimidatorio. Anche perché due potenze vicine alla Russia come Cina e India sulla inopportunità di una escalation nucleare hanno mandato chiari segnale al Cremlino, ultime proprio le parole di Wang Yi.
Tuttavia, se il ricorso a missili e testate, oggi come durante la Guerra fredda, è soprattutto una esibizione muscolare, lontana (si spera) dal passaggio alle vie di fatto, c’è un rischio nucleare molto più concreto e riguarda le centrali di Kiev. L’Ucraina, prima dell’invasione, disponeva di 4 centrali nucleari attive, più quella di Chernobyl, in dismissione dopo il gravissimo incidente del 1986. E proprio Chernobyl, poche settimane dopo l’invasione russa, desta il primo allarme “atomico”: a inizio aprile si sparge la voce che i soldati di Putin si sono ritirati dall’impianto, a partire dal 31 marzo, per l’elevata radioattività del sito, e che lo scavo di trincee da parte russa ha peggiorato la situazione spargendo nell’aria polveri altamente contaminate. L’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, non conferma la presenza a Chernobyl di radiazioni letali per gli esseri umani.
Ma il vero tallone d’Achille nucleare dell’Ucraina si rivela presto essere la centrale di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa: il 4 marzo le autorità ucraine informano la Aiea, guidata dall’argentino Rafael Mariano Grossi, che i soldati russi hanno occupato l’impianto, ma il funzionamento dei reattori è garantito dal personale di Kiev. E’ l’inizio di un braccio di ferro tra i contendenti: la centrale è strategica, perché si trova sulla linea del fronte, ma anche perché una formidabile arma di propaganda. Russi e ucraini, in un continuo scambio di accuse, attribuiscono ai nemici colpi di mortaio e cannonate che cadono a poche decine di metri dai reattori (comunque protetti da involucri di cemento armato) e dai depositi di materiale radioattivo. L’obiettivo è far passare la controparte come talmente priva di scrupoli da voler causare un disastro nucleare. Nel mezzo si viene a trovare la Aiea: “Non siamo qui per attribuire responsabilità, ma per evitare un incidente nucleare”, spiega a più riprese Grossi. Che, dopo sei missioni in Ucraina, è riuscito a lasciare un presidio dell’Agenzia, quasi degli scudi umani, prima a Zaporizhzhia e poi nelle altre centrali atomiche, Chernobyl compresa. Ma ancora non ce l’ha fatta a creare una zona di protezione intorno a Zaporizhzhia per metterla in sicurezza, una “santuarizzazione” del sito, come ebbe a dire in una intervista a Repubblica nel settembre scorso. Una situazione di stallo contro la quale si sono scagliati i Paesi del G7 a Monaco: “La Russia si ritiri dalla centrale”.