✕
(reuters)

Ecco che cosa dice la controversa riforma della giustizia israeliana e chi sta protestando

I dettagli del progetto sono stati presentati dal Ministro della Giustizia Yariv Levin solo ai primi di gennaio, suscitando immediatamente critiche asprissime da parte dell’opposizione e la rivolta di vari settori della società civile, compresi reparti di élite della Difesa. I tentativi di mediazione del presidente Herzog
5 minuti di lettura

GERUSALEMME – Per il governo guidato da Benjamin Netanyahu la riforma della giustizia ha rappresentato la priorità assoluta dal momento in cui l’esecutivo si è insediato alla fine di dicembre. Se per il Likud e i suoi partner nell’esecutivo – e in particolare la formazione di estrema destra Partito Sionista Religioso – il tema è stato uno degli argomenti di punta della campagna elettorale, i dettagli del progetto sono stati presentati dal Ministro della Giustizia Yariv Levin solo ai primi di gennaio, suscitando immediatamente critiche asprissime da parte dell’opposizione e da vari settori della società civile. Nelle settimane successive, mentre l’iter di approvazione legislativa è andato avanti spedito, centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per manifestare il loro dissenso. Con la protesta che si è estesa anche ad altre modalità – dal trasferimento dei depositi bancari f…

GERUSALEMME – Per il governo guidato da Benjamin Netanyahu la riforma della giustizia ha rappresentato la priorità assoluta dal momento in cui l’esecutivo si è insediato alla fine di dicembre. Se per il Likud e i suoi partner nell’esecutivo – e in particolare la formazione di estrema destra Partito Sionista Religioso – il tema è stato uno degli argomenti di punta della campagna elettorale, i dettagli del progetto sono stati presentati dal Ministro della Giustizia Yariv Levin solo ai primi di gennaio, suscitando immediatamente critiche asprissime da parte dell’opposizione e da vari settori della società civile. Nelle settimane successive, mentre l’iter di approvazione legislativa è andato avanti spedito, centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per manifestare il loro dissenso. Con la protesta che si è estesa anche ad altre modalità – dal trasferimento dei depositi bancari fuori da Israele portato avanti da alcuni gruppi high-tech alla mancata presentazione per il proprio periodo di addestramento da riservisti da parte di un gruppo di piloti di una prestigiosa unità dell’aviazione.
 

Cosa prevede la riforma

 
Al centro della riforma vi è innanzitutto l’obiettivo di limitare i poteri della Corte Suprema. Israele non ha una Costituzione formale, ma negli anni ha passato un certo numero di leggi dichiarate fondamentali che hanno assunto rango costituzionale e a partire dagli anni Novanta la Corte ha respinto iniziative legislative che ne infrangessero le previsioni, in particolare in materia di diritti fondamentali. I fautori della riforma accusano il tribunale di aver implementato un cambiamento fondamentale nel sistema di governo senza alcun mandato popolare perché questo ruolo della corte non è mai stato formalmente riconosciuto dal Parlamento.
 
Secondo quanto proposto, la Corte non avrà più il potere di esaminare nuove leggi fondamentali o emendamenti a quelle esistenti (compresa la riforma stessa, parte della quale richiede diverse modifiche alla legge dedicata al potere giudiziario).
 
Per le leggi semplici invece la possibilità di annullamento (che oggi richiede la maggioranza semplice dei giudici) rimarrà solo con almeno 12 dei 15 magistrati riuniti in seduta plenaria (inizialmente Levin aveva proposto l’unanimità). Tuttavia, la Knesset potrà ri-promulgare le leggi bocciate, con una semplice maggioranza di 61 deputati su 120.
 
Un altro punto essenziale della riforma prospettata è la modifica delle modalità di nomina dei giudici, cambiando la composizione della commissione incaricata di selezionarli (sia per la Corte suprema che per i tribunali inferiori). Se attualmente la commissione è composta da nove membri – avvocati, giudici, e una minoranza di politici - in futuro dovrebbe passare a 11 membri, sette dei quali parte o nominati direttamente dall’esecutivo
 
In futuro inoltre i magistrati della Corte Suprema non potranno usare il criterio di “ragionevolezza” per annullare atti amministrativi e decisioni delle autorità locali e nazionali, un criterio che chi sostiene la riforma ritiene sia usato in modo eccessivamente soggettivo perché non basato su una precisa definizione legislativa.
 
Infine ai ministri dovrebbe essere consentito di nominare i propri consulenti legali, invece di utilizzare i professionisti indipendenti impiegati dal Ministero della Giustizia – che spesso non appoggiano quanto proposto dai politici.
 
Diversi elementi della riforma, che non è contenuta in un’unica legge, ma in vari decreti separati, sono già stati approvati in prima lettura dalla Knesset e tornati per la discussione in Commissione Affari Costituzionali e Legislativi, dove dovranno essere riapprovati per poi essere votati di nuovo in seduta plenaria una seconda e una terza volta. Il governo punta a concludere l’intero iter nel giro di poche settimane, prima della pausa legislativa in occasione di Pesach, la Pasqua ebraica.
 
Netanyahu e i suoi ministri sottolineano come da anni in Israele si parli della necessità di riformare la giustizia e ridefinire i poteri della Corte Suprema, una necessità riconosciuta anche da molti dei politici che oggi denunciano l’operato del governo.
 
E tuttavia opposizione e altri membri della società civile hanno sin dall’inizio descritto il progetto dell’esecutivo come un possibile colpo fatale al carattere democratico di Israele.
 

