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Terzo mandato per Xi Jinping. La rielezione del presidente vista dalla Sala del Popolo

(afp)
E' la prima volta dal dopo-Mao. La votazione: duemilanovecentocinquantadue favorevoli, zero astenuti e zero contrari
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PECHINO - Alle nove e quaranta la stampa viene gentilmente invitata a lasciare l’aula. Nella Grande Sala del Popolo su Piazza Tiananmen i commessi hanno appena distribuito ai quasi tremila delegati dell’Assemblea Nazionale le cartelline rosse per votare. Lontani da telecamere, macchine fotografiche e taccuini. Otto minuti più tardi si può rientrare. Ma si dovrà osservare in religioso silenzio per un’altra ora la sfilata dei grandi del Partito che vanno a depositare le schede nell’urna rossa al centro del palco per attendere un verdetto sul quale non c’è nessuna suspense. Ma la Cina comunista, si sa, ha le proprie liturgie da rispettare. Non un voto, ma un gesto politico inequivocabile di deferenza e cieca fedeltà.

Duemilanovecentocinquantadue favorevoli, zero astenuti e zero contrari, come da pronostico e come cinque anni fa: Xi Jinping completa la sua ascesa a leader cinese più potente dai tempi di Mao Zedo…

PECHINO - Alle nove e quaranta la stampa viene gentilmente invitata a lasciare l’aula. Nella Grande Sala del Popolo su Piazza Tiananmen i commessi hanno appena distribuito ai quasi tremila delegati dell’Assemblea Nazionale le cartelline rosse per votare. Lontani da telecamere, macchine fotografiche e taccuini. Otto minuti più tardi si può rientrare. Ma si dovrà osservare in religioso silenzio per un’altra ora la sfilata dei grandi del Partito che vanno a depositare le schede nell’urna rossa al centro del palco per attendere un verdetto sul quale non c’è nessuna suspense. Ma la Cina comunista, si sa, ha le proprie liturgie da rispettare. Non un voto, ma un gesto politico inequivocabile di deferenza e cieca fedeltà.

Duemilanovecentocinquantadue favorevoli, zero astenuti e zero contrari, come da pronostico e come cinque anni fa: Xi Jinping completa la sua ascesa a leader cinese più potente dai tempi di Mao Zedong e diventa per la terza volta consecutiva presidente della Repubblica popolare. Tutti in piedi, applausi lunghissimi. Con lo stesso risultato viene eletto anche al vertice della Commissione militare centrale, capo dell’Esercito popolare di liberazione, il più grande al mondo. Una carica, quella di presidente, largamente cerimoniale: il potere se lo era già assicurato lo scorso ottobre al Congresso del Pcc quando si era aggiudicato - anche qui per la terza volta consecutiva - la poltrona di Segretario generale del Partito comunista. 

Mano sinistra sulla Costituzione e pugno destro chiuso alzato, il nuovo timoniere inizia a tutti gli effetti il suo terzo mandato alla guida del Partito e della Cina, cementando attorno a sé un potere mai visto. Per i prossimi cinque anni. E forse più. Nel 2018 fece infatti cambiare la Costituzione e non c’è più nessun limite ai mandati presidenziali. Come era già emerso al Congresso, non c’è nessun delfino in vista che possa succedergli. "Giuro la mia fedeltà alla Costituzione”, esordisce Xi. “Giuro di salvaguardarne l'autorità, di adempiere ai miei obblighi legali, di essere leale al Paese e al popolo, di impegnarmi ed essere onesto nel mio dovere, di accettare la supervisione del popolo e di lavorare duramente per un grande Paese socialista moderno che sia prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e bello".

Assieme a Xi, all’unanimità dei votanti, viene eletto anche il suo vice, Han Zheng: 68 anni, troppo vecchio per sperare di poter prendere le redini del Paese un domani. A guidare l’organo legislativo e mettere nero su bianco la visione politica del leader sarà invece Zhao Leji, altro fedelissimo.

È rilassato Xi, parla di continuo, gesticola e annuisce con i suoi vicini di banco per più di dieci minuti abbondanti: il futuro premier Li Qiang, altro fedelissimo che domani giurerà come nuovo premier, e Wang Huning, il suo ideologo, la