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Cronache dal fronte russo

Viaggio a Belgorod, la porta del conflitto ucraino. Se nel resto del Paese l'offensiva è distante, qui si vive sotto i colpi costanti dell’artiglieria. Chi poteva, è andato via. Chi resta, vive con rassegnato fatalismo. Senza prendersela con le autorità
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Tra le sterpaglie ammantate di neve si intravedono le casematte e più in là i cavi di filo spinato che legano le sommità delle piramidi anti-carro disposte in doppia fila. "Li vede gli elmetti e le canne dei soldati appostati?", chiede Sasha che ha accettato di portarci fin qua. Guida lentamente, ma senza sostare. I giornalisti, tanto più quelli dei "Paesi ostili", da queste parti non sono ben visti. Da aprile è in vigore il livello d'allerta terroristico "medio", secondo soltanto alla legge marziale imposta nelle quattro regioni ucraine annesse: prevede anche la censura militare. È lo stesso motivo per cui molti, a partire da Sasha, chiedono di parlare dietro anonimato o persino di omettere la loro professione. Vietato fotografare. Sarebbe considerato "aiuto alle forze armate ucraine". Un reato.

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Oltre l'ultimo incrocio non si va. Una serpentina di cemento e mezzi militari sb…

Tra le sterpaglie ammantate di neve si intravedono le casematte e più in là i cavi di filo spinato che legano le sommità delle piramidi anti-carro disposte in doppia fila. "Li vede gli elmetti e le canne dei soldati appostati?", chiede Sasha che ha accettato di portarci fin qua. Guida lentamente, ma senza sostare. I giornalisti, tanto più quelli dei "Paesi ostili", da queste parti non sono ben visti. Da aprile è in vigore il livello d'allerta terroristico "medio", secondo soltanto alla legge marziale imposta nelle quattro regioni ucraine annesse: prevede anche la censura militare. È lo stesso motivo per cui molti, a partire da Sasha, chiedono di parlare dietro anonimato o persino di omettere la loro professione. Vietato fotografare. Sarebbe considerato "aiuto alle forze armate ucraine". Un reato.

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Oltre l'ultimo incrocio non si va. Una serpentina di cemento e mezzi militari sbarrano l'ultimo tratto di strada prima del valico di frontiera che dalla cittadina russa Shebekino portava all'ucraina Platenevka e da lì a Kupjansk nella regione di Kharkiv riconquistata da Kiev in autunno. Il filare di betulle che si staglia all'orizzonte è già in Ucraina. È ad appena due chilometri. Ma non è mai stato così lontano.

 

Il 24 febbraio e il fardello della vita di confine

A Shebekino, cittadina nella regione russa di Belgorod a sei chilometri dal confine ucraino, c'erano avvisaglie del conflitto già prima del suo inizio. Alla fine di febbraio di un anno fa i carri armati russi avevano iniziato a circolare per le strade o a falciare i campi gelati, ma la maggior parte dei residenti non pensava che la Russia stesse per attaccare il suo vicino. "Sembrava semplicemente impossibile", dice Sasha. "Carri armati, aerei, mezzi blindati. Da due o tre giorni vedo tutto questo sul territorio di Shebekino. Sta diventando spaventoso", scriveva un anonimo su un gruppo social locale il 20 febbraio. Il giorno dopo qualcun altro pubblicava il video di un convoglio di tank contrassegnati dalla lettera "Z" che attraversava la città. Il mondo non sapeva ancora che quella lettera sarebbe diventata il simbolo dell'aggressione militare russa contro l'Ucraina.

Quando il 24 febbraio è arrivato l'annuncio del presidente russo Vladimir Putin, gli abitanti di Shebekino sono stati i primi a scoprire che rumore fa un vero bombardamento. Ma, come ha detto il consigliere del presidente ucraino Mykhailo Polodjak, "la terra è tonda" e "se lanci qualcosa nello spazio, prima o poi tornerà indietro". Non ci è voluto molto a capire che cosa intendesse.

Le prime segnalazioni di "incidenti" o "scoppi" come i funzionari locali chiamano i raid sono iniziate quasi subito. Il 10 settembre le truppe russe hanno abbandonato la città ucraina di Vovchansk nella regione di Kharkiv. "Da allora - dice Sasha - non c'è stato un giorno senza un bakh-babakh (patapum) o udarov (botto). È il fardello della vita di confine. Siamo diventati la prima linea".

Belgorod, viaggio nella regione russa ''in prima linea''

Shebekino, la cittadina tra i due fuochi

Se nel resto della Russia, al suo primo anniversario, il conflitto con l'Ucraina è un pensiero distante, rumore di fondo, qualcosa di virtuale da guardare in tv, qui a Shebekino, al confine col Donbass, è così vicino e concreto da lasciare cicatrici ovunque. Case in macerie, tetti danneggiati, vetri in frantumi, crateri nei campi, colonne di fumo, pareti e recinzioni crivellate da fori di schegge.

