Nella casa-rifugio dove le polacche si autotassano per aiutare le ucraine: "Sono fuggite pensando solo ai loro figli "
dalla nostra inviata Brunella Giovara , dalla nostra inviata Brunella GiovaraLesznowola (Polonia) - C'è un di qua, ed è la Polonia pulita e ordinata, dove apri il rubinetto ed esce l'acqua. E c'è un di là, dove sono rimasti gli uomini, che "telefonano se c'è la corrente per caricare i telefoni". Se no, ci si sente un'altra volta, un altro giorno di quest'anno passato dal 24 febbraio 2022. Ma neanche qui, nella tranquilla Casa Przystan, i bambini riescono a dormire bene. Le madri sono preoccupate: "Hanno ancora il ricordo delle bombe, e poi siamo vicini all'aeroporto Chopin, il rombo degli aerei li disturba". E a Capodanno, quando anche il Comune di Lesznowola ha fatto i fuochi d'artificio, i bambini ucraini sono scappati via urlando. È il peso della guerra. Se non uccide le persone, almeno le schianta nella testa.
Lesznowola (Polonia) - C'è un di qua, ed è la Polonia pulita e ordinata, dove apri il rubinetto ed esce l'acqua. E c'è un di là, dove sono rimasti gli uomini, che "telefonano se c'è la corrente per caricare i telefoni". Se no, ci si sente un'altra volta, un altro giorno di quest'anno passato dal 24 febbraio 2022. Ma neanche qui, nella tranquilla Casa Przystan, i bambini riescono a dormire bene. Le madri sono preoccupate: "Hanno ancora il ricordo delle bombe, e poi siamo vicini all'aeroporto Chopin, il rombo degli aerei li disturba". E a Capodanno, quando anche il Comune di Lesznowola ha fatto i fuochi d'artificio, i bambini ucraini sono scappati via urlando. È il peso della guerra. Se non uccide le persone, almeno le schianta nella testa.
Un popolo in bilico
In un anno 10 milioni di ucraini hanno trovato rifugio in Polonia, che li ha accolti come meglio poteva e può, visto che ce ne sono ancora 2 milioni e mezzo, tra varie strutture anche gigantesche, come il centro fieristico Ptak Expo di Varsavia, e a scendere, istituti e campi profughi e case famiglia o proprio famiglie, che hanno ceduto i letti dei figli e i divani. Per lo più sono donne e bambini, o ragazzi che non abbiano ancora compiuto i 18 anni, perché dopo si è già arruolabili e non si può uscire dal Paese. Un popolo di poveri, che vive psicologicamente in bilico sulla frontiera. E materialmente, grazie alla solidarietà dei privati cittadini e allo Stato, che paga un sussidio di 120 euro al mese per figlio, come per i polacchi. E tutti sono stati iscritti a scuola, i più piccoli nei nidi privati, cari ma per loro gratis.
La solidarietà delle donne
"Noi lavoriamo, ma non è semplice trovare", spiega Vika, 35 anni, due figlie di 4 e 11 anni. Vika fa le pulizie in alcune case, e dà una mano in un negozio di alimentari. Risparmia su tante cose, e le mancano tante cose. Il reggiseno, ad esempio. "A lei e alle altre li abbiamo comprati noi amiche polacche. Ci siamo tassate, ma è stato un piacere", racconta Luiza Krolczuk, attiva volontaria a Casa Przystan, una che dall'inizio cerca e distribuisce aiuti, che sono arrivati dai posti più strani e lontani, tipo la Scozia, o da un produttore di mele dell'Alto Adige, che ha spedito i kit scolastici.
E dal mondo è arrivato e continuano ad arrivare vestiti e coperte, cibarie, giocattoli. Non i reggiseni, però. "Le ucraine sono scappate con le mutande che avevano addosso", spiega Luiza, hanno stipato le valigie di roba per i figli, non per sé. Per salvare "la nostra nuova generazione, che sarà ancora più forte, perché ha già passato la prova del fuoco", dice Vika. Questi bambini hanno sentito il tuono dei bombardamenti, visto lampi nel cielo, distruzione, cadaveri. Sono stressati e anche forti, le psicologhe li seguono, ma basterebbero i viaggi della fuga, a stremare un adulto, figuriamoci Dasha, che ha 4 anni e ne aveva tre, e certo ride e disegna, ma poi arrivano gli incubi.
In fuga verso Est
Tanya, 21 anni e una bambina di un anno nata a Bastanka, nell'oblast di Mykolaiv. Il primo compleanno l'ha festeggiato qui, con la torta e i palloncini, mentre la sua casa "di là" veniva distrutta. "Chi è rimasto, non aveva l'acqua. I russi avevano bombardato l'acquedotto, e così venivano da Odessa a portarla. Ma c'è chi non si è potuto lavare per mesi", finché i russi hanno lasciato Kherson, e così le condotte sono state riparate. E come si fa, con un neonato, senza acqua? Lei è partita, abbandonando la scuola di musica, in un viaggio cominciato in auto, poi "in treno con un macchinista che aspettava istruzioni, poi partiva nel buio. E pensavamo di andare verso Nord, invece siamo arrivati a Dnipro, a Est". E da lì, in altri due giorni, a Kiev, a Lviv "dove abbiamo visto un grande bombardamento, dai campi dove ci eravamo nascosti", poi alla frontiera.
La fabbrica delle ucraine
Justyna Gaweda, assessore del Comune di Lesznowola: "Quando è scoppiata la guerra, c'è stata un'enorme empatia di tutto il popolo polacco. La società, i privati. È stato un evento miracoloso. Il nostro parroco si è subito attivato, i cittadini hanno aperto le case, e anche i cuori". Justyna ha deciso di allestire un rifugio, e subito, prima ancora che si muovesse lo Stato, è stata messa in piedi la Casa Przystan, che significa porto, "e l'abbiamo riempita di brandine e letti. Tutti portavano qualcosa, lenzuola e cibo. E abbiamo allertato i medici comunali, perché venissero a visitare gli ospiti". Ora sono in 19, di cui 10 bambini. All'ingresso, un sacco di patate, e "quando ci sono le patate, gli ucraini sono a posto. Ci basta poco per vivere". Così dice Alessia, da anni immigrata in Polonia. Una donna preziosa, non solo per tradurre ma per cogliere lo stato di stress, e intervenire. Ma oltre alle patate arriva regolarmente anche il dessert, grazie alla fabbrica di pasticceria Olsza che fornisce torte e altri dolci, ma soprattutto dà lavoro. Prima della guerra, impiegava molti immigrati ucraini, che il 24 febbraio sono tornati in patria per arruolarsi. Al loro posto, hanno assunto altrettante ucraine.
"Noi tutte abbiamo lasciato il Paese per salvare i figli. E perché sappiamo che i nostri mariti sono più tranquilli, sapendoci al sicuro". Sennò, ragiona Vika, "saremmo rimaste là", combattendo la guerra banale dell'acqua e del gas, del pane. Dei farmaci, che per loro sono un problema anche qui: "Sono carissimi, e noi sempre ammalati. I bambini portano a casa la varicella, l'influenza... e finiamo tutti a letto", aspettando che tutto finisca, al che ci sono solo sospiri.