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Haiti in balia delle bande armate. Anche Medici senza frontiere getta la spugna

Strade semideserte a Port-au-Prince (ansa)
Il portavoce della Ong umanitaria conferma la chiusura dell'ospedale nella capitale. Omicidi, rapimenti e focolai di colera, disastro umanitario nel Paese caraibico.
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“E’ vero, siamo stati costretti a chiudere”, ci conferma al telefono da Port-au-Prince Alexandre Marcou, portavoce di Medici senza frontiere ad Haiti. “Non ci sono più le condizioni per operare in sicurezza. L’ospedale di Citè Soleil è sempre più spesso sulla linea di tiro delle sparatorie tra gang che si avvicinano pericolosamente. I nostri operatori sanitari e i pazienti sono diventati vittime collaterali di una crisi irreversibile e diffusa”. Ma – aggiunge – “è una chiusura temporanea. Speriamo di poter riaprire quanto prima”. La notizia è un brutto colpo per gli 11,5 milioni di abitanti dell’ex isola degli schiavi. Anche la nota Ong internazionale getta la spugna. Era tra le pochissime ancora presente sull’isola, dove operava da trent’anni. Garantiva cure e sostegno ad oltre 300 mila haitiani. Curava i feriti, distribuiva medicine. Aiutava anche gli ult…

“E’ vero, siamo stati costretti a chiudere”, ci conferma al telefono da Port-au-Prince Alexandre Marcou, portavoce di Medici senza frontiere ad Haiti. “Non ci sono più le condizioni per operare in sicurezza. L’ospedale di Citè Soleil è sempre più spesso sulla linea di tiro delle sparatorie tra gang che si avvicinano pericolosamente. I nostri operatori sanitari e i pazienti sono diventati vittime collaterali di una crisi irreversibile e diffusa”. Ma – aggiunge – “è una chiusura temporanea. Speriamo di poter riaprire quanto prima”. La notizia è un brutto colpo per gli 11,5 milioni di abitanti dell’ex isola degli schiavi. Anche la nota Ong internazionale getta la spugna. Era tra le pochissime ancora presente sull’isola, dove operava da trent’anni. Garantiva cure e sostegno ad oltre 300 mila haitiani. Curava i feriti, distribuiva medicine. Aiutava anche gli ultimi: i dimenticati ridotti a fantasmi.

Dal 7 luglio 2021, quando è stato assassinato l’allora presidente Jovenel Moïse, la situazione già difficile è scivolata in un caos che adesso è un vero inferno. Senza più presidente, con un premier transitorio che ha concluso il suo mandato tre mesi fa, un Parlamento dissolto ma ancora in piedi, elezioni generali rinviate da tre anni, lo stesso assetto istituzionale del Paese traballa sotto i colpi dei più forti. Le gang, sostenute dai ricchi commercianti che si dividono il potere e guidate da ex poliziotti che hanno deciso di saltare il fosso, si sono presto allargate a tutta la capitale. Oggi sono padrone del campo.

Ad Haiti c’è da mesi una guerra civile strisciante. Il corpo di polizia non è più in grado di garantire un minimo di sicurezza. I suoi uomini sono pagati poco e male. Molti vengono catturati, altri uccisi sul posto. Esasperati, a gennaio sono scesi per le strade e hanno dato fuoco a ogni cosa che incontravano sul loro cammino. Hanno circondato l’aeroporto e costretto alla fuga, sotto raffiche di armi automatiche, il premier Ariel Henry che rientrava dal vertice Celac a Buenos Aires. Ma possono fare poco contro le gang che hanno reso impossibile solo spostarsi da un’area all’altra della città.

Due tra le più forti bande di Haiti si sono impossessate del terminal petrolifero di Varreux, dove viene stoccato il carburante essenziale a illuminare le case e a rendere operativi gli ospedali. Qui arrivano anche le merci e gli aiuti umanitari che sono regolarmente sequestrati e poi distribuiti dai criminali a seconda delle loro zone di influenza. La polizia ha tentato più volte di riprenderlo. Ogni volta i miliziani sono tornati e lo hanno riconquistato. Si trova dietro Citè Soleil, che resta isolata dal resto di Port-au-Prince. Gli abitanti di questo poverissima baraccopoli sono così nei fatti prigionieri dei loro aguzzini. Non si conta neanche più il numero delle vittime di sequestri; spesso finiscono con la morte degli ostaggi che non sono in grado di pagare il riscatto. La gente resta tappata in casa. Evita di uscire. Lo fa quando è costretta a comprare qualcosa da mangiare e da bere. Scivola rasente ai muri e cerca di salvare la pelle. Operare in queste condizioni è impossibile.

“La maggioranza delle ong”, racconta Marcou, “ha preso il largo. Non si sentivano sicure. Noi abbiamo resistito perché svolgiamo un ruolo importante. Ci conoscono e ci rispettano. Possiamo ancora girare con i nostri mezzi per raggiungere i quartieri periferici e le località isolate. Ma le battaglie si avvicinano sempre di più alla nostra struttura e la pioggia di proiettili finisce per cadere all’interno mettendo a rischio l’incolumità del personale e degli stessi pazienti. Alcuni sono morti colpiti dai proiettili vaganti appena usciti dall’ospedale”.

Ci sono poi problemi logistici, di approvvigionamento. “La crisi”, sostiene il portavoce Msf ad Haiti, “è multidimensionale. Tutti i settori sono colpiti. Quello sanitario soffre di più. A settembre è riesploso un focolaio di colera mettendo in difficoltà la popolazione già provata da molte privazioni. Manca l’accesso all’acqua potabile, le medicine per contrastare l’infezione scarseggiano. Molti abitanti vivono in quartieri dove non possono seguire terapie anticoleriche o trovare acqua incontaminata. Rischiano continuamente di essere colpiti dai proiettili vaganti. E’ aumentato il numero di civili che arriva nella nostra struttura con ferite da armi da fuoco, gente con ustioni in tutto il corpo, senza considerare le vittime di violenze sessuali. E’ una situazione allarmante, non ha precedenti”.

Sia il premier Henry sia l’Onu hanno lanciato un appello chiedendo l’intervento di Stati stranieri. Sul piano militare e umanitario. Ma è una richiesta che si ripete nel tempo. Con molti tentativi e molti fallimenti. Nessuno, Usa in testa, è disposto a immergersi in una nuova avventura che richiede uomini, mezzi, soldi e rischi. Solo il Canada ha risposto con un aereo spia che volteggia sull’isola per pattugliarla. A migliaia sono fuggiti e puntano sul Messico per raggiungere gli Usa. Lo fa chi ha i soldi e la forza di affrontare un viaggio pieno di insidie.

Il rischio di essere rapiti riguarda anche medici e infermieri. Secondo dati ufficiali, fino ai primi di marzo ne erano stati sequestrati dieci; in tutto il 2022 erano stati venti e due erano stati uccisi. “Purtroppo”, conclude Marcou, “il principale ospedale dell’isola ha dovuto chiudere. Per carenza di personale riparato all’estero oppure bloccato a casa e per la mancanza di carburante che serve a garantire il funzionamento delle sale operatorie e delle macchine. I sintomi di un disastro umanitario sono ormai evidenti. Gli haitiani hanno bisogno di tutto e non hanno niente”.