La cupola dello "Sport compleks" dove si andava a pattinare non c'è più. È deflagrata. E del supermercato "Galleria" colpito il 22 ottobre sono rimaste soltanto le putrelle annerite. Una carcassa di ferro a ricordare che tutto può finire. Come la vita del quattordicenne che aspettava in auto i genitori andati a fare compere.

Lo scheletro del supermercato colpito da un raid a Shebekino (Foto di R. Castelletti) 

La regione di Belgorod è diventata sin da subito terra militare, un'enorme base di retroguardia per l'esercito. Te ne rendi conto già quando prendi il treno che da Mosca porta al capoluogo. La ferrovia è l'unico collegamento rimasto da quando, un anno fa, sono stati chiusi tutti gli scali aerei nel Sud del Paese. I passeggeri sono per un terzo soldati che hanno esaurito i giorni di congedo.

A pochi chilometri dall'ingresso di Shebekino t'imbatti in un curioso monumento: un autocarro militare con la lettera "Z" su una piattaforma di granito. Ai lati della strada ci sono due terrapieni abbandonati. "Fino a pochi mesi fa, alloggiavano due tank. Vedete quelle piantagioni? C'erano militari ovunque. È stato il generale Serghej Surovikin a smobilitarli quand'è stato nominato a capo dell'operazione militare in Ucraina prima di essere soppiantato dal capo dello Stato maggiore Valerij Gerasimov", spiega Sasha.

In città i mezzi militari contrassegnati dalla "Z" sono ad ogni incrocio o persino parcheggiati. Sfrecciano lungo la zona industriale oramai dismessa, circondata da muri in pietra gialla da cui svettano le ciminiere in mattoncini bianchi e rossi. Due uomini in mimetica escono da un negozio di alcolici con una sportina di bottiglie sotto braccio. S'infilano su un'auto con la targa schermata dallo scotch. "Volontari" della compagnia militare privata Wagner fondata da Evghenij Prigozhin, ci dicono. Ce ne sono tanti qua. L'ospedale del distretto è diventato un sanatorio militare. Gli ingressi sono presidiati da soldati armati di mitra. Dove prima parcheggiavano i pazienti, ora ci sono camion e tende.

Il suono degli spari di artiglieria e mortai è costante. È diventato routine. I sistemi di difesa antiaerea non possono intercettarli. Neanche i morti sconcertano più. Neppure la ragazzina di dodici anni uccisa da un razzo domenica scorsa nel vicino villaggio Novaja Tavolzhanka, o la settantunenne che ha perso la vita due giorni fa. Gli ucraini ufficialmente non rivendicano né smentiscono. Sostengono che siano soltanto incidenti effetto del "karma". Ma qui nessuno ha dubbi: i colpi partono da un lato e dall'altro. Qualcuno riesce persino a distinguerli dal rumore: "Questo è nostro. Questo è loro". Da questa parte della frontiera però non suonano sirene, nessuno cerca riparo. Si solleva lo sguardo verso il cielo con disilluso fatalismo.

Camion con la Z davanti all'ex area industriale di Shebekino (Foto di R. Castelletti) 

 

In fuga dai raid

Chi poteva permetterselo, è andato via. Per paura dei raid. Per i continui boati. Per le ricorrenti interruzioni di elettricità, acqua e riscaldamento. O perché c'è l'obbligo di didattica a distanza e tenere i figli a casa per chi lavora fuori è diventato insostenibile. Dei circa 30mila russi che hanno lasciato la regione di Belgorod nell'ultimo anno, la maggior parte sono partiti da qui e dai villaggi vicini. Secondo le stime dei locali, la popolazione di Shebekino che nel 2021 contava 40mila persone si è ridotta di oltre un terzo. Anche Sasha si prepara a partire: "Volevo ristrutturare casa, ma alla fine io e mia moglie abbiamo deciso di aspettare. Non sappiamo quello che ci aspetta. Magari un giorno ci toccherà andar via all'improvviso. Meglio avere liquidità".

Viktoria, cuoca trentaquattrenne, caschetto scuro e labbra rosso fuoco, ha già provato ad andarsene una volta. "Ho due bambini. Non posso lasciarli a casa da soli. Quando tutto è iniziato, mi sono trasferita a Mosca, ma dopo tre settimane senza trovare lavoro sono dovuta rientrare. Adesso sto andando al commissariato militare ad arruolarmi, ma per andarmene lontano da qui. Mi candido a un posto da specialista tecnico negli Urali". Mostra raggiante i documenti che sta per presentare mentre tira una sigaretta.

Eppure non se la sente di dare la colpa a Vladimir Putin. Almeno non con noi. "Ciascuno di noi ha le sue idee, ma anche se le dicessimo non cambierebbe nulla. Vogliamo soltanto che finisca. Non mi importa come. Basta che si smetta di morire. Conosco trentenni che non sono più tornati dal fronte dopo essere stati mobilitati. Avevano famiglia".

