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Stefano Capilupi: "Aiutiamo la cultura russa, la chiusura aiuta soltanto Putin"

La statua di Atlante a San Pietroburgo (ansa)
Filosofo e teologo, insegna a San Pietroburgo e dà voce alla dissidenza russa. Ora avverte: "Attenti a non discriminare l'accademia: è un boomerang che rafforza la pretesa del presidente di essere l'unico a difendere il suo popolo"
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"A che punto è la notte', chiedono alla Sentinella nel Libro di Isaia. È la domanda che mi pongo sempre più spesso anch'io": Stefano Maria Capilupi è filosofo, teologo e russista (ha pubblicato, tra l'altro, "Il tragico e la speranza. Da Manzoni a Dostoevskij" per la Lithos), e da oltre vent'anni fa ricerca e insegna nella Federazione Russa. Uno degli studiosi italiani che non hanno lasciato la Russia neanche in questo anno di guerra, sfidando la cappa repressiva che il regime ha steso anche sugli ambienti accademici. Da San Pietroburgo, dove insegna in due università, ci racconta com'è cambiata l'atmosfera nelle aule universitarie russe. "È tutto più radicalizzato, in un senso e nell'altro. Chi aveva già simpatie putiniane, oggi si professa apertamente nostalgico dell'epoca sovietica, o vetero-ortodosso, o le due cose insieme. Chi era critico, oggi lo è …

"A che punto è la notte', chiedono alla Sentinella nel Libro di Isaia. È la domanda che mi pongo sempre più spesso anch'io": Stefano Maria Capilupi è filosofo, teologo e russista (ha pubblicato, tra l'altro, "Il tragico e la speranza. Da Manzoni a Dostoevskij" per la Lithos), e da oltre vent'anni fa ricerca e insegna nella Federazione Russa. Uno degli studiosi italiani che non hanno lasciato la Russia neanche in questo anno di guerra, sfidando la cappa repressiva che il regime ha steso anche sugli ambienti accademici. Da San Pietroburgo, dove insegna in due università, ci racconta com'è cambiata l'atmosfera nelle aule universitarie russe. "È tutto più radicalizzato, in un senso e nell'altro. Chi aveva già simpatie putiniane, oggi si professa apertamente nostalgico dell'epoca sovietica, o vetero-ortodosso, o le due cose insieme. Chi era critico, oggi lo è molto di più. Anche se sottovoce".

Chi ama la cultura russa vive spesso con un senso di vergogna personale le stragi e le distruzioni provocate da Putin in Ucraina. È un sentimento che condivide?

"Provo un senso di rabbia, più che di vergogna. Ma bisogna continuare a studiare questa grande civiltà. Senza discriminarla in alcun modo, come talvolta si è fatto dopo il 24 febbraio 2022. Perché ogni chiusura verso la cultura russa è un boomerang che aiuta Putin ad ergersi come unico paladino del proprio popolo" .

E come risponde a chi afferma che il regime avrebbe restituito orgoglio alla Russia?

"Rispondo con quello che vedo intorno a me: non esiste una sola 'via russa' (il russkij put decantato da molti ideologi). Anche oggi, come in passato, ci sono molte 'vie russe' così come esistono molte 'vie francesi' e altrettante 'vie italiane'. Putin ha scelto una sola tra le strade possibili. Per capirlo basta raccontare di più le storie dei tanti oppositori, di cui in Italia anche prima si parlava poco e che ora si ritrovano a combattere una censura e una repressione divenute sempre più aperte. Al contempo è necessario anche mantenere forme di cooperazione accademica, perché la notte non può durare per sempre. Molte università russe sono ancora aperte ai partenariati: molto dipende anche dall'Europa. Nel 2022, per esempio, è stata approvata una norma che vieta ai russi di chiedere il visto se non sono in Russia, mentre prima con un nulla osta era possibile farlo presso un consolato competente: se uno è fuggito, come fa allora a raggiungere la frontiera per chiedere asilo, torna in patria per farsi portare in carcere o al fronte?".

Lei racconta l'opposizione con "L'altra voce della Russia", il canale social fondato alcuni mesi fa insieme a Giovanni Certomà dall'Italia. Quali sono le vostre fonti?

"I tanti che sono da anni all'opposizione, compresi i nostri amici. Alcuni esempi: Vera Afanas'eva, fisica, matematica e filosofa geniale di Saratov, emarginata dall'insegnamento universitario; o Aleksandr Gorbunov, noto blogger, costretto sulla sedia a rotelle per una distrofia muscolare progressiva, che da tempo conduce una straordinaria opera di controinformazione; o lo storico Valerij Solovej, ben diverso dal giornalista Solov'ëv; nonché il giovane filosofo Vsevolod Korol'ëv, il cui delatore ha ora ritrattato e c'è speranza che il mio amico 'Seva' esca dal carcere"

Non teme ritorsioni personali?

"Ci sono stati alcuni segnali molto preoccupanti, che mi hanno spinto a rendere privato l'invito al canale Telegram. Ma la mia missione informativa è soprattutto rivolta all'Italia"

E cosa la spinge a continuare?

"Il bisogno di testimoniare la necessità di coesistenza con i russi, la cui possibilità, nonostante tutto, sperimento personalmente tuttora. E al contempo l'amarezza per un certo antiamericanismo ideologico che in Italia dipinge l'Occidente come idolo polemico e usa la Russia putiniana come suo contraltare"

E in tutto questo, Dostoevskij?

"È uno dei contributi fondamentali della Russia alla crescita spirituale del mondo, e ora suona attualissimo il suo irripetibile monito di scrittore a non pensare mai che si possa giustificare la costruzione di un futuro sulle lacrime dei più piccoli o dei più deboli".

E lei che idea ha del futuro della Russia?

"La ragione mi dice che l'emergenza si sta protraendo troppo a lungo. E la mia paura è che la propaganda possa lasciare tracce indelebili. Ma il mio ottimismo della volontà mi dice che occorre restare accanto a chi ha mantenuto la lucidità e la passione necessarie a testimoniare un futuro diverso"

Come Jashin, che ha raccontato la sua prigionia in una lettera a "Repubblica".

"Esattamente come Jashin, che da novello Socrate ci dice che la Russia 'sarà libera e felice'. E se lo dice lui dal carcere, diventa doveroso crederci. Difatti il 24 febbraio 2023 la gente è tornata in piazza a protestare: questo è vero coraggio".