Afghanistan, la resistenza del Panshir: "I talebani sono in crisi, aiutateci o con l'Isis si rischia un nuovo 11/9"
di Paolo Brera , di Paolo BreraROMA - Se non cogliamo l’attimo, dovremo prepararci a un nuovo 11 settembre: il "ministro degli Esteri" del Fronte di resistenza nazionale dell’Afghanistan, Ali Maisam Nazary, lancia l’appello all’Occidente “distratto”, dice, da altri conflitti: “Gli studenti islamici sono in crisi, ma l’Isis e altre organizzazioni terroriste si preparano a subentrare. Il Fronte è l’unica forza democratica e antiterrorista rimasta a resistere in Afghanistan, e non può farcela senza aiuto. Così si rischia la catastrofe”. Per questo Nazary è stato a Roma e in altre capitali europee: prepara la missione del comandante Massud, il figlio del leggendario Leone del Panshir che guida i ribelli contro i talebani, per ottenere il sostegno – alla vigilia dell’offensiva di primavera – con cui sconfiggere i talebani.
ROMA - Se non cogliamo l’attimo, dovremo prepararci a un nuovo 11 settembre: il "ministro degli Esteri" del Fronte di resistenza nazionale dell’Afghanistan, Ali Maisam Nazary, lancia l’appello all’Occidente “distratto”, dice, da altri conflitti: “Gli studenti islamici sono in crisi, ma l’Isis e altre organizzazioni terroriste si preparano a subentrare. Il Fronte è l’unica forza democratica e antiterrorista rimasta a resistere in Afghanistan, e non può farcela senza aiuto. Così si rischia la catastrofe”. Per questo Nazary è stato a Roma e in altre capitali europee: prepara la missione del comandante Massud, il figlio del leggendario Leone del Panshir che guida i ribelli contro i talebani, per ottenere il sostegno – alla vigilia dell’offensiva di primavera – con cui sconfiggere i talebani.
Qual è la situazione del Fronte, con la leadership in esilio?
“Combattiamo. Il Fronte è dentro l’Afghanistan e resistiamo da un anno e mezzo. Dal 15 agosto 2021 sfidiamo con successo i talebani, ci siamo espansi da una a dodici province. Abbiamo dato prova di essere una realtà. Ma la situazione generale del Paese è indebolita, si sta deteriorando tra crisi politiche e umanitarie, tra crisi economica e di sicurezza. E questo non è preoccupante solo per noi: dovrebbe esserlo per la comunità internazionale”.
Le difficoltà dei talebani sono una minaccia?
“Con la situazione che si deteriora, l’Afghanistan è diventato un hub e un paradiso per il terrorismo internazionale e regionale con 21 gruppi terroristi attivi. Migliaia di foreign fighters sono dilagati nel Paese, e i talebani forniscono protezione ai gruppi jihadisti. Il più pericoloso, l’Isis, minaccia di prendersi una parte del Paese. I talebani sono indeboliti e divisi in fazioni, la conflittualità e gli scontri interni sono aumentati e il regime si sta disintegrando. I talebani più potenti hanno criticato lo stesso leader supremo e la sua fazione di Kandahar. L’Afghanistan si avvia verso un vuoto di potere, in diverse regioni i talebani perdono il controllo, il regime si sfalda e questa è un’opportunità ma anche una sfida”.
In che senso?
“Il Fronte è pronto militarmente a riempire questi vuoti, ma non possiamo farlo senza il supporto della comunità internazionale. Questo vuoto di potere si richiuderà rapidamente per mano di altri gruppi come l’Isis, e sarebbe una catastrofe per tutti. L’Isis sta reclutando nella parte più povera della società afghana, ma anche tra le vecchie forze armate: dicono loro che gli alleati li hanno abbandonati e i talebani li hanno messi nel mirino, e offrono protezione per loro e le loro famiglie. Stanno reclutando persino all’interno dei talebani stessi. L’Isis vuole prendere possesso di una parte del Paese, è una minaccia per la sicurezza e la stabilità globale eppure la comunità internazionale sta completamente ignorando l’Afghanistan, e non sostiene l’unica forza democratica rimasta, cioè il Fronte nazionale. Prima o dopo dovrà affrontare la catastrofe”.
C’è il rischio concreto che l’Isis ricrei in Afghanistan uno Stato islamico come fece in Iraq e Siria?
“Basandoci su quello che sostengono molti Paesi e su quello che vediamo, sì. L’Isis si sta rafforzando e espande la sua minaccia in molte aree, nell’Est ma anche dentro Kabul, nei sobborghi della capitale e nel Nordovest. Si stanno espandendo a Kunduz, a Mazar-I Sharif…”.
Qual è la situazione nel vostro Panshir?
