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Donne in prima linea

In guerra, in piazza, sul lavoro o in Parlamento: le storie di chi lotta in difesa dei propri diritti
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La violenze, anche sessuali, della guerra in Ucraina, il ritorno dei talebani in Afghanistan che ha relegato ai margini donne e ragazze, la repressione delle proteste in Iran dopo la morte di Mahsa Amini, l'assalto al diritto d'aborto in America, l'emergenza climatica che rende sempre più difficile la sopravvivenza in Africa, le disparità economiche di genere aggravatesi nel post pandemia, il body shaming, i femminicidi che si susseguono anche da noi.

Negli ultimi 12 mesi, l'uguaglianza di genere è sotto attacco praticamente ovunque nel mondo: proseguendo un drammatico trend involutivo iniziato già negli anni precedenti. Eppure gli incessanti sforzi di resistenza e reazione da parte di attiviste, organizzazioni e private cittadine stanno comunque riuscendo a determinare un cambiamento. A casa o in piazza, la lotta in difesa delle prerogative femminili prosegue anche nelle condizioni più difficili. Si denunciano leggi regressive, si c…

La violenze, anche sessuali, della guerra in Ucraina, il ritorno dei talebani in Afghanistan che ha relegato ai margini donne e ragazze, la repressione delle proteste in Iran dopo la morte di Mahsa Amini, l'assalto al diritto d'aborto in America, l'emergenza climatica che rende sempre più difficile la sopravvivenza in Africa, le disparità economiche di genere aggravatesi nel post pandemia, il body shaming, i femminicidi che si susseguono anche da noi.

Negli ultimi 12 mesi, l'uguaglianza di genere è sotto attacco praticamente ovunque nel mondo: proseguendo un drammatico trend involutivo iniziato già negli anni precedenti. Eppure gli incessanti sforzi di resistenza e reazione da parte di attiviste, organizzazioni e private cittadine stanno comunque riuscendo a determinare un cambiamento. A casa o in piazza, la lotta in difesa delle prerogative femminili prosegue anche nelle condizioni più difficili. Si denunciano leggi regressive, si combatte per la propria istruzione, si lavora per promuovere il cambiamento. Abbiamo scelto di dare un volto e un nome a sei donne in prima linea. Ben sapendo che la strada è ancora lunga...

 

Marina non vuole avere paura: "Mio figlio nascerà nel suo Paese"

di Brunella Giovara

 

Tra dieci giorni nascerà "questo figlio - o forse sarà femmina - E qualcuno potrà anche criticare la nostra scelta, perché siamo in guerra e tutto è molto difficile", ma Marina Shandak e suo marito non sono incoscienti, e hanno una risposta: è troppo importante, poter guardare avanti attraverso gli occhi di un bambino, verso un futuro che si spera di pace. Il bambino nascerà a Uzhgorod, nella Transcarpazia, confine tra Slovacchia e Ungheria. Ucraina, ma il più lontano possibile dal fronte, essendo la famiglia di Zaporizhzhia.

"Cercavamo un figlio da tempo, avevamo chiesto aiuto a una clinica di Kharkiv, e mio marito ha depositato il seme in attesa dell'intervento. Ma siamo scappati il primo giorno di guerra. Ogni volta che sentivamo che bombardavano Kharkiv, io pensavo che i nostri futuri figli erano come in una trappola". Un giorno ho scoperto che la clinica di Kharkiv aveva trasferito uffici e laboratori a Leopoli, e ci siamo presentati. E sono finalmente rimasta incinta". Molte ucraine abortiscono per la paura e lo stress, molte rinunciano ai figli "perché mancano tante cose necessarie". Alcune vanno a partorire in Polonia, la maggioranza decide di restare, spesso sole, il marito in guerra. "Il mio è stato appena richiamato, spero che riesca ad assistere alla nascita. Noi abbiamo deciso di dare la vita. E poi siamo già profughi dal 2014, quando siamo scappati dalla Crimea invasa dagli "uomini verdi". Ma mio figlio nascerà nella sua patria".

