Ucraina, macelleria Bakhmut: segnali di ritirata tra ponti distrutti e soldati allo stremo
dal nostro inviato Fabio Tonacci , dal nostro inviato Fabio TonacciKOSTIANTYNIVKA - I soldati feriti che hanno ancora fiato per parlare hanno un modo piuttosto chiaro di descrivere la situazione a Bakhmut. Tre parole: "Totally fucked up". La traduzione è superflua ma il significato è ambiguo, perché poi quasi nessuno si azzarda a usare la parola "ritirata". Non lo fa neanche questo giovane uomo sporco del proprio sangue che si trascina a farsi ricucire la faccia sorretto da due compagni di trincea. Digrigna i denti e contrae in modo convulso la mascella che evidentemente non controlla più: è stata lacerata da una scheggia di mortaio nei pressi del ponte della ferrovia nel centro di Bakhmut, fatto saltare in aria dagli stessi ucraini per evitare che i russi lo possano utilizzare. Ed è solo il primo di una serie di segnali raccolti sul campo nelle ultime ventiquattrore che vanno tutti in una direzione, la resa di Bakhmut. Che, però, Kiev non ammette.
Nell'unico punto d…
KOSTIANTYNIVKA - I soldati feriti che hanno ancora fiato per parlare hanno un modo piuttosto chiaro di descrivere la situazione a Bakhmut. Tre parole: "Totally fucked up". La traduzione è superflua ma il significato è ambiguo, perché poi quasi nessuno si azzarda a usare la parola "ritirata". Non lo fa neanche questo giovane uomo sporco del proprio sangue che si trascina a farsi ricucire la faccia sorretto da due compagni di trincea. Digrigna i denti e contrae in modo convulso la mascella che evidentemente non controlla più: è stata lacerata da una scheggia di mortaio nei pressi del ponte della ferrovia nel centro di Bakhmut, fatto saltare in aria dagli stessi ucraini per evitare che i russi lo possano utilizzare. Ed è solo il primo di una serie di segnali raccolti sul campo nelle ultime ventiquattrore che vanno tutti in una direzione, la resa di Bakhmut. Che, però, Kiev non ammette.
Nell'unico punto di stabilizzazione funzionante nell'arco di venticinque chilometri di fronte, si dà un gran da fare il dottor Kaplya, una cinquantina d'anni, barba grigia e occhi azzurri, che negli attimi di respiro tra un ferito e l'altro (in quaranta minuti si contano nove militari malconci entrare nella sala operatoria raffazzonata, sette escono in piedi, uno in barella, uno dentro un sacco bianco) sussurra una cosa tremenda: "I russi danno la caccia ai medici, tirano sulle nostre ambulanze, se ci individuano ci bombardano. Siamo spiati dai collaborazionisti. Non scrivete il nome del villaggio, dite solo che siamo nei pressi di Kostiantynivka...". Punto di stabilizzazione è il nome che hanno dato ai centri di pronto soccorso allestiti vicino ai combattimenti. Quanto vicino lo si capisce dalla tenda di plastica sopra la porta di ingresso, che si solleva leggermente a ogni colpo dell'artiglieria nascosta tra le case e nella boscaglia: la mattina sparano gli ucraini, il pomeriggio rispondono i russi. Nessuno che pronuncia la parola ritirata. O quasi.
"Il 2 marzo, nel pieno della notte abbiamo ricevuto l'ordine di ritirarci immediatamente da Bakhmut e di riposizionarci", racconta sul suo canale Telegram Robert Brovdi, il comandante dell'unità di ricognizione aerea "Gli uccelli di Madyar" che fa parte delle forze armate ucraine. "Sono un soldato, quindi non commenterò le disposizioni del comandante. Ho promesso a me stesso di non occuparmi di politica...".
Quando si descrive la battaglia di Bakhmut, che va avanti da sette mesi e pare proprio giunta al capitolo finale, si finisce per usare definizioni abusate come "tritacarne", "macelleria umana", "carne da cannone". Guardando il pavimento del corridoio adattato a corsia, gli sterotipi d'un tratto si riempiono di realtà: chiazze rosso scuro tamponate con mucchi di segatura, le brandine a terra macchiate di plasma, un gatto che lecca un grumo di sangue rappreso, brandelli di materia cerebrale dentro un elmetto buttato in un angolo. "Arrivano tutti da Bakhmut, sì", spiega il dottor Kaplya, che regge il centro insieme a due colleghi. "Da quindici giorni il viavai è continuo. Non voglio pensare a cosa sta accadendo là ai nostri ragazzi...".
Già, cosa sta accadendo davvero? La morsa dei russi si è quasi chiusa, anche grazie alla copertura dall'alto di caccia ed elicotteri, e l'unica via di evacuazione che passa dal villaggio di Chasiv Jar è a tiro dei mitragliatori della Brigata Wagner. Per di più la strada è impraticabile perché è stato bombardato il ponte di Khoromove che dà sulla periferia occidentale di Bakhmut. Ennesimo segnale negativo per gli ucraini. Le truppe che rientrano a Chasiv Jar dopo la giornata al fronte, appena si allontanano dai loro comandanti dicono che "sono le ultime ore per Bakhmut", e che anche i battaglioni alleati dei volontari ceceni e bielorussi se ne sono andati.
"È circondata!", urla il fondatore del gruppo Wagner Evgeny Prigozhin in un video diffuso sui suoi canali social. Lancia anche un appello diretto a Zelensky perché dichiari la resa. "Siamo nel centro della città, è il momento di evacuare bambini e anziani". In realtà la geolocalizzazione del filmato posiziona Prigozhin in un villaggio vicino. La ritirata ucraina, che avverrà di notte per proteggere uomini e mezzi rimasti, diventa ora dopo ora l'ipotesi più probabile. L'ordine però non è stato ancora dato. "Si combatte intensamente all'interno e all'esterno di Bakhmut, la Wagner ha mandato le unità più addestrate che ha", si limitano a dire a Kiev. E per la seconda volta in una settimana il comandante delle forze dell'Est Alexander Sirsky è andato in visita alle unità che resistono nella Stalingrado d'Ucraina, come è stata ribattezzata la città. Se ancora si può definire città un tappeto di rovine incendiate dove russi e ucraini scaricano tutte le munizioni che hanno. In sintesi, "totally fucked up".