Tunisia, la paura dei migranti subsahariani: "Parole razziste dal presidente, ora la polizia ci cerca e crescono le violenze"
di Leonardo Martinelli , di Leonardo MartinelliTUNISI - L’accampamento, un centinaio di migranti subsahariani, si è formato spontaneamente in una stradina del quartiere del Lac, uno dei più esclusivi di Tunisi. Intorno ville bianche con i bodyguard (tanti ricchi del Golfo hanno qui il loro pied-à-terre). O edifici luccicanti, da dove escono giovani impiegati, di call center o società di import-export. Ma in questa casa dall’entrata invalicabile, un cancello dalla griglia fitta, ha sede l’ufficio tunisino dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’agenzia Onu.
La campagna d'odio del presidente Saied
Mohamed Tofana, 17 anni, bivacca qui, per terr…
TUNISI - L’accampamento, un centinaio di migranti subsahariani, si è formato spontaneamente in una stradina del quartiere del Lac, uno dei più esclusivi di Tunisi. Intorno ville bianche con i bodyguard (tanti ricchi del Golfo hanno qui il loro pied-à-terre). O edifici luccicanti, da dove escono giovani impiegati, di call center o società di import-export. Ma in questa casa dall’entrata invalicabile, un cancello dalla griglia fitta, ha sede l’ufficio tunisino dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’agenzia Onu.
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La campagna d'odio del presidente Saied
Mohamed Tofana, 17 anni, bivacca qui, per terra, da due settimane. Vuole tornare nella sua Guinea. Era arrivato in Tunisia cinque mesi fa: “Avevo trovato un lavoro da cameriere in un ristorante, non lontano da qui. Andava tutto bene. Ma poi ci sono state le parole del presidente”. Kais Saied, che sta dando una preoccupante svolta autoritaria alla Tunisia, ha varato “misure urgenti” contro i migranti subsahariani, presenti nel suo Paese (e che nella maggior parte dei casi sperano solo di racimolare le risorse necessarie per pagarsi un passaggio in un barcone direzione Lampedusa). Ha usato parole forti, ha parlato di “orde di migranti clandestini”. E ha fatto riferimento esplicitamente alla teoria della “grande sostituzione”, sposata in Europa dall’estrema destra più becera, come se i migranti subsahariani arrivassero nel suo Paese per sostituirsi alla componente arabo-musulmana della popolazione. L’effetto è stato immediato.
“Il giorno dopo nel palazzo dove vivevo, con tanti altri migranti – continua Mohamed – ha fatto irruzione la polizia. Hanno arrestato alcuni dei miei compagni. Io e altri siamo riusciti a fuggire. Poi siamo rientrati nell’appartamento, ma a quel punto sono arrivati dei giovani tunisini. Erano delinquenti di bassa lega. Ci hanno picchiato e rubato tutto. Io sono fuggito qui. Ho paura”. Natasha, 27 anni, viene dalla Sierra Leone. Era arrivata due mesi fa, dopo un periplo di due settimane attraverso il deserto. Provata, malata alla fine. “Mi stavo riprendendo, per poi trovare un lavoro. Dopo le parole del presidente, giovani delinquenti tunisini sono entrati nell’appartamento dove vivevo. Hanno rubato tutto, anche i materassi”.
Fuga dalla Tunisia
In Tunisia, secondo le cifre ufficiali, vivono 21mila migranti subsahariani, anche se certe stime arrivano fino a 50mila. Negli ultimi giorni, la Costa d’Avorio ha già organizzato voli aerei per riportare in patria 300 dei suoi cittadini, un centinaio per la Guinea, circa 145 per il Mali. Ma ancora altri ne vengono organizzati e non si sa bene fino a quando: la fuga dalla Tunisia continua. Chi non sa cosa fare viene all’Oim e chi non ha più casa resta qui, per strada. I datori di lavoro tunisini o chi affitta appartamenti ai migranti hanno paura, la polizia può fare irruzione da un momento all’altro. Man mano, anche l’agenzia Onu cerca di trovare posti negli alberghi o nei voli aerei per i Paesi di origine di queste persone. Esiste un continuo ricambio nell’accampamento: c’è chi va e chi viene. O chi arriva a chiedere informazioni. Come Donatien Gaultier Sukuri, quarant’anni, della Costa d’Avorio, accompagnato dalla moglie e da figlio di 4 anni.
“I miei amici tunisini mi chiamano David – racconta – Siamo arrivati tre anni fa. Io facevo il cameriere e mia moglie le pulizie a domicilio. Non avevamo problemi. Senza le 'parole del presidente', saremmo rimasti qui. Ma abbiamo entrambi perso il lavoro. Soprattutto abbiamo paura per la nostra sicurezza. Viviamo in un quartiere, Bhar Lazreg, dove la polizia non viene mai, neanche per difenderci. L’altro giorno camminavo per strada e un gruppo di ragazzi, facce da delinquenti, mi hanno picchiato. Sono riuscito a fuggire. Ma i passanti non mi hanno aiutato. Avevano paura. Un po’ li capisco, ma mi ha fatto male”.
"Ha liberato i cani feroci"
“Con le sue parole è come se Saied avesse liberato dei cani feroci e indicato i ladri da braccare”. A parlare è Saadia Mosbah, 63 anni, già hostess della compagnia aerea di bandiera Tunisair. È nera e tunisina. Fa parte della minoranza di colore del Paese, originaria del Sud, l’anticamera del Sahara. Saadia è alla guida di Mnemty, associazione che lotta contro le discriminazioni razziali. Viene ogni giorno qui all’accampamento a portare beni di prima necessità, oggi il latte in polvere per i neonati. Ci tiene a dire che “tutti questi prodotti me li danno altri tunisini, chiedendomi di aiutare i subsahariani”. Dopo le parole del presidente, “ho avuto paura del domani”, dice. Perché, inevitabilmente, le aggressioni razziste stanno colpendo anche i neri tunisini. Pure Saadia ha dovuto subire episodi d’intolleranza negli ultimi giorni, comprese signore distinte che per strada le hanno chiesto: “Quando ritorni a casa tua?”. “Ma io ci sono già a casa mia”, ha risposto lei.
È successo quanto già visto in Europa, quando esponenti di governi di varia natura si sono scatenati contro i migranti e puntualmente le aggressioni quotidiane sono aumentate, i razzisti si sono sentiti giustificati e i migranti sono diventati capri espiatori di altri problemi (qui in Tunisia la crisi economica è gravissima). E poi in questo Paese non esiste un dibattito pubblico sul tema, a parte quello debordante e assurdo sui social. E soprattutto in Tunisia oggi si comincia ad avere molta paura ad andare contro Saied. Ogni giorno, comunque, all’accampamento passa una donna, che chiameremo Fatima. Porta viveri, coperte, pannolini. È un architetto d’interni. Ha il suo ufficio accanto, in questo quartiere di ricchi. Lì sta stoccando tutti i prodotti donati da tunisini che vivono o lavorano nei dintorni. “Facciamo il possibile – dice – ma non cancelleremo mai quello che il nostro Governo ha fatto subire a questa gente”.