Le voci critiche


 
Sin da quanto Levin ha presentato la riforma, gli esponenti dell’opposizione, a partire dal predecessore di Netanyahu Yair Lapid, leader di Yesh Atid, hanno descritto il progetto come una gravissima minaccia alla democrazia.
 
“Quello che stanno facendo qui oggi – stanno creando una situazione in cui il governo controlla tutto. Questa non è democrazia,” le parole di Lapid in un’intervista al Canale 13.
 
Fortissimo e senza precedenti anche il monito della Presidente della Corte Suprema Esther Hayut. “Si tratta un attacco smodato al sistema giudiziario, come se rappresentasse un nemico che deve essere attaccato e sottomesso,” ha detto il magistrato, aggiungendo che se la riforma venisse attuata “il 75° anniversario dell'indipendenza di Israele (a maggio ndr) sarà ricordato come l'anno in cui l'identità democratica del Paese ha subito un colpo fatale. Per Hayut infatti, il nuovo sistema consentirebbe alla maggioranza parlamentare di “calpestare i diritti umani di ogni singolo individuo nella società israeliana” senza alcun controllo.
 
 

Le proteste di piazza


 
Contro il governo e la riforma della giustizia nelle ultime settimane sono scese in piazza decine e talvolta centinaia di migliaia di israeliani, a Tel Aviv, Gerusalemme e in tutto il paese, ogni sabato sera e talvolta anche durante la settimana.
 
Se le proteste sono rimaste in generale pacifiche, negli ultimi giorni il livello dello scontro con le forze dell’ordine si è alzato, con la polizia accusata di usare eccessiva violenza contro i manifestanti per impedire loro di bloccare le strade principali di Tel Aviv e altre città del paese.
 
La settimana scorsa, durante quella che è stata chiamata la “giornata del disturbo”, undici manifestanti sono rimasti feriti, con Netanyahu e altri membri del governo che hanno accusato coloro che sono scesi in piazza di essere degli “anarchici” contro cui usare tolleranza zero.
 
Una nuova giornata di “resistenza alla dittatura” è prevista per oggi, con gli organizzatori della manifestazione che tentano di impedire l’accesso all’aeroporto, anche per disturbare il viaggio di Netanyahu verso Roma.
 
 


La rivolta dell’high-tech e dei riservisti
 


L’opposizione alla riforma della giustizia è sbarcata anche in settori che in modo assai diverso sono considerati simboli di Israele, l’high-tech e l’esercito.
 
L’high tech è un elemento fondamentale dell’economia israeliana, e impiega circa il 10% dei lavoratori del paese, con stipendi nettamente più alti della media.
 
I dipendenti di start up e colossi tecnologici hanno spesso organizzato sit-in per far sentire la loro voce, ma ancora più significativo è stato l’annuncio di diversi gruppi della decisione di spostare somme significative dei propri depositi bancari fuori dal paese.
 
"A seguito delle dichiarazioni del primo ministro Benjamin Netanyahu secondo cui si è detto determinato ad approvare riforme che danneggeranno la democrazia e l'economia, a Papaya Global abbiamo preso la decisione commerciale di ritirare tutti i fondi della società da Israele", ha dichiarato a fine gennaio la co-fondatrice e CEO della società Eynat Guez. 
 
“In base a ciò che è emerso dalle proposte, non c'è certezza di poter condurre attività economiche internazionali da Israele,” ha aggiunto, definendo la scelta “un passo doloroso ma necessario".
 
Mentre ha suscitato scalpore una lettera di 37 su 40 piloti riservisti della squadriglia 69, una delle più importanti dell’aviazione israeliana, in cui hanno annunciato che non si presenteranno alla prima giornata del periodo di addestramento a cui sono stati richiamati che era prevista per ieri.
 
Un annuncio che ha concretizzato la possibilità, già discussa da settimane, che l’obiezione di coscienza dei riservisti potesse diventare un nuovo strumento di protesta contro la riforma.
 
 


Il tentativo di compromesso

 
In una società sempre più spaccata, un tentativo di compromesso è portato avanti dal Presidente di Israele Isaac Herzog.
 
Con una mossa inconsueta a sottolineare la gravità della situazione, Herzog infatti a metà febbraio ha pronunciato un discorso alla nazione rivolgendosi a maggioranza e opposizione per abbassare i toni e ritrovare la via del dialogo, presentando un suo progetto di riforma come base di discussione tra le diverse parti.
 
Herzog ha suggerito di introdurre formalmente la distinzione tra leggi ordinarie – che continuerebbero a essere soggette alla revisione della Corte, con meccanismi da definire tramite ulteriori trattative - e leggi di rango costituzionale, immuni dalla revisione ma da approvare e modificare a maggioranza qualificata. Il suo piano inoltre prevede di riorganizzare la commissione che nomina i giudici offrendo equa rappresentanza a tutti e tre i poteri dello Stato, e di limitare l’impiego del principio di ragionevolezza senza però eliminarlo del tutto.
 
L’opposizione però per accettare di aprire le trattive con la maggioranza ha chiesto di fermare l’iter legislativo per dare spazio ai negoziati (come suggerito dallo stesso Herzog), una richiesta fermamente rifiutata dal governo, che è andato avanti con l’approvazione delle varie leggi, pur dicendosi sempre pronta a iniziare il dialogo.
 
Per ovviare alla mancanza di negoziati diretti tra le parti, Herzog nel frattempo sta lavorando a formulare una proposta alternativa completa, con il supporto di esperti dal mondo accademico ed esponenti della società civile.
 
"Siamo più vicini che mai alla possibilità di un quadro concordato", ha detto Herzog lunedì. “Ci sono accordi dietro le quinte sulla maggior parte dei punti. Hanno senso e sono ragionevoli.”