Le stele ai caduti a Shebekino (Foto di R. Castelletti) 

In ulitsa Lenina, accanto alla statua del generale Dmitrij Sukhorukov nato non lontano da qui e al "viale patriottico" costeggiato da cingolati dei tempi che furono, ci sono le stele in memoria dei caduti nel ventennio Putin. Otto di loro sono morti sull'altare della folle offensiva contro l'Ucraina, perlopiù nei primissimi giorni. Come Anton Dovidok, parà pluridecorato, morto a 36 anni il 26 febbraio, e Ilja Brazhnik morto due giorni dopo a 23 anni appena compiuti. I militari del Sud del Paese sono stati i primi a entrare in Ucraina e i primi a morire. La targa più recente è datata 6 ottobre. È di un carrista, Aleksandr Zhukov. Aveva vent'anni. Ci sono garofani, vasi di fiori, lumini su cui si è posata la neve.

La vicina fermata del bus, "piazza Iceberg", è ricoperta di tricolori, nastri di San Giorgio e gli slogan "La forza è nella verità" e "Per la vittoria". Un trionfalismo che stride con il lutto delle lapidi. "Anche in Ucraina c'è gente che soffre e muore come noi. Neppure loro hanno colpe. Ma non è che se qualcuno di noi alza la mano per dire "Fermatevi", le cose cambiano", ribadisce Viktoria. "Ecco perché molti familiari hanno venduto le loro proprietà e sono andati via".

Fermata dei bus a Shebekino (Foto di R. Castelletti) 

Chi va e chi viene

Per chi se ne va, c'è qualcuno che arriva. Come il rifugiato Andrej, 38 anni, di Kharkiv. Quando l'esercito russo aveva occupato la regione un anno fa, aveva promesso che sarebbe rimasto lì "per sempre". Invece, lo scorso settembre, la fulminea avanzata delle forze ucraine lo ha costretto a "raggrupparsi" e ad andare. Agli ucraini che avevano acquisito il passaporto russo o accettato un lavoro nell'amministrazione degli usurpatori non è restato che scappare. Non solo dai combattimenti, ma anche dal pericolo di essere arrestati e processati per aver collaborato con Mosca. Reato per cui, secondo la legge ucraina, si rischiano dai 10 ai 15 anni dietro le sbarre. Andrej però non recrimina. "Ho trovato lavoro. Inizialmente ero al nero, ma ora mi hanno fatto un contratto. I russi non mi trattano male. I miei genitori sono rimasti lì. Ci sentiamo con app crittografate come Viber per sicurezza", dice trafelato perché deve correre a un appuntamento. "Qui ovviamente si sta meglio che in Ucraina. Si sentono rumori tutti i giorni. In Ucraina vedevamo esplosioni e danni tutti i giorni".

Sta tutto nelle proporzioni. Secondo un conteggio del 3 febbraio del sito indipendente Novaja Gazeta Europa, in un anno le regioni di confine russe sono state bombardate almeno 350 volte, 168 abitanti sono stati uccisi o feriti e migliaia di edifici residenziali, scuole e infrastrutture danneggiati o distrutti. La regione di Belgorod è quella che conta il bilancio peggiore: oltre 50 villaggi colpiti e 30 morti su 36 totali. Meno vittime in un anno che a Dnipro il mese scorso, in un solo giorno. Ma questa non è una gara.

Bambini giocano tra la neve e i pezzi di artiglieria del viale patriottico a Shebekino (Foto di R. Castelletti) 

I bambini giocano mentre la terra trema

Il "viale patriottico" di Shebekino è pressoché deserto. Due bambini si rotolano nella neve quando si sente il primo boato. Da terra il tremore risale per le gambe come uno scossone. "Sparano tutti i santi giorni. Ma noi continuiamo con la nostra vita. Portiamo i nipotini a giocare. Devono pur svagarsi", sdrammatizza senza scomporsi Leonid Mikhailovich, seduto su una vicina panchina. Non lo turba neppure il secondo fragore, né il terzo anche se sembra vicinissimo. Non si spaventano neppure i nipoti, che continuano a lanciarsi palle di neve. "Oramai si sono abituati. Certo, non è bello, ma ci si adatta a tutto", continua Leonid che dopo una vita da saldatore in fabbrica dimostra più dei 66 anni dichiarati, ma scosta il bastone per ergersi in piedi.

Non ha altro dove andare. "Vivo qui da quando avevo cinque anni. Sotto l'Urss, quando lavoravo in fabbrica, mi assegnarono un appartamento statale. Non potrei permettermi una casa altrove". Poi ammette: "Sono stanco. Vorrei che finisse. A Mosca si godono la vita. Noi no. Non abbiamo un giorno di silenzio dal 24 febbraio, ma la gente della capitale non lo sa. A Mosca non si prendono molta cura dei miei nipoti. In tv fanno vedere che assistono i rifugiati ucraini. Li aiutano a trovare un alloggio. E noi? Avremmo bisogno di aiuto anche noi. Ma che fare? La vita va presa come viene". È l'unico accenno di protesta.