 

 

Dalle università a Sanremo: "Racconto la rivolta a Teheran"

di Gabriella Colarusso

Pegah Moshir Pour 

C'è una data che lega le due vite di Pegah Moshir Pour: il 1999. Pegah aveva 8 anni, viveva a Teheran con la famiglia, ma le cose si stavano mettendo male: "La repressione aumentava e papà decise di andar via per farci crescere in un Paese libero, l'Italia". Pochi mesi dopo l'arrivo in Basilicata, a luglio, la rivolta degli universitari iraniani contro la chiusura del giornale riformista Salam fu soffocata nel sangue. "Venivano chiusi nei dormitori e massacrati, mio padre ci disse: "Non avrei sopportato di mandarvi a scuola ogni giorno con la paura"".

Da allora Pegah Moshir Pour, che oggi ha 32 anni, non ha mai smesso di tornare in Iran per far visita ai nonni o per lavorare su progetti culturali, e in Italia di occuparsi di diritti umani. "Evitavo di parlare del regime in pubblico perché non volevo perdere la possibilità di tornare in Iran". Fino a settembre, quando la morte di Mahsa Amini nelle mani della polizia morale ha scatenato la più estesa e radicale protesta per la democrazia nella storia recente iraniana, guidata dalle donne. "Non potevo restare in silenzio: ho iniziato a usare i social per raccontare quello che stava accadendo". Così questa architetta cresciuta tra i racconti del Libro dei Re e i versi de La Divina Commedia, attivista per i diritti umani e digitali, premiata nel 2022 con lo Standout Woman Award International, è diventata una delle voci più ascoltate della diaspora iraniana. A febbraio ha portato le parole del movimento "Donna, vita, libertà" sul palco di Sanremo: "È una rivoluzione per i diritti di base, come baciarsi, prendersi per mano, avere libertà di scelta".

 

L'ultima resistenza ai talebani: "Proteggo le madri di Kabul"

di Barbara Schiavulli

Malai Reim Fesi è la direttrice del principale ospedale di maternità di Kabul, una delle poche donne in Afghanistan a cui è ancora consentito lavorare, insieme alle maestre elementari: 51 anni, da quando si è laureata in medicina non ha mai smesso di operare, neanche negli anni '90 quando i talebani presero il controllo del Paese la prima volta. "Allora era difficile, ma ora lo è di più perché ci siamo abituate ad una vita diversa", ci racconta Fesi girando per le sale di quella che lei chiama la "fabbrica di bambini": 11 mila parti al mese. "Se alle ragazze non verrà consentito di tornare a scuola, non ci saranno nuove dottoresse, mentre abbiamo bisogno del ricambio generazionale, non posso credere che le università non riapriranno". Due giorni fa, dopo la pausa invernale hanno riaperto le scuole solo per i ragazzi e per le ragazze costrette a stare a casa è stato l'ennesimo trauma.

"Quando vengono le donne qui, se tutto va bene, sono fuori in sei ore, c'è di tutto, dalla ragazzina al primo figlio alla moglie del talebano", mormora Fesi, che dipende per attrezzature e medicine dagli aiuti umanitari. Disoccupazione, mancanza di soldi: il rischio è che molte donne tornino a partorire in casa, e nessuna vuole, tutte sanno che si deve partorire in ospedale. Che fare? "Possiamo solo avere pazienza e sperare che qualcuno riesca a capire quanto sia importante che tutta la popolazione, non solo una parte, contribuisca all'economia e al benessere del Paese".

 

Nakate che lotta per il clima: "È l'Africa a pagare di più"

