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Dal raffreddore di Breznev al giallo su Stalin, cosa insegnano le morti dei leader russi sulla fine dell'era Putin

(ansa)
"Sarà il suo stesso entourage a eliminarlo", prevede Zelensky. E il Financial Times parla di ipotesi "rivoltella o cianuro". L'uscita di scena dei suoi predecessori aiuta a capire come potrebbe essere messo da parte il presidente russo
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LONDRA – Il giallo della morte di Stalin. Il golpe incruento per deporre Krusciov. Il fatale “raffreddore” di Breznev. Sono alcuni dei modi inconsueti e drammatici con cui nel passato uscirono di scena i capi del Cremlino. La frase pronunciata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky all’indomani del primo anniversario dell’invasione russa, “sarà il suo stesso entourage a eliminare Putin”, e le indiscrezioni raccolte dal Financial Times secondo cui, se le cose peggiorano, la nuova nomenklatura potrebbe estrometterlo “con un colpo di rivoltella, con il cianuro o con un altro metodo”, riaprono le ipotesi sulla possibilità che il presidente russo perda il potere a causa della guerra. Riesaminare come furono messi da parte o se ne andarono i suoi predecessori può aiutare a capire in che maniera potrebbe chiudersi l’era dell’odierno autocrate di Russia. Le analogie con i misteri sulla salute di Putin e …

LONDRA – Il giallo della morte di Stalin. Il golpe incruento per deporre Krusciov. Il fatale “raffreddore” di Breznev. Sono alcuni dei modi inconsueti e drammatici con cui nel passato uscirono di scena i capi del Cremlino. La frase pronunciata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky all’indomani del primo anniversario dell’invasione russa, “sarà il suo stesso entourage a eliminare Putin”, e le indiscrezioni raccolte dal Financial Times secondo cui, se le cose peggiorano, la nuova nomenklatura potrebbe estrometterlo “con un colpo di rivoltella, con il cianuro o con un altro metodo”, riaprono le ipotesi sulla possibilità che il presidente russo perda il potere a causa della guerra. Riesaminare come furono messi da parte o se ne andarono i suoi predecessori può aiutare a capire in che maniera potrebbe chiudersi l’era dell’odierno autocrate di Russia. Le analogie con i misteri sulla salute di Putin e con il suo crescente isolamento non mancano.

Il testamento tradito di Lenin

Nel maggio 1922 Vladimir Lenin viene colpito da un ictus, che gli fa temporaneamente perdere la capacità di parlare e gli paralizza il lato destro del corpo. Viene trasferito per la convalescenza a Gorkij, l’odierna Nizhnij Novgorod, una città a 400 chilometri da Mosca. Si riprende dopo qualche mese, torna nella capitale, ma a dicembre soffre un secondo ictus e fa nuovamente ritorno a Gorkij. Nel marzo 1923 subisce un terzo ictus. Il 21 gennaio 1924 entra in coma e muore poche ore dopo. Durante questo progressivo declino fisico, il fondatore della rivoluzione bolscevica cerca di nominare come suo erede Lev Trotskij e di rafforzare le riforme economiche da lui lanciate all’inizio degli anni Venti per ricostituire un’economia privata (la Nep, Nuova Politica Economica), una volta resosi conto che la statalizzazione totale dell’economia non funziona. Nel suo “testamento” politico critica fortemente Josif Stalin, giudicandolo inadatto a guidare l’Urss. Ma approfittando della malattia del leader, Stalin trama in senso contrario, raccoglie alleati nel Politbjuro, tiene a distanza Trotskij nascondendogli perfino la data del funerale di Lenin, decide contro la volontà della vedova di Lenin di imbalsamarne la salma ed esporla in un mausoleo sulla Piazza Rossa (dove giace tuttora) e riesce a prendere il potere. Su suo ordine, Trotskij verrà poi assassinato nel 1940 in Messico, dove era fuggito in esilio.