Murale della babushka a Shebekino (Foto di R. Castelletti) 

La "babushka" sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale

"Non tutti vogliono andarsene. Abbiamo tutti poderi e bestiame. Come ci si può lasciare tutto alle spalle? E per andare dove poi?", chiede Raissa che vende calzini di filato di Smolensk nel desolato mercato cittadino attraversato da un binario dismesso. Cartelli penzoloni decantano merci che nessuno espone più. Dopo i primi raid, molti banchi hanno chiuso. Qualcuno è stato ridotto a metallo contorto dagli ultimi colpi di mortaio. Gli avventori sono scarsi.

Come tutti i cittadini di Shebekino, Raissa è prigioniera tra due fuochi. Eppure non incolpa il Cremlino per aver appiccato l'incendio. Non mette in fila causa ed effetto: l'aggressione lanciata dal loro presidente un anno fa e la sua vita stravolta e messa a repentaglio. Non lo fa nessuno. Merito anche della propaganda che fa di tutto per demonizzare gli ucraini chiamandoli "neonazisti".

A 85 anni portati con grinta, Raissa è già sopravvissuta alla Grande Guerra Patriottica come i russi chiamano la Seconda guerra mondiale. Un calvario per Belgorod: durante il caos delle ritirate autunnali sovietiche, fu occupata dai nazisti il 22 ottobre del 41, riconquistata dall'Armata Rossa nel febbraio 1943 e nel giro di un mese tornò nuovamente sotto il controllo tedesco prima di essere liberata il 5 agosto.

Raissa ricorda tutto di quei dolorosi andirivieni. "Sovietici e nazisti costringevano anche i bambini come me a scavare trincee. I miei erano insegnanti, vivevamo nella scuola. I tedeschi la sequestrarono insieme a casa nostra. Fummo ridotti a vivere in un freddo scantinato. Ma la Russia alla fine vinse. Batterà anche questi nazisti. Ha vinto tutte le guerre", dice ripetendo gli slogan delle autorità.

Inizia una tirata patriottica. "Non basta fermarsi al Donbass. Bisogna arrivare fino al confine con la Polonia. Altrimenti l'Ucraina continuerà a essere riempita d'armi. Bisogna liberarla tutta", insiste. Inveisce contro "quelli", gli ucraini. "Ci sparano tutti i giorni. Sono dei veri mascalzoni. Quanti bambini hanno già ammazzato quelli? Bombardano ogni giorno il Donbass. Ospedali, asili nido, scuole elementari. E l'Occidente approva entusiasta. Ora quelli vogliono recuperare la Crimea. Ma la gente della penisola ha votato contro quel potere nazista!".

Per Zelensky, "questo", ha parole irripetibili. "Che cos'è questo Zelensky? Un personaggio da nulla. Un pagliaccio di m....". Se la prende anche con l'Europa. "Non è indipendente. Si è piegata agli Stati Uniti. Non fa che ascoltare Biden. Anche a costo di distruggere la sua economia. Durante il Covid, abbiamo mandato medici a Italia e Spagna. Ora loro mandano tank a Kiev. Non si vergognano? E i tedeschi? Hanno forse dimenticato che fine hanno fatto nel '45? Ma non importa quante armi daranno. La vittoria sarà nostra".

Raissa si interrompe soltanto dopo l'ennesimo rimbombo. Tace finché il banchetto di metallo non smette di vacillare. "Avete sentito l'esplosione?", indica un punto indefinito nel cielo. "Succede ogni giorno. Anche di notte. Ma non ci piegheranno. Siamo tutti con Putin. Non c'è presidente migliore al mondo". E ricomincia con i cliché delle tv di Stato mobilitate per diffondere tra il popolo russo la narrazione putiniana: nemici con le svastiche, ragazzini ucraini costretti a travestirsi da donna per non essere arruolati, prigionieri russi ridotti alla fame e alla sete nelle carceri di Kiev.

La propaganda coglie nel segno. Ed è pervasiva. Per quanto piccola, Shebekino abbonda dei suoi simboli. Ulitsa Moskovskaja è il decumano di questa cittadina fatta di case basse coi tetti spioventi e facciate color pastello e qualche dimessa krusciovka da cinque piani e le verande in lamiera arrangiate una sopra l'altra, residuo dell'Urss. Oggi nessun bambino si dondola sulle altalene davanti al Palazzo della Cultura. Nevica. Di fronte c'è una piazza con una scritta gigantesca, Pobeda, "Vittoria", e un murale dedicato alla babushka ucraina che avrebbe accolto i suoi soldati con la bandiera sovietica.

Il centro città di Belgorod (foto di R.Castelletti) 

Belgorod e lo scudo della contraerea

Anche a Belgorod è diventato impossibile ignorare il conflitto. La "città bianca" nel Sud della Russia, quasi 400mila abitanti, è il capoluogo regionale più vicino all'Ucraina. Dista soltanto 39 chilometri dal confine e 80, un'ora e mezza di macchina, da Kharkiv. Quanto basta per essere fuori tiro dell'artiglieria. Qui possono arrivare soltanto i missili che però vengono intercettati dai sistemi di difesa anti-aerea.