di Giacomo Talignani

Vanessa Nakete 

Ha visto l'acqua salire all'interno delle case, i morti nelle strade dopo le inondazioni, gli animali uccisi dalle ondate di calore: così ha deciso di combattere. Attivista simbolo della lotta al cambiamento climatico in Africa e in tutto il mondo, la giovane ugandese Vanessa Nakate, 26 anni, è stata una delle prime africane che - ispirata da Greta Thunberg - ha deciso di protestare con megafono e cartelli a Kampala fuori dal Parlamento ugandese, rischiando l'arresto. Per molte settimane era l'unica manifestante, ma nonostante le pressioni della polizia non si è mai fermata, tanto da fondare il movimento Rise up Climate per battersi a difesa della foresta pluviale della Repubblica Democratica del Congo oppure per protestare contro l'East African Oil Pipeline, mega oleodotto che potrebbe impattare sugli ecosistemi africani. Riservata, ma sempre pronta ad alzare la voce per le ingiustizie climatiche e sociali, Nakate nel 2020 è stata inclusa dalla Bbc nella lista delle 100 donne più influenti, nel 2022 nominata dall'Unicef Ambasciatrice per il clima. Dalla Cop 27 in Egitto al World Economic Forum, continua a battersi per il tema a lei più caro: il loss and damage, quelle perdite e danni che i Paesi più ricchi ed inquinanti dovrebbero riconoscere a realtà del mondo, come la sua Africa, che oggi sono responsabili solo del 4% delle emissioni globali ma che per il collasso del clima pagano conti altissimi in termini di fame e di vite.

 

La battaglia di Bernard per il diritto all'aborto

di Anna Lombardi

Caitlin Bernard 

L'estate scorsa è finita sotto inchiesta per aver aiutato ad abortire, nell'Indiana dove esercita, una bimba di 10 anni stuprata in Ohio ma costretta a interrompere la gravidanza altrove a causa delle dure restrizioni imposte nel suo stato dopo l'annullamento da parte della Corte Suprema della sentenza Roe contro Wade che per mezzo secolo ha garantito l'aborto alle donne americane. Ad accusare Caitlin Bernard, 37 anni, di aver agito illegalmente, è stato il procuratore generale dell'Indiana Todd Rokita: ha contestato in maniera pretestuosa la correttezza delle procedure seguite, continuando a insultare la ginecologa pure dopo il proscioglimento di questa, che carte alla mano aveva dimostrato di aver allertato tutti gli organi competenti. Il braccio di ferro col procuratore ha fatto di Bernard uno dei volti simbolo della battaglia per l'aborto in America. E anche uno dei più odiati: travolta da minacce di morte e dure critiche dei media conservatori. Lei non si è arresa nemmeno quando pure il suo stato, l'Indiana, ha introdotto dure restrizione: "Un medico non può guardare altrove. Né restare in silenzio davanti agli abusi". Con altri colleghi prosegue la sua battaglia in maniera talmente ferma da essere stata inserita nella lista delle 100 persone più influenti del 2022 della rivista Time. Nel frattempo, sotto inchiesta è ora finito proprio il procuratore Rokita: lei lo ha denunciato per abuso di potere. E per aver causato "gravi danni" alla sua reputazione di medico.

 

Contro il tetto di vetro delle trans in Parlamento

di Tonia Mastrobuoni

Tessa Ganserer 

Ogni tanto qualche collega del Bundestag la insulta ancora, chiamandola con il suo nome di battesimo, il suo deadname, il nome maschile con cui è venuta al mondo. Sono esponenti dell’estrema destra Afd, gli unici che in Germania non si vergognano della loro transfobia e si rifiutano di accettare che Tessa Ganserer abbia deciso di non mentire più. Dopo una vita trascorsa in un corpo sbagliato, un giorno l’esponente dei Verdi si è messa la gonna che da quarant’anni indossava di nascosto, si è tagliata la barba ed è uscita di casa vestita della sua vera identità. All’epoca era deputata al parlamentino regionale di uno dei land più conservatori della Germania, la Baviera, e ci confessò che era stata travolta da un’ondata di affetto e solidarietà che non si aspettava. Ma è stato anche un periodo difficile: Ganserer è sposata e ha due figli. E sua moglie non l’ha mai abbandonata in questo doloroso percorso: è a lei che Tessa aveva già confessato anni fa di sentirsi una donna. Nel 2021 l’attivista lgbtq+ si è candidata alle elezioni per il rinnovo del Bundestag con i Verdi. È stata eletta: prima parlamentare transgender della storia. Un traguardo enorme per la comunità lgbtq+. E per la civiltà, non solo tedesca: la transfobia si è spostata al centro delle battaglie dell’estrema destra in tutto il mondo. E la storia di Tessa insegna che va sconfitta anche moltiplicando la presenza delle persone transgender in politica.