Il veleno di Stalin

Come Lenin, anche Stalin nei suoi ultimi anni di vita è in cattiva salute. Per questo prende vacanze sempre più lunghe: nel 1950 e nel 1951 trascorre ben cinque mesi nella sua dacia in Abkhazia, una regione della repubblica sovietica di Georgia. Non è chiaro di cosa soffra, probabilmente un insieme di disturbi di vario genere. Nel gennaio 1952, quando uno dei suoi medici gli suggerisce di ritirarsi a causa dei suoi problemi sanitari, lo fa immediatamente imprigionare. Nel settembre dello stesso anno accusa un gruppo di medici, quasi tutti di origine ebraica, di complottare contro di lui ed altri membri del Politbjuro in quello che verrà ricordato come “il complotto dei dottori”: ordina di arrestarli e torturarli per estorcere loro una confessione. I suoi discorsi pubblici si diradano, il suo comportamento è sempre più sospettoso e paranoico, al punto che di lui non si fidano più nemmeno gli uomini rimasti a lungo suoi alleati e complici nel Grande Terrore (le persecuzioni di massa che portano alla morte o ad essere rinchiusi nei lager milioni di innocenti), fra i quali Lavrentij Berija, capo dell’Nkvd, il potentissimo servizio di sicurezza che sarebbe poi diventato il Kgb.

Il 1° marzo 1953 il personale del suo staff trova Stalin semi incosciente sul pavimento della camera da letto, nella dacia di Kuntsevo, nei dintorni di Mosca, dalla quale da tempo quasi non esce più, recandosi molto raramente al Cremlino. Secondo indiscrezioni circolate nei primi anni dopo il crollo dell’Urss, il giorno prima Stalin era rimasto a lungo nella sauna insieme a Berija e ad altri membri del Politbjuro, inconsapevole che l’alta temperatura fosse nociva per le sue condizioni. Secondo un’altra versione, pubblicata nel 2003 dal New York Times sulla base di nuove rivelazioni, Berija stesso avrebbe tramato per assassinarlo facendogli somministrare warfarina, un farmaco anticoagulante utilizzato nelle terapie mediche, ma che in alte dosi trova applicazione anche come topicida.

Josif Stalin 

Di certo c’è che il dittatore soffre un’emorragia cerebrale da cui non si riprende più: viene fatto stendere su un divano, dove rimane per tre giorni. Non è chiaro come viene curato. Gli vengono dati vari medicinali e iniezioni. I figli Svetlana e Vasilij vengono chiamati alla dacia soltanto il 2 marzo: il maschio, ubriaco, lancia accuse ai medici e Berija ordina che venga portato via. Una situazione assurda, incredibile, surreale e misteriosa: non per nulla molto tempo dopo (nel 2017) ispirerà un film, una dark comedy intitolata "La morte di Stalin". Stalin muore il 5 marzo: lo scrittore Varlam Shalamov, autore di “I racconti di Kolyma”, una memoria della vita nei campi di concentramento staliniani ancora più impressionante di “Arcipelago Gulag” di Aleksandr Solgenitsyn, dirà che fu come se un sospiro di sollievo collettivo si alzasse da tutto il Paese. Non c’è un successore designato: dopo un periodo di transizione il suo erede sarà Nikita Krusciov, uno degli otto membri anziani del Presidium del Comitato Centrale del Pcus. Fin da subito vengono avviate riforme per una politica meno ostile verso gli Stati Uniti, per mettere fine alla guerra in Corea, per un’amnistia che dimezza il numero dei detenuti, incluso il rilascio dei medici accusati da Stalin del complotto, e per il bando della tortura.

Il putsch contro Krusciov

Con il “discorso segreto” al XX congresso del Pcus nel 1956, Krusciov avvia definitivamente la destalinizzazione, rivelando al partito le peggiori nefandezze del suo predecessore e accusandolo di “culto della personalità”. E’ la stagione in cui in Urss si piantano le radici della perestrojka che verrà proclamata da Mikhail Gorbaciov trent’anni più tardi: non per nulla Gorbaciov e i suoi riformatori appartenevano alla generazione dei cosiddetti “figli del Ventesimo Congresso”. Nonostante l’invasione dell’Ungheria nel 1956 e la crisi dei missili a Cuba, che porta Mosca sull’orlo di una guerra nucleare con gli Usa, dalle peggiori tensioni della guerra fredda sbocciano i primi negoziati sugli armamenti strategici. Ma Krusciov non presta abbastanza attenzione ai rivali interni, aggira il partito con una burocrazia direttamente sotto il suo controllo, attira critiche con un comportamento bizzarro. La verità è che la sua spinta riformatrice viene considerata eccessiva: un’eresia rischiosa per il comunismo. Come Lenin e Stalin, inoltre, trascorre lunghi periodi lontano da Mosca, dando così tempo ai suoi avversari per organizzarsi.