È una raffica in successione. Ogni colpo traccia un lampo luminoso che illumina il cielo a giorno e rimbomba in tutta la città. Impossibile non sentirlo. Ma la gente per strada non si volta nemmeno. Ha imparato ad apprezzare questo boato: è il suono della protezione, dello scudo. Soltanto quattro giorni fa, mentre a Mosca si cantava allo stadio Luzhniki alla vigilia della Festa dei Difensori della Patria, la difesa aerea ha intercettato due missili Himars, un Uragan e due Tochka-U. Perlomeno così ha detto il governatore Vjacheslav Gladkov nel suo bollettino quotidiano. Mentre canali Telegram locali diffondono ogni giorno foto di danni o di frammenti dei rakete, "missili", trovati per strada.

Ulisa Majakovskogo a Belgorod, spianata dai bulldozer (foto di R.Castelletti) 

"All'inizio i bombardamenti erano soprattutto di notte. Ma dopo il ritiro da Kharkiv e il bombardamento del ponte della Crimea, si sono fatti più intensi. Arrivano all'incirca alla stessa ora: nella prima metà della giornata e dalle sei alle sette di sera. Talvolta anche all'ora di pranzo", spiega Nadezhda, nome cambiato, giornalista locale. "La gente evitava di uscire in certi orari, ma dopo un po' la maggior parte ha abbandonato ogni precauzione".

Fino al 3 luglio, quando i "detriti" dei razzi intercettati dalla contraerea hanno colpito un gruppo di casupole staliniane uccidendo un residente locale e gli Olekseenko, una famiglia di quattro rifugiati ucraini. La morte li ha seguiti oltreconfine. Prima di allora gli abitanti di Belgorod avevano sentito parlare dei bombardamenti soltanto dai loro parenti in Ucraina. Il governatore ha promesso ai familiari tre milioni di rubli per ogni morto e 500mila per ogni ferito. Tanto vale una vita in Russia.

Nonostante siano passati già sette mesi, il cumulo di macerie è rimasto lì in ulitsa Majakovskogo, spianato dai bulldozer. Nessuno lo ha rimosso. Sotto la coltre di neve, oltre i nastri biancorossi che il vento gelido fa sventagliare, si intravedono tubi, travi e giocattoli di bambini. Fiori recisi giacciono davanti al memoriale incorniciato da un grande casermone intitolato alle "vittime del terrorismo".

Il 3 luglio sembrava che fosse arrivata una scossa, il punto di rottura. Che gli abitanti di Belgorod avessero capito di essere ostaggi di un folle piano, abbandonati a se stessi. Ma non è successo. Ciascuno a modo suo si è adattato a questa nuova normalità. C'è chi segue la "regola delle due mura" e si nasconde in bagno. Chi dall'ultimo piano scende di sotto. Nadezhda va dallo psicologo perché vive nell'ansia costante. Suo padre invece ha fatto scorta di viveri e acquistato un giubbotto antiproiettile. "I raid sono diventati parte della quotidianità. Non ci si fa caso. Forse perché il dolore non è ancora arrivato in ogni casa".

La nuova normalità sono anche gli uomini in uniforme e mezzi militari che pattugliano le strade. I bar con narghilè dove puoi incontrare i combattenti di Wagner. Gli slogan patriottici "Tutto per la prima linea! Tutto per la vittoria" accanto ai ritratti dei soldati che hanno perso la vita in Ucraina. Di fronte all'amministrazione regionale ci sono ancora le luminarie del Nuovo Anno e tra le bancarelle serrate due grandi maxischermi che trasmettono pubblicità e notizie dei successi del governo locale. Ogni tanto compaiono i numeri dell'ufficio di reclutamento.

I banchi del mercato cittadino ora vendono equipaggiamento militare ai soldati. "Li vedo comprare giacche mimetiche e biancheria intima termica e mi chiedo come mai non le abbiano già", dice la rivenditrice Elena. Quando si è scoperto che l'approvvigionamento dell'esercito faceva acqua, la popolazione si è data da fare. Volontari coordinano lo sforzo su diverse chat Telegram, molte delle quali private e accessibili soltanto su invito. Ci sono gli elenchi di ciò che serve e dei punti di raccolta. A volte sono gli stessi militari a ritirare gli aiuti portandoli oltre il "nastro", lenta, come viene chiamata la frontiera.

Raccolta di aiuti umanitari nella chiesa di padre Vasilij Belgorod (foto di R.Castelletti) 

Vasilij Sergienko, "prete combattente"

Una famiglia chiede di padre Vasilij nella chiesetta verde chiaro di Sergij Radonezhskij alla periferia di Belgorod. È stata ricostruita circa 10 anni fa dopo che era stata fatta saltare in aria nel 1937 dai bolscevichi. Madre e padre depositano una busta colma di beni di prima necessità, i due bambini invece gli consegnano altrettante letterine per i soldati. Sulle buste hanno disegnato il profilo di un carro armato col tricolore russo e l'acronimo Zov che sta per "operazione militare speciale", l'eufemismo adottato da Putin per la sua offensiva. E poi le scritte Pobeda, "Vittoria", e Zavav za vas, "Saluti a voi".

