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Senza pioggia né neve, ora il Po soffre anche d'Inverno

Nell'ultimo anno in Piemonte è piovuto un terzo rispetto alla media del periodo
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Torino — «Dobbiamo iniziare a imparare da posti come la California o l’Australia, tendenti all’arido, dove la siccità prolungata per più di un anno consecutivo è una realtà. Potrebbe toccare anche a noi». Lo suggerisce Pierluigi Claps, professore di Idrologia al dipartimento di Ingegneria per l’ambiente del Politecnico di Torino. Pensieri che sulle rive del fiume più lungo d’Italia non si erano mai fatti.

A Torino dal primo gennaio 2022 sono caduti solo 326 mm di pioggia (quando la media sarebbe di 964) e sono i 14 mesi in assoluto più asciutti da quando sono iniziate le misurazioni. Non c’è un solo i…

Torino — «Dobbiamo iniziare a imparare da posti come la California o l’Australia, tendenti all’arido, dove la siccità prolungata per più di un anno consecutivo è una realtà. Potrebbe toccare anche a noi». Lo suggerisce Pierluigi Claps, professore di Idrologia al dipartimento di Ingegneria per l’ambiente del Politecnico di Torino. Pensieri che sulle rive del fiume più lungo d’Italia non si erano mai fatti.

A Torino dal primo gennaio 2022 sono caduti solo 326 mm di pioggia (quando la media sarebbe di 964) e sono i 14 mesi in assoluto più asciutti da quando sono iniziate le misurazioni. Non c’è un solo indicatore positivo in Piemonte, la regione più secca di questa Italia a secco. Il Po ha una portata di un terzo rispetto alla media del periodo. Lo stesso vale per gli affluenti della parte alta del fiume, il Varaita, il Pellice, il Maira... L’acqua prodotta dallo scioglimento della neve pure è a un terzo della media. Le risorse idriche complessive (oltre alla neve, i grandi laghi e gli invasi artificiali) sono la metà rispetto al solito. E anche i livelli di falda, che consideravamo inesauribili, sono oggi 4 metri al di sotto del valore mediano, come indicano i report dell’Arpa. «E anche quando vediamo una portata dei fiumi non eccessivamente ridotta, non va visto come un segnale positivo: è solo perché la neve dai ghiacciai si sta già sciogliendo a causa delle alte temperature e quando ci sarà necessità, non ci saranno più riserve», osserva Stefano Fenoglio, zoologo del dipartimento Dbios dell’Università di Torino ed esperto di fiumi alpini al centro Alpstream di Ostana.

La preoccupazione è che a loro volta i ghiacciai non si alimentano perché non ci sono precipitazioni. D’altra parte la durata media dell’innevamento sulle Alpi si è ridotta di un mese nell’ultimo periodo. «È come una fabbrica a cui manca la materia prima», è l’immagine che dà il segretario generale della Fondazione Montagna sicura, Jean Pierre Fosson. Anche il monitoraggio dei ghiacciai della Valle d’Aosta, che alimentano in particolare la Dora Baltea, altro affluente del Po, mostra una riduzione drammatica: negli ultimi vent’ anni si è perso il 22% della superficie glaciale.

«Il problema non è solo quello della quantità, ma anche della qualità delle acque — aggiunge Fenoglio — perché nei fiumi si continuano a immettere reflui che ora non si riescono a diluire, e aumenta la concentrazione di inquinanti».