Shaida, Mina, Hasif: storie di chi a Cutro non ce l'ha fatta
di Alessia Candito , Dario Del PortoLa campionessa voleva curare il suo bambino disabile
E per questo sognava l’Europa. Shaida Raza Gulam, 25enne giocatrice delle nazionali di hockey e di calcio del Pakistan, era salita a bordo di quel barcone perché gli ospedali del suo Paese le avevano dato una speranza: dall’altra parte del mare, forse, avrebbe trovato il modo per far camminare il figlio disabile di tre anni. Così non aveva esitato a mettersi in viaggio e pazienza se si era ritrovata nella stiva del caicco, insieme a decine di altre persone, ad affrontare una traversata piena di incognite. «Voleva solo che suo figlio disabile di 3 anni si muovesse, ridesse e piangesse come gli altri bambini», la ricorda la sorella. Non aveva portato con sé il bimbo perché voleva capire se davvero esisteva la possibilità di curarlo. In Pakistan le foto de…
La campionessa voleva curare il suo bambino disabile
E per questo sognava l’Europa. Shaida Raza Gulam, 25enne giocatrice delle nazionali di hockey e di calcio del Pakistan, era salita a bordo di quel barcone perché gli ospedali del suo Paese le avevano dato una speranza: dall’altra parte del mare, forse, avrebbe trovato il modo per far camminare il figlio disabile di tre anni. Così non aveva esitato a mettersi in viaggio e pazienza se si era ritrovata nella stiva del caicco, insieme a decine di altre persone, ad affrontare una traversata piena di incognite. «Voleva solo che suo figlio disabile di 3 anni si muovesse, ridesse e piangesse come gli altri bambini», la ricorda la sorella. Non aveva portato con sé il bimbo perché voleva capire se davvero esisteva la possibilità di curarlo. In Pakistan le foto della mamma-campionessa sono su tutti i media ormai da giorni e in tanti stanno rendendo omaggio alla sua memoria. Il presidente pachistano, Arif Alvi, si è detto «profondamente commosso» dalla tragedia perché il suo Paese non è riuscito a garantire assistenza al figlio di Raza. «Era una donna coraggiosa - dice la sorella - siamo orgogliosi di lei»
I video su TikTok e il sogno di visitare Venezia
Aveva compiuto 15 anni il 18 febbraio e quello stesso giorno era arrivato in Turchia da Peshawar, Pakistan, per prepararsi al viaggio. La sua meta era proprio l’Italia. Azan Afridi sognava di studiare e visitare Venezia. A Torino lo aspettava il fratello della madre, Muhammad Sabir. Era stato lo zio a regalargli il cellulare che Azan impugna nella foto che ritrae sorridente e impettito, con il vestito elegante, durante una festa dove sfoggiava orgoglioso cravatta rossa e cellulare. Come tanti ragazzi della sua età, si divertiva a postare video su Tik Tok e rivedere quei filmati in rete, oggi, fa male al cuore, come quella foto in un giorno felice che i familiari hanno voluto affiggere all’ingresso del palazzetto dello sport di Crotone, dove ora è stata allestita la camera ardente per le vittime del naufragio. In Turchia, Azan era stato accompagnato in aereo dal papà. Il viaggio gli era costato 9mila dollari, altri 5mila sarebbero stati pagati all’arrivo. Ma il trafficante aveva mentito: aveva assicurato che Azan avrebbe attraversato il mare in modo sicuro, da solo, non in mezzo ad altre 180 persone su una barca di legno vecchia e malandata.
Ad appena 16 anni la sua terra promessa era la Germania
Su quella barca troppo piena ci era salito da solo. Aveva appena 16 anni, Meisam Qasemi, ed era partito dall’Afghanistan deciso ad affrontare un lungo viaggio che gli avrebbe permesso di studiare e costruirsi una vita in Europa. Come per tanti suoi connazionali, l’Italia doveva rappresentare solo la tappa intermedia di un cammino iniziato in Turchia, nel porto di Smirne, e destinato a proseguire fino in Germania. Oltrepassato il mare, Meisam avrebbe trovato il modo di raggiungere Amburgo, la città dove vive e lavora lo zio che si è precipitato qua, a Crotone, quando con un drammarico messaggio sul telefonino lo hanno avvisato del naufragio al largo della spiaggia di Steccato di Cutro. Ha sperato fino alla fine di ritrovare Meisan vivo, invece era tra quelli che non ce l’hanno fatta. «Sono rimasto lontano da lui per dieci anni - dice - da quando sono andato via dal nostro Paese per lavorare. Non l’ho più visto da allora». Avrebbe voluto riabbracciare il nipote, parlare delle sue passioni, aiutarlo a inserirsi in un mondo nuovo. Su quella barca troppo pienas sono affondati anche i suoi sogni.