La comunità di questa chiesa si è mobilitata "letteralmente nei primi giorni", dice padre Vasilij, cappellano militare dei cosacchi, 37 anni di sacerdozio da "prete combattente". È figlio dell'Urss: origini ucraine, nato nell'Uzbekistan sovietico, è arrivato a Belgorod nel 2002. "Inizialmente raccoglievamo aiuti per la popolazione civile di Kharkov (lo dice alla russa, ndr.). I nostri militari avanzavano e si erano interrotti i collegamenti. Mi raccontavano che erano costretti a condividere le loro razioni con i civili. Poi ci siamo mossi per gli sfollati ucraini e infine per i nostri militari. Da circa due mesi tessiamo anche reti mimetiche per i soldati. Succede qui nello scantinato, sotto ai nostri piedi".

Belgorod, padre Vasilij: ''Così si convive con i continui colpi di artiglieria''

Padre Vasilij è d'accordo con il metropolita Joann di Belgorod e Stary Oskol che ha detto che era venuto il tempo di "trasformare le spade in aratri". Una voce isolata nella Chiesa russa ortodossa. "Il nostro compito è quello di pregare Dio affinché questo finisca quanto prima", dice. Ma è anche convinto che la Russia non avesse altra scelta. "Il mio cognome è ucraino, Sergienko. Per me russi e ucraini sono fratelli. Di più siamo un popolo solo. Siamo stati messi l'uno contro l'altro in maniera artificiale. Ora, a causa della loro propaganda, noi siamo i "nemici", i moskali, "predatori", non più esseri umani, che bramano sangue e esseri umani".

Se si prova a contestare, padre Vasilij replica: "Guardiamo il bianco e ci sembra bianco, ma dall'altra parte dicono che è nero. Se voi viveste qui, vedreste le cose come le vediamo noi". Si torna sempre alla stessa narrazione. Quella del patriarca Kirill, convinto che la Russia in Ucraina stia combattendo le "lobby gay". "Sappiamo tutti chi era Bandera. Era un nazista. Lo dicono i documenti. Per non parlare dei valori. Oggi vedevo su Tv Tsargrad che a una donna russa in Germania hanno tentato di sottrarre i figli per darli in adozione a una coppia gay".

Padre Vasilij ammette che "si muore da un lato e dall'altro", ma sostiene che "non c'era altra scelta. Semplicemente non c'era". Porgi l'altra guancia, un concetto superato. "Continuavano a riempire l'Ucraina di armamenti. Volevano distruggere la Russia. Come dice il nostro presidente, se la rissa è inevitabile, colpisci per primo. Sosteniamo Putin. Difende i nostri interessi. Non vogliamo che vengano stravolti i valori. Non vogliamo che i bambini vengano tolti ai genitori e dati a coppie gay. Così come non vogliamo il nazismo", insiste il cappellano. Poi ci conduce nello scantinato giù per una ripida scalinata e una stanzetta buia piena di libri religiosi polverosi.

Padre Vasilij Sergienko mostra letterine dei bambini per i soldati (foto di R. Castelletti) 

Le babushke che tessono le reti mimetiche

La sala del refettorio è inondata dalla luce gialla delle lampade. Dirimpetto c'è un altare, alle pareti le icone. "Di solito qui tenevamo riunioni dei fedeli o le elezioni dell'atamano dei cosacchi. Dal 5 novembre ci lavorano le nostre volontarie", spiega padre Vasilij. Al centro sono stati piazzati due grandi tavoli da pranzo dove due donne sono intente a tagliuzzare scampoli di cotone beige, giallo e verde e di tulle bianco. Ai lati una decina di donne operose e una bambina imbarazzata intrecciano i brandelli attorno a quattro telai. Quello di Sergij Radonezhskij è stato il primo gruppo nella regione di Belgorod a lanciare l'iniziativa. Ora ce ne sono almeno  11.

"Alcuni circoli si chiamano "apette", altri "ragnetti". Noi ci chiamiamo "Bereghinie" come le dee della foresta della mitologia slava, le donne che proteggono il funerale", dice venendoci incontro Raissa Pavlovna, 75 anni, il volto rugoso, i capelli scuri raccolti da un cerchietto. "Adesso tessiamo reti mimetiche "invernali", bianche come la neve, per l'area da Svatovo a noi. Queste invece sono le reti autunnali. I nostri militari nella regione di Kherson ce le chiedono con i toni del marrone e del verde per mimetizzarsi con la terra secca. Le usano per coprire tutto: trincee, armi, equipaggiamento militare. Realizziamo anche candele per le trincee che fanno sia luce che calore", spiega.

Ha un nipote al fronte. È stato chiamato in servizio a due giorni dall'inizio della "mobilitazione parziale" annunciato da Putin il 21 settembre. "Noi siamo con i soldati. Se potessimo li copriremmo con i nostri corpi. E loro sono con noi. Ci scrivono che siamo i loro angeli. Leggiamo e piangiamo. La nostra missione è giusta. La vittoria sarà nostra".

