KIEV - Contro i temibili Kinzhal non c'è niente da fare, se non aspettare il colpo. E così è stato la notte tra mercoledì e giovedì, quando è partito un pesante attacco russo sull'intero territorio dell'Ucraina, che stava giustamente dormendo. "Non abbiamo ancora la capacità di contrastare queste armi", dichiaravano ieri dal Comando delle forze aeree. Così veloci da sfuggire (quasi) ai radar, non intercettabili dalla normale contraerea. E tutti sanno che c'è un solo antidoto al Kinzhal (il "pugnale") ipersonico, ed è il sistema Patriot. Che c'è, ma gli ucraini non hanno ancora finito l'addestramento, bisogna quindi aspettare che concludano e forse allora si tornerà a giocare alla pari.
I danni, notevoli. A Sud, a Nord, nelle regioni di Kharkiv, di Odessa, nella capitale, e a Zaporizhia, dove la centrale nucleare è rimasta senza energia elet…
KIEV - Contro i temibili Kinzhal non c'è niente da fare, se non aspettare il colpo. E così è stato la notte tra mercoledì e giovedì, quando è partito un pesante attacco russo sull'intero territorio dell'Ucraina, che stava giustamente dormendo. "Non abbiamo ancora la capacità di contrastare queste armi", dichiaravano ieri dal Comando delle forze aeree. Così veloci da sfuggire (quasi) ai radar, non intercettabili dalla normale contraerea. E tutti sanno che c'è un solo antidoto al Kinzhal (il "pugnale") ipersonico, ed è il sistema Patriot. Che c'è, ma gli ucraini non hanno ancora finito l'addestramento, bisogna quindi aspettare che concludano e forse allora si tornerà a giocare alla pari.
I danni, notevoli. A Sud, a Nord, nelle regioni di Kharkiv, di Odessa, nella capitale, e a Zaporizhia, dove la centrale nucleare è rimasta senza energia elettrica. A Dnipro, Sumy, Vinnytsia, Leopoli, Zhytomir, Kirovohrad, Ivano-Frankivsk. Gli obiettivi erano le grandi infrastrutture, soprattutto le centrali elettriche, come la numero 5 di Kiev - a carbone - che rifornisce il 20 per cento dell'intera regione. Conseguenze, migliaia di persone al buio e al freddo. E 11 morti, forse saranno di più. Molti feriti, e tutti civili. L'attacco è durato cinque ore, e alla fine della giornata - oltre alla conta tecnica di cosa è stato lanciato, e dove - c'è la certezza che anche questa volta Putin ha mantenuto la promessa fatta lo scorso ottobre. "Distruggeremo le infrastrutture sensibili ucraine", e questo si ripete più o meno una volta al mese, quando i russi ricevono i nuovi carichi di missili appena prodotti, e li usano.
Era l'inizio dell'inverno, la propaganda lanciava da Mosca il messaggio rassicurante al suo popolo: "Ci penserà il generale Gelo, a sistemare gli ucraini", intendendo che non potevano sopravvivere alla stagione più dura. Invece no, ancora una volta un intero Paese si è attrezzato come meglio poteva, e ha tenuto botta, resistendo, adattandosi a una vita quasi ottocentesca. Ieri centinaia di squadre di pronto intervento hanno cominciato a lavorare subito per ripristinare quanto distrutto, ed è vero che molti sono ancora senza luce e gas, ma già oggi tutto dovrebbe tornare in funzione. A Kiev è tornata la luce ovunque, manca ancora il riscaldamento in alcune zone della città.
A ottobre l'attacco era stato imponente, e tutti ricordano molto bene anche quello di gennaio, quando il capo dell'intelligence militare Vadym Skibitsky spiegò perché i russi lanciavano i "fuochi artificiali" (l'ironia è ucraina) a cadenza regolare: "La Russia riesce a produrre 30 unità di missili X101 e 15 Kalibr ogni mese, quindi hanno appena sparato la produzione di un mese". E sui missili ipersonici, i russi tendevano al risparmio, perché alcuni componenti erano difficili da trovare. Ma li hanno trovati, e questa volta hanno lanciato ben sei Kinzhal, oltre a tutto quanto avevano pronto: Kh-22, X-31, X-59, gli S-300... In tutto, 81 missili, dal mar Nero, dal mare d'Azov, dal mar Caspio.
E dopo gennaio, il 10 febbraio piombarono in Ucraina 71 missili (più i droni kamikaze Shakhed), e ci fu il grande allarme della Romania e della Moldavia, che se ne videro passare un paio sulla testa. Perciò questo ultimo attacco era quasi prevedibile, giorno più, giorno meno. Un altro conto è riuscire a vedere per tempo lanci e traiettorie, intercettare, neutralizzare. E le tecniche si affinano: la scorsa notte sono stati lanciati molti "bolvanki", che significa pupazzi: falsi missili, sparati non tanto per distrarre le batterie di contraerea, quanto per individuarne i radar. Senza radar, la contraerea è cieca, quando si parla di "infrastrutture sensibili" bisogna metterci dentro questi per primi, oltre ai gasdotti e alle centrali del riscaldamento e a tutti gli altri obiettivi. "L'attacco deliberato contro i civili e la rete energetica è un crimine di guerra", ha detto ieri Ursula von der Leyen, che aveva appena parlato con il presidente Zelensky. Nessuno può ignorare che tra un mese tutto questo si ripeterà, salvo sorprese.