La sposa promessa, vista solo in videochiamata
Su quel neo che centinaia di volte aveva visto durante sfocate videochiamate ci ha ragionato per ore. Ma per quanto ci abbia provato, non è riuscito a ricordare se fosse a destra o a sinistra, se fosse proprio quella la forma. Selfie e telefoni ingannano, il dolore confonde. È toccato alla famiglia, contattata in videochiamata dai mediatori culturali , riconoscere la figlia di 23 anni che in Europa cercava amore e futuro. Tunisina, si era sposata a distanza con un ragazzo siriano, che da anni lavorava in Germania per gettare le fondamenta di una vita tranquilla. «Pazienza», le diceva. E in Turchia Siwar Zribi ha atteso per anni di raggiungerlo, poi il momento della partenza è arrivato. «Amore, ci vediamo in Italia», il suo ultimo messaggio. Ma sulla spiaggia di Steccato di Cutro è arrivato solo il suo cadavere, forse tanto maltrattato dal mare da essere irriconoscibile. Lui, che arrivato a Crotone l’ha cercata disperato fra il Cara, l’ospedale e il palazzetto trasformato in camera ardente, in quel viso non ce l’ha fatta a riconoscere la donna con cui sognava un futuro. Sconfitto è andato via dalla città che doveva essere la prima tappa di un sogno realizzato e si è trasformata in incubo
Mahideh voleva studiare. I talebani lo avevano proibito
Lo aveva fatto - e con voglia e profitto - fin quando i talebani in Afghanistan non sono tornati al potere. La sua scuola è stata chiusa, alle ragazze è stato proibito di avere a che fare con libri e quaderni. Internet? Pura eversione. Ma lei, a sedici anni, «non aveva intenzione di essere solo una moglie e una madre», racconta il cugino arrivato dalla Germania. La aspettava. Insieme avevano già discusso di quello che avrebbe potuto fare, che scuola frequentare, il corso di lingua. «È facile, ce la farai», la rassicurava. E lei sognava l’università. Quale facoltà? «Ancora non aveva deciso. Voleva poter scegliere. In Afghanistan non si può». Ai suoi genitori aveva fatto la guerra. Avevano paura di lasciarla andare, di farle fare da sola quel lungo viaggio. Poi hanno capito che la situazione nel Paese sarebbe solo potuta peggiorare e a malincuore le hanno detto: «Vai». Su quel barcone cercava la libertà, a trovato la morte a pochi metri dalla spiaggia. E il mare avaro pare aver voluto nascondere anche il suo corpo. «C’era una foto compatibile, ma quella ragazza non ha il piccolo tatuaggio che aveva lei». Mahideh si cerca ancora
Di Hassif dicevano che sarebbe diventato altissimo
Faccia tonda, piedini grandi per un bambino di un anno e mezzo, promessa quasi certa di alta statura. Ma Hassif Temrey alto non lo diventerà mai e neanche grande. Suo era uno dei corpi lasciati dal mare sulla spiaggia di Steccato di Cutro. Della sua famiglia è stato trovato solo lui. Non c’è traccia dei fratelli più grandi, Akif e Arif, di 5 e 3 anni. Non c’è traccia della mamma, Mina, che nell’ultima foto mostra il suo rossetto rosso, che in Afghanistan non poteva portare più. Non c’è traccia del papà Zabiullah, camicia azzurra e mezzo sorriso nella foto che i parenti continuano a guardare sui cellulari. «Non avevano problemi economici, ma non devi fare la fame in Afghanistan per decidere di partire», spiega il nonno dei piccoli. «Con i Talebani i loro tre bambini non avrebbero avuto un futuro». Afghanistan, Pakistan, Iran, Turchia. Da lì, la tratta in barcone. «Mercoledì li abbiamo sentiti l’ultima volta». Poi è arrivata solo l’eco del naufragio. «Qualcuno vada a guardare dentro il pezzo di barca che è andato a fondo, loro sono lì - dice il nonno - Datemi i loro corpi da piangere»
L'anello del marito che da tre anni l'aspettava in Europa
Si erano sposati nel 2020 e si erano salutati poco dopo con un arrivederci: il marito era partito dall’Afghanistan per andare a lavorare in Germania, il loro progetto di vita era ritrovarsi là poco tempo dopo. Invece le cose erano andate diversamente. La pratica per il ricongiungimento familiare si era arenata per ragioni burocratiche perché lui non riusciva a trovare una casa. Così i tempi si erano allungati e Mina Afghanzadeh era rimasta bloccata in Turchia per tre lunghissimi anni. Con lei c’era il fratello minore, Fara, 25enne lei, 16 lui. Avevano atteso e sperato. Qualche giorno or sono, finalmente, la situazione si era sbloccata e dopo tanta lontananza la coppia era in procinto di ritrovarsi. Mina e Fara avevano organizzato il viaggio ed erano riusciti a lasciare la Turchia per dirigersi verso l’Europa. Ma sul treno che li avrebbe dovuti portare in Germania non potranno più salire. Il marito che l’aveva aspettata per tre anni, non la potrà più riabbracciare. Dopo il naufragio hanno trovato un anello. Era di Mina, glielo aveva regalato lui dopo il matrimonio