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Lungo il fiume Amur, dove russi e cinesi ora vanno a braccetto

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Reportage dall’estremo nord della Repubblica popolare. Qui la memoria collettiva è un susseguirsi di guerre. Ora però si fanno solo affari. E sull’Ucraina tutti sostengono Putin
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HEIHE (Cina del nord) - "Passaporto. Bene, non è russo. Allora può entrare". Piccole scortesie tra amici "senza limiti". Qui al Museo di Storia di Heihe i vicini che abitano sulla riva sinistra del fiume non sono i benvenuti. Facile capire il perché: tra le nuovissime e vuotissime sale, in mostra ci sono le conquiste di quegli "ospiti indesiderati" che dalla metà del Seicento si sono presi, pezzetto dopo pezzetto, devastandole, le terre contese qui nell'Heilongjiang dove Cina e Russia si guardano da molto vicino. Separate soltanto dall'Amur, diventato il confine naturale che una debole Cina imperiale dovette accettare, oggi è una distesa di ghiaccio protetta ancora dal filo spinato.

Il pezzo forte del museo è l'enorme installazione, 69 metri, con affreschi e manichini, che mette in scena il grande massacro: quello del luglio del 1900 quando la furia dei cosacchi occupanti uccise 5mila cinesi. Ge…

HEIHE (Cina del nord) - "Passaporto. Bene, non è russo. Allora può entrare". Piccole scortesie tra amici "senza limiti". Qui al Museo di Storia di Heihe i vicini che abitano sulla riva sinistra del fiume non sono i benvenuti. Facile capire il perché: tra le nuovissime e vuotissime sale, in mostra ci sono le conquiste di quegli "ospiti indesiderati" che dalla metà del Seicento si sono presi, pezzetto dopo pezzetto, devastandole, le terre contese qui nell'Heilongjiang dove Cina e Russia si guardano da molto vicino. Separate soltanto dall'Amur, diventato il confine naturale che una debole Cina imperiale dovette accettare, oggi è una distesa di ghiaccio protetta ancora dal filo spinato.

Il pezzo forte del museo è l'enorme installazione, 69 metri, con affreschi e manichini, che mette in scena il grande massacro: quello del luglio del 1900 quando la furia dei cosacchi occupanti uccise 5mila cinesi. Gettati nelle acque del fiume. "Che rimasero rosse di sangue per molti giorni", spiega la guida. Amici, da queste parti, non lo erano affatto. Milioni gli ettari sottratti ai cinesi a nord del fiume. Nel 1969, dopo la rottura sino-sovietica, il mondo rischiò persino una guerra tra le due potenze nucleari sull'Ussuri, affluente dell'Amur. Bisognerà aspettare gli anni '90 per vedere le relazioni migliorare e l'inizio delle trattative.

Eppure la Cina quella parola - invasione - riguardo agli orrori di un'altra guerra, quella d'occupazione russa di oggi in Ucraina, non riesce a pronunciarla. Fatta eccezione per questo museo, la propaganda ha saputo massaggiare molto bene qui una memoria collettiva, preferendo nascondere sotto il tappeto i dissidi di ieri tra Pechino e Mosca per concentrarsi sul radioso futuro comune di domani. Un vicino potente deve essere apprezzato per essere utile ai propri disegni: un pragmatismo che in questa terra ghiacciata si osserva molto bene. La Russia, nell'opinione di molti cinesi da queste parti, non è affatto un paria sulla scena internazionale.

"È terribile quello che i nostri cosiddetti amici e fratelli russi hanno compiuto qui", ci dice Zheng, 50 anni, venuta al museo col marito. "Ma è storia passata e oggi siamo degli ottimi vicini. Ammiro Putin, ha la saggezza e il coraggio di confrontarsi con gli Stati Uniti e l'Europa: è un vero uomo. Penso che Cina e Russia siano sulla stessa barca, o "due cavallette legate alla stessa corda", come dice un vecchio detto cinese. Se la Russia crolla, l'Occidente verrà immediatamente a occuparsi di noi". Eccolo il pragmatismo. Ripetono la versione dei media di Stato che per mesi li hanno martellati: "La Russia è stata costretta ad attaccare, per difendersi. È tutta colpa della Nato. E degli Stati Uniti. Noi dobbiamo stare con Mosca", dice Ji, qui per un viaggio d'affari. "Sono gli Usa e l'Occidente che non permettono alla Russia di adottare misure pacifiche". Pure il nostro tassista ci va giù pesante: "L'Ucraina se lo merita".

Heihe è il simbolo della rinnovata amicizia contro l'Occidente "in declino". Qui in città è stato costruito l'estate scorsa il primo ponte autostradale che collega i due Paesi per facilitare gli scambi e portare beni cinesi in Russia e viceversa. Inaugurato in pompa magna, di tir che lo attraversano nell'arco di una mattinata ne contiamo però appena quattro. Sul ciglio della strada, una fila di camion nuovi di zecca è in attesa di varcare il confine. Il commercio con la Russia è aumentato dall'inizio della guerra, ma ammonta ancora solo al 3% degli scambi totali. Qui, sull'autostrada che porta all'aeroporto, passa pure la sezione nord del gasdotto lungo 8mila chilometri che dalla Siberia arriva in nove province cinesi. Gas, quello sì, che grazie alla guerra Pechino continua a comprare a prezzi stracciati.

In città tutti sperano che i russi possano presto ritornare, non da conquistatori ma pacificamente. Come la maggior parte delle zone di frontiera Heihe ha sofferto duramente per la gestione della pandemia. La città gemella di Blagoveschchensk, sull'altra sponda dell'Amur, dove sventola una grande bandiera russa, disterebbe appena una decina di minuti di barca se non fosse che le banchine su entrambi i lati sono inaccessibili: la Cina ha riaperto le frontiere l'8 gennaio, ma questa rimane ancora sigillata. "Dovrebbe riaprire il 15 marzo, ma chi lo sa. So solo che senza i russi in città non faccio più affari". Zhang gestisce una galleria d'arte al secondo piano di Epinduo, il centro commerciale aperto nel 2019 dove si vendono prodotti da oltre confine: dalla vodka al caviale, dalle matriosche ai colbacchi. Metà degli stand qui dentro ha chiuso. Dall'altra parte della strada ci sarebbe un altro enorme supermercato con prodotti Made in Russia, ma ha abbassato la saracinesca da tempo. "Fatturavamo tra i 10 e i 20 milioni di yuan. Oggi se ne portiamo a casa 2 milioni siamo fortunati. Prima della pandemia c'erano 3mila russi al giorno che facevano la spola da una parte all'altra".

Sul corso principale, tra cartelli stradali e insegne dei negozi in mandarino e cirillico, gli ambulanti mettono in mostra la merce sperando di attirare passanti che di comprare non hanno voglia. Qui a comprare erano i russi. Che non si vedono più. Un negozio su tre su questo viale ha chiuso. Il Lena, il miglior ristorante russo della città, offre borscht caldo ormai solo ai cinesi. Il piatto speciale della casa è la "salsiccia ucraina": nella foto sul menu una bandierina russa conficcata nella carne con sotto la scritta in inglese "Russian family". "Di questa guerra non ne voglio sapere", conclude Zhang il gallerista. "Basta che finisca. Noi abbiamo bisogno di loro e loro di noi".