È anche lui in una dacia in Abkhazia, il 12 ottobre 1964, quando Leonid Breznev, uno dei membri del Politbjuro, lo avverte di una riunione sull’agricoltura fissata nella capitale per il giorno dopo. Presentendo qualcosa, Krusciov parte immediatamente in aereo, ma all’atterraggio trova ad attenderlo il capo del Kgb che gli comunica laconicamente: “Nikita Sergeevic, siete stato deposto”. Un po’ perché se lo aspettava, un po’ perché fisicamente provato, il leader non oppone resistenza. Viene portato al Cremlino, dove Breznev e Michail Suslov, l’ideologo del partito, lo attaccano verbalmente: un processo in cui non può difendersi. Ventiquattro ore più tardi il Presidium del Comitato Centrale vota all’unanimità una mozione in cui si annuncia che è stata accolta la richiesta “volontaria” di Krusciov di ritirarsi per “ragioni di età e problemi di salute”. Al suo posto viene eletto Breznev. “Sono vecchio e stanco, ma il più è fatto”, confida Krusciov la sera stessa al suo fidato consigliere Mikoyan. “Ora tutto è differente”, precisa alludendo all’epoca di Stalin, “è passata la paura”. Gli viene data una pensione, una dacia e una macchina. Sette anni dopo, quando ha 77 anni, l’autore della destalinizzazione muore di attacco cardiaco. Non viene sepolto lungo le mura del Cremlino, come Lenin e Stalin, ma nel cimitero moscovita di Novodievich, come un eretico.

Il raffreddore di Breznev

Quello del suo successore è un lungo regno, caratterizzato dalla distensione con gli Usa, frutto di negoziati e trattati per il controllo delle armi nucleari, ma anche dalla stagnazione economica, che porta l’Urss a un continuo declino degli standard di vita. Non c’è più la paura di venire rinchiusi nel Gulag per un nonnulla, come ai tempi di Stalin, ma la dittatura annulla gran parte delle riforme di Krusciov che avevano aperto spiragli di libertà e incarcera almeno 10 mila dissidenti politici, tra cui gli scrittori Yuli Daniel e Andrej Siniviaski e il fisico Andrej Sakharov, già insignito del premio Nobel per la pace. Breznev ordina anche l’invasione dell’Afghanistan, una guerra che si rivela catastrofica per il morale e per l’economia nazionale, conclusa con un umiliante ritiro. Nel 1968, manda i carri armati in Cecoslovacchia, reprimendo nel sangue la “primavera di Praga”. Inoltre ricrea nei suoi confronti, sia pure non animato dal medesimo terrore, il culto della personalità che esisteva sotto Stalin.

Ma Breznev è un accanito fumatore e bevitore. Lo stress di mantenere a lungo il potere (ci resterà per quasi diciotto anni), gli stravizi, l’abuso di tranquillanti e sonniferi, ne peggiorano gravemente la salute. Come una maledizione, compie lo stesso cammino dei predecessori Lenin e Stalin, si ammala, tralascia sempre più spesso i suoi doveri pubblici. Soffre di una serie di ictus, forse anche di leucemia e di depressione. Il 7 novembre 1982 riappare, dopo un’assenza di mesi, per presenziare alla parata sulla Piazza Rossa per l’anniversario della rivoluzione. La Pravda scrive che è convalescente da “un raffreddore”: evidentemente un male incurabile, perché Breznev muore tre giorni dopo, in seguito a un ennesimo ictus. Viene seppellito con tutti gli onori al Cremlino.

Andropov e Chernenko, tre anni in due 

I suoi primi eredi durano poco: tre anni in due. Juri Andropov, capo del Kgb, promosso segretario generale al suo posto, non ha il tempo di iniziare le riforme che giudica necessarie, essendo uno dei pochi a conoscere lo stato fallimentare della vita sovietica: eletto il 12 novembre 1982, muore il 9 febbraio 1984 dopo un lungo ricovero ospedaliero per insufficienza renale. Indica come proprio successore Gorbaciov, giovane e dinamico membro del Politburo, affidandogli il compito di proseguire le riforme, ma il vertice del partito non gli dà ascolto, spaventato ancora una volta dal vento del cambiamento, ed elegge al suo posto un conservatore, Kostantin Chernenko, anche lui anziano e già malato: eletto segretario generale il 13 febbraio 1984, muore poco più di un anno dopo, il 10 marzo 1985. E a quel punto tocca a Gorbaciov, alla glasnost (libertà di espressione) e alla perestrojka (ristrutturazione), le riforme per democratizzare l’Urss: che nel giro di sei anni portano tuttavia al suo crollo.