Anche Oksana Koshava, tuta grigia e scarponi, 50 anni, vuole dire la sua: "È inutile chiederci se sosteniamo o meno l'operazione militare speciale. Sapevamo da anni che l'Ucraina si preparava ad attaccarci. Se oltrepassavamo il confine con un'auto dalla targa russa, venivamo attaccati. Ci siamo solo stupiti che alla fine il primo colpo sia partito da noi".

A Belgorod tra le fedeli che tessono reti mimetiche per i soldati russi

I morti non scalfiscono il patriottismo

Neppure le bombe scalfiscono il consenso popolare a Belgorod. Nessuno chiede la fine delle ostilità. Anzi c'è persino qualcuno a cui non bastano. "Avremmo dovuto iniziare l'Operazione già nel 2014, quando abbiamo annesso la Crimea. Perché è allora che gli ucraini hanno iniziato a sterminare gli abitanti del Donbass, i loro stessi connazionali! A dispetto di quello che dicono, noi prima di un anno fa non eravamo entrati nel Donbass. C'erano dei russi, certo, ma erano dei volontari. Magari qualche Spetsnaz, ma tutti i Paesi dispiegano le loro forze speciali nei territori al confine, non siete d'accordo?", sbotta Andrej, 48 anni, seduto in un bar.

Si è appena iscritto a uno dei corsi di addestramento per milizie popolari organizzati dall'associazione paramilitare sovietica Dosaaf locale. Avremmo dovuto assistere a una sessione di allenamento, ma "non è arrivata l'autorizzazione dall'alto". E il capo del club militare-patriottico "Sever" (Nord), Roman Verbitskij, che avremmo dovuto incontrare, era ricoverato a 100 chilometri da Belgorod.

"Il 23 febbraio di un anno fa sono andato a letto un po' sbronzo", ricorda Andrej. "Avevo bevuto un po' con degli amici per festeggiare la festa dei Difensori della patria, la festa degli uomini. Mi sono svegliato con i bombardamenti. Bum, bum. Si sparava dappertutto. Accendo la tv e vedo Volodja (diminuitivo di Vladimir, sta per Putin, ndr.) annunciare che ha iniziato l'operazione militare speciale. Ho avuto uno scatto di patriottismo. Le autorità avevano deciso di agire finalmente. Ma è durata poco. Avrebbero dovuto spurgare tutta l'Ucraina fino a Kiev. O arrivare fino alla Polonia. Invece, come si dice in russo, hanno cominciato a "masticare il moccio", a tirarla per le lunghe. Si sono seduti al tavolo dei negoziati. E poi si sono ritirati. Ora che i Paesi Nato vogliono mandare nuove armi, Vladimir Vladimirovich dovrebbe dirlo chiaro: se lo farete, vi bombarderemo. Mi fa andare su tutte le furie".

 

I pacifisti invisibili

I pacifisti sono quasi invisibili. Le azioni di protesta sono state rare, ad eccezione del tentativo di incendiare con una molotov l'ufficio di arruolamento militare, e di qualche picchetto solitario. Il pilota militare in pensione Vladimir Bilevich è andato in giro con un giubbotto con la scritta "Njet", "No". Due ragazze vestite di giallo e di blu hanno distribuito fiori. Un giovane, Andrej Kalashnikov, si è piazzato davanti alla fiamma eterna con un poster "Abbracciami se vuoi la pace". Se l'è cavata con una multa per discredito delle forze armate.

Non è andata così bene alla professoressa Tatiana Novikova, licenziata dall'Università dove lavorava da 36 anni per una poesia pubblicata sul suo profilo VKontakte, il Facebook russo. Nessuno dei suoi colleghi ha protestato. L'unico atto di resistenza rimasto è un mazzo di fiori in omaggio alle vittime di Dnipro lasciato ogni giorno davanti al busto di Bogdan Khmelnytskyj, atamano dei cosacchi d'Ucraina.

Il "Comitato contro la guerra di Belgorod" conta appena 550 iscritti. "Affiggiamo volantini, difendiamo i diritti di chi si oppone all'operazione, vuole tornare dal fronte o sfuggire alla mobilitazione", ci racconta Ilja Kostjukov, 19 anni, attivista dell'opposizione e fondatore del gruppo. Ci ritroviamo a casa sua perché le guardie gli hanno appena negato l'accesso alla sede del partito Jabloko dove milita da due anni.

"Sono stato condannato già due volte, una per picchetto di massa, una per organizzazione di un raduno. Mi hanno espulso dall'Università, sfrattato dallo studentato e licenziato. Ora rischio anche di essere espulso dal partito". Zazzera ossigenata, Kostjukov sfoggia un tatuaggio anarchico sull'avambraccio e ogni tanto svapa. Sullo scaffale della libreria tra il Monopoli e il cubo di Rubik c'è una Costituzione.

"Dopo il 24 febbraio in un primo momento a Belgorod c'era stato un moto di incredulità e ribellione. Ma è scattata subito la propaganda. Adesso molta gente è stanca. Vorrebbe che finisse. Ma non le importa come. Regna l'apatia. A nessuno frega niente finché non viene toccato in prima persona, finché non gli portano una bara in casa".

