Washington frena sulla Cina: "Rivali, non nemici". Ma teme l'escalation
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli , dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - "Noi cerchiamo la competizione strategica con la Cina, non il conflitto". La Casa Bianca ha usato queste parole, per respingere la retorica bellicosa scelta dal ministro degli Esteri della Repubblica popolare Qin Gang, ma in fondo dallo stesso presidente Xi. Resta invece da vedere se Pechino si accontenterà di questa competizione, perché tra il potenziamento sue forze armate; i piani per essere in grado di invadere Taiwan entro il 2025; l'alleanza "senza limiti" con Putin e il possibile invio di armi letali alla Russia da usare contro l'Ucraina; i palloni spia sopra i cieli dell'America; i furti di tecnologia tipo i caccia F35; l'uso delle comunicazioni 5G di Huawei e dei social tipo TikTok come cavalli di Troia; la politica espansiva della "Nuova Via della Seta"; le basi militari costruite sulle isole artificiali del Mar Cinese Meridionale; le pratiche commerciali estranee alle regole del mercato; gli attacch…
NEW YORK - "Noi cerchiamo la competizione strategica con la Cina, non il conflitto". La Casa Bianca ha usato queste parole, per respingere la retorica bellicosa scelta dal ministro degli Esteri della Repubblica popolare Qin Gang, ma in fondo dallo stesso presidente Xi. Resta invece da vedere se Pechino si accontenterà di questa competizione, perché tra il potenziamento sue forze armate; i piani per essere in grado di invadere Taiwan entro il 2025; l'alleanza "senza limiti" con Putin e il possibile invio di armi letali alla Russia da usare contro l'Ucraina; i palloni spia sopra i cieli dell'America; i furti di tecnologia tipo i caccia F35; l'uso delle comunicazioni 5G di Huawei e dei social tipo TikTok come cavalli di Troia; la politica espansiva della "Nuova Via della Seta"; le basi militari costruite sulle isole artificiali del Mar Cinese Meridionale; le pratiche commerciali estranee alle regole del mercato; gli attacchi al sistema democratico e le iniziative per creare una coalizione anti occidentale nel Sud del mondo; e ora le tattiche di influenza digitale e disinformazione copiate al Cremlino, l'impressione è che l'ex "Regno di Mezzo" abbia scelto la via di una sfida imperialista in cui anche lo scontro militare svolge un ruolo.
Già l'affondo di Xi aveva colpito gli Usa, anche se magari era diretto al pubblico domestico, perché in passato quando li criticava evitava di chiamarli per nome, mentre nel discorso dell'altro giorno ha usato una retorica molto simile a quella di Putin per accusare gli americani di ostacolare l'affermazione della Repubblica popolare. Le parole di Qin però sono state anche più gravi, perché ha minacciato apertamente il conflitto, e sono venute dall'ex ambasciatore cinese a Washington che ha una lunga dimestichezza con l'amministrazione, ma fa parte del gruppo dei "lupi" della diplomazia più aggressiva.
Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, ha scelto di non versare benzina sul fuoco acceso da Pechino: "Noi puntiamo alla competizione con la Cina, e puntiamo a vincerla, ma vogliamo assolutamente tenerla a quel livello". Quindi ha chiarito che "la nostra politica One China non è cambiata", ossia gli Usa continuano a non appoggiare l'indipendenza di Taiwan, ma nemmeno accettano che lo status quo possa essere cambiato con la forza. Infine ha ribadito l'avvertimento a non fornire armi letali alla Russia da usare in Ucraina, perché ci sarebbero gravi conseguenze non specificate, ma nell'ambito delle sanzioni. Anche il nuovo Speaker della Camera McCarthy ha cercato di abbassare le tensioni, dicendo che a differenza della collega Nancy Pelosi non andrà a Taiwan, ma vedrà al presidentessa Tsai Ing-wen in California.
Il sogno dell'era Clinton, quando gli americani speravano che l'ingresso della Cina nella Wto e lo sviluppo ne favorissero una qualche democratizzazione interna, è svanito. Anche Bush e Obama però ritenevano possibile collaborare con Pechino, e improbabile uno scontro militare diretto, mentre la loro attenzione era presa dalle logiche della lotta al terrorismo. L'ascesa al potere di Xi ha cambiato l'intero paradigma, e la dottrina per la sicurezza nazionale di Trump aveva individuato in Cina e Russia le "potenze revisioniste" decise a sovvertire l'ordine mondiale basato sulle regole costruito dagli Usa.
Biden non ha cambiato idea e ha lasciato in vigore le sanzioni imposte dal predecessore, aggiungendo i divieti alle esportazioni di chip e altra tecnologia sensibile di possibile doppio uso militare. È cambiata anche la dottrina del Pentagono, tornato a concentrarsi sulla minaccia dello scontro fra grandi potenze. Il Wall Street Journal però ha pubblicato una lunga inchiesta con cui denuncia che Washington non è pronta a questa sfida, anche se ha portato a 800 miliardi di dollari il bilancio della Difesa, con 140 di investiti nello sviluppo di nuove armi, come i missili ipersonici. La Marina cinese ha più navi e il "Regno di Mezzo" avrebbe un ovvio vantaggio geografico combattendo in Asia.
L'Associated Press ha rivelato che secondo l'intelligence americana Pechino ha pure avviato un programma sul modello di quello russo, per lanciare attacchi digitali e influenzare i processi democratici. Trump però ha già avvertito che non cambierebbe linea, se l'anno prossimo vincesse le presidenziali, perché la sfida geopolitica epocale posta da Xi è uno dei pochi terreni dove a Washington c'è una solida convergenza bipartisan tra democratici e repubblicani.