Mikhail Gorbaciov 

Le dimissioni di Gorbaciov e Eltsin

Sia Gorbaciov che Boris Eltsin, presidente della Russia dopo il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991, sono gli unici leader russi a dimettersi con una modalità analoga a quella che avviene in Occidente o in un qualsiasi Paese democratico, lasciando il potere pacificamente e volontariamente. Ma anche contro di loro ci sono tentativi di disarcionarli con la violenza. Nell’agosto 1991, un golpe toglie per tre giorni il potere a Gorbaciov, tenendolo prigioniero nella dacia in cui trascorre le vacanze sul mar Nero (c’è sempre una dacia e una vacanza o convalescenza lontano dalla capitale nei colpi di stato in Russia: forse per questo Putin preferisce rimanere vicino a Mosca): il putsch fallisce, per la debolezza dei golpisti, per il coraggio di Eltsin nell’opporre resistenza, per il popolo che scende in piazza a protestare, ma diventa il prologo di una fine dell’Urss peraltro già annunciata dalle spinte indipendentiste di tutte le repubbliche in cui è suddivisa la più grande nazione della terra, oltre al fallimento economico delle riforme e alla rivalità fra Gorbaciov e il suo successore.

L’uomo della perestrojka annuncia le dimissioni in tivù, la sera del 25 dicembre 1991: non ha altra scelta, il Paese su cui presiedeva non esiste ormai più, ma ci tiene a uscire di scena in modo dignitoso e responsabile, un passaggio di poteri non cruento, nella speranza che i semi della democrazia da lui piantati continuino a germogliare sotto Eltsin e sotto i leader delle altre ex-repubbliche sovietiche. Eltsin prende il comando della Russia e sembra deciso a rafforzare democrazia e capitalismo, in cooperazione con l’Europa e gli Stati Uniti. C'è un golpe anche contro di lui, nel 1993, ma viene respinto con le cannonate dei carri armati sul parlamento occupato dai ribelli in armi, nostalgici del comunismo. Ciononostante, per mancanze personali e problemi globali Boris Nikolaevic si ritrova a guidare una deriva verso caos, corruzione e disagio sociale. In più è prigioniero dell’alcol, la sua salute peggiora, dopo essere stato rieletto nel 1996 capisce che non ha le energie per una terza campagna presidenziale. Si dimette il 31 dicembre 1999, nomina presidente a interim Vladimir Putin, in precedenza suo capo dell’Fsb, il successore del Kgb sovietico, e primo ministro, che come primo decreto, qualche ora dopo, stabilisce l’immunità da qualunque accusa o processo per il presidente uscente e i suoi familiari, anche loro fortemente coinvolti nella corruzione generale. Eltsin muore nel 2007, Gorbaciov è morto nell’agosto dello scorso anno. Eletto presidente con un voto popolare nei primi mesi del 2000, Putin è ancora al Cremlino.

Il presidente russo, Vladimir Putin, ai funerali di Gorbaciov 

Un punto interrogativo per Putin

In un primo tempo, Boris Eltsin sembrava orientato a designare come erede Boris Nemtsov, giovane governatore di Nizhnij Novgorod, soprannominato il “Clinton russo”. Ma poi gli preferisce Putin, uomo d’ordine che schiaccia la resistenza nella repubblica ribelle di Cecenia facendo terra bruciata con la stessa tattica di bombardamenti a tappeto che userà in seguito in Siria e in Ucraina, e che gli garantisce protezione da ogni genere di accuse. Il resto è noto. Nemtsov, diventato leader dell’opposizione, finisce assassinato da ignoti sulla Piazza Rossa nel 2015. Putin non molla più il potere, conservandolo di fatto anche quando nel 2008 assegna la presidenza per quattro anni a Dmitrij Medvedev, tenendo per sé il ruolo di premier, per ottemperare al divieto di più di due mandati consecutivi: che verrà poi aggirato da una riforma costituzionale in grado di permettergli di guidare la Russia fino al 2036. L’anno prossimo dovrebbe ricandidarsi ancora una volta alla presidenza. A meno che la guerra in Ucraina, con le sue infauste conseguenze, non metta fine precocemente all’era Putin: con un golpe del suo entourage, come prevede Zelensky, con un colpo di rivoltella o con il cianuro, come una fonte russa ha raccontato al Financial Times.