L a scritta "ukrytie" (rifugio) sui muri di Belgorod.(foto di R. Castelletti) 

Pensieri oscuri

Quando il 13 ottobre i frammenti di razzi hanno colpito un secondo condominio, fortunatamente deserto, all'improvviso i residenti hanno iniziato a pensare a dove mettersi al riparo. Le autorità hanno dato mandato di aprire rifugi negli scantinati e nei parcheggi sotterranei. La città è stata tappezzata di frecce con la scritta "ukrytie". Uno sforzo inutile. I nascondigli sono tutti serrati. Il cancelletto arrugginito a un angolo di Belgorodskij Prospekt è lucchettato. Sull'intonaco scrostato di una casa che sembrerebbe abbandonata si legge che "le chiavi si trovano presso l'azienda Aspekt". Sirene antiaeree non ce ne sono. Le allerta arrivano via sms, ma in ritardo. Il raid inizia alle 6 e l'sms arriva alle 8.

La pagina VKontakte del governatore Vjacheslav Gladkov è stata inondata dalle lamentele. Lo hanno soprannominato "Khlopkov" (pronuncia: khlapkov) perché come i media governativi chiama le esplosioni khlopok, "scoppio", o gromkije zvuki, "forte strepito". Consueto ricorso a un eufemismo sdrammatizzante. Gladkov fa di tutto per preservare una fragile illusione di vita normale: dopo gli attacchi  rimuove le macerie, fornisce nuovi appartamenti. È lo stesso motivo per cui i media nazionali hanno trattato con discrezione i raid di luglio e ottobre.

Allo stesso tempo, la retorica si è fatta più radicale. Ci sono appelli a "rispondere agli ucraini" e  a "distruggere Kiev". Dopo la controffensiva autunnale dell'esercito di Kiev e l'esplosione sul ponte di Crimea, un pensiero oscuro ha attraversato la mente della gente. Una nuova paura. Che l'operazione militare speciale possa sconfinare nella regione. Poco importa che l'Ucraina non abbia mai dato segno di voler fare qualcosa di più che riconquistare i territori sottratti.

Timori inauditi fino a poco tempo fa. "Belgorod era la più "ucraina" tra le città russe", dice Nadezhda. "La metà degli abitanti qui ha parenti o ha studiato là o viceversa. Noi andavamo a Kharkiv a fare acquisti, cenare o vedere concerti perché i prezzi erano più bassi. E loro venivano qui a lavorare perché gli stipendi erano più alti. Avevamo un modo di dire: "Se vuoi incontrare gente di Belgorod, vai al ristorante Stargorod di Kharkov nel fine settimana". Era così fino al 2014 che ha segnato l'annessione della Crimea e l'inizio del conflitto separatista nel Donbass. Ma l'aggressione di Putin ha logorato i legami irrimediabilmente. Ora le due città sono separate dalla linea del fronte. "È una tragedia. Tocca ognuno di noi".

Trincee nella neve al confine. (Foto dal Canale Telegram di Vjacheslav Gladkov, governatore di Belgorod) 

La "zasechnaja cherta", la prima linea di difesa come nel '600

Lo scorso dicembre Gladkov ha dato ordine di scavare una linea di trincee al confine. "Non vorrei drammatizzare la situazione, ma ci stiamo preparando a diversi scenari: pessimista, ottimista e moderato. Anche se spero che non avremo bisogno di considerare la prima opzione", ha commentato in modo vago.

Secondo il ministero della Difesa britannico, potrebbe trattarsi dell'ennesima mossa per "infiammare il sentimento patriottico", ma non esclude che le autorità russe abbiano "la convinzione genuina, ma falsa, che esista una minaccia credibile d'invasione da parte delle forze ucraine".

Ce lo conferma Nadezhda: "Prima hanno evacuato i villaggi al confine, poi hanno iniziato a scavare. In caso di un'improbabile invasione ucraina, sono pronti a cedere la striscia di terra tra il confine vero e proprio e questa nuova linea di fortificazioni". Kostjukov invece è convinto che sia un bluff: "Vogliono che i cittadini odino gli ucraini e siano pronti a combatterli".

Tre mesi dopo si continua a scavare anche nella steppa congelata. I "castori", nome in codice dei volontari taglialegna, abbattono gli alberi dei nonni. Militari e mercenari Wagner spalano terra e neve. Visti dal finestrino, non li distingui. Hanno tutti una mimetica che li confonde con la terra denudata. Scavano e riscavano come gli antenati.

Questa trincea che corre a due chilometri dal confine con l'Ucraina è stata battezzata zasechnaja cherta, "linea di abbattute" o "abatis", com'era chiamata "la linea di Belgorod", lo sbarramento di alberi spianati costruito nel Seicento a baluardo dalle incursioni dei tatari di Crimea. È una sorta di moderna linea Maginot, la prima e unica costruita in terra russa. Per difendersi da un nemico che non ha mai attaccato.