“Non è cambiata, siamo nelle valli laterali e controlliamo postazioni strategiche mentre i talebani occupano la valle principale. Li abbiamo sfidati e non sono riusciti a spegnere la resistenza, anzi ci siamo espansi dal Panshir ad altre province. Molte di queste province stanno diventando più problematiche per i talebani dello stesso Panshir, per esempio il Badakhshan nel Nordest: ha 20 valli, e sono come 20 Panshir. È una provincia molto grande e remota, nell’estremo Nord. Lo stesso il Nuristan: lì, poche settimane fa, abbiamo lanciato un’offensiva catturando due basi e prendendo prigionieri 14 talebani”.
Combattete senza aiuti?
“Non riceviamo alcun supporto da nessun Paese straniero. È il motivo per cui non siamo riusciti a reclutare le vecchie forze speciali: le nostre vittorie militari arrivano grazie a elementi delle vecchie forze armate, ma non riusciamo a reclutarle sistematicamente perché non abbiamo abbastanza risorse. Dove non riusciamo noi lo fa l’Isis, che quelle risorse le ha”.
Per quale ragione non ricevete aiuti?
“L’attuale amministrazione americana intende ignorare l’Afghanistan il più a lungo possibile, anche se sono i primi a dire che la minaccia terrorista sia in crescita. Si prepara un nuovo 11 settembre, ma le grandi potenze oggi sono attirate da altri conflitti e l’Afghanistan non è una priorità. Il terrorismo internazionale e la jihad non sono considerate una minaccia da mettere nel mirino”.
Cosa chiedete: soldi? Armi?
“Qualsiasi tipo di aiuto sarebbe prezioso per permetterci di passare da un livello di guerra non convenzionale come quello attuale a una guerra convenzionale per liberare il Paese e prenderne il controllo”.
Anche l’Afghanistan è strategico nei rapporti con Russia e Cina. Perché non ricevete supporto come gli ucraini?
“Ci facciamo le stesse domande. Bisognerebbe porle al presidente Biden”.
Ha parlato con la premier italiana Giorgia Meloni?
“L’ho incontrata l’estate scorsa, prima che fosse eletta. Ha sempre espresso preoccupazione per la sicurezza e vicinanza per la tutela dei diritti umani”.
Chiederete all’Italia di aiutare la resistenza del Fronte?
“Penso debba farlo l’intera comunità internazionale. I 21 gruppi terroristi non sono in Afghanistan per rimanerci ma per preparare l’attacco a Paesi come l’Italia o la Francia, il Regno Unito, la Germania o gli Usa: ci sono elementi radicali infiltrati ovunque. Sul fronte del terrorismo la situazione è molto peggiore di come fosse prima del 2001: oggi ci sono più gruppi, sono più preparati e hanno la consapevolezza di avere sconfitto gli Usa e la coalizione delle maggiori forze occidentali. Nel 2001 non avrebbero potuto farlo, ma ora dicono apertamente di essere invincibili. Il terrorismo internazionale sta risorgendo e impatterà su tutti se non lo combattiamo ora in Afghanistan. Il Fronte è l’ultimo alleato della comunità internazionale, immaginate se esaurissimo le risorse e non fossimo più in grado di combattere. Quando la comunità internazionale dovrà affrontare il problema, chi sarà rimasto in Afghanistan su cui contare?”.
Quanti combattenti avete?
“4.700 soldati”.
Il comandante Massud verrà in Europa?
“Non lo sappiamo ancora, stiamo preparando l’offensiva di primavera ma il comandante Massud crede che l’Europa sia parte della soluzione e ritiene possa mettere in agenda la lotta al terrorismo, i diritti umani e la democrazia in Afghanistan. Siamo stati stretti alleati per 21 anni e dobbiamo rafforzare questa relazione”.
La condizione femminile in Afghanistan è terribile. Qual è la vostra posizione su questo punto?
“La situazione in cui vivono è orribile, sono oppresse, metà della popolazione è sradicata dalla vita pubblica, non hanno accesso all’istruzione e al lavoro, e sono private persino delle necessità basilari: per esempio i talebani hanno vietato l’accesso nei bagni pubblici. In Afghanistan molte persone non hanno bagni a casa, non hanno una doccia e se le donne non possono entrare ai bagni pubblici come possono lavarsi? Ogni giorno è peggio”.
Combattono insieme a voi come le curde?
“Combattono con noi, ma per ora non hanno un ruolo attivo nei conflitti. Supportano la resistenza armata e sono parte della resistenza civile dimostrando e protestando. Fuori dai confini sono parte della resistenza politica e diplomatica, e diffondono la consapevolezza della situazione tragica. Per la loro esperienza, per aver perso i diritti fondamentali, per essere state oppresse, avranno un ruolo fondamentale nel ricostruire l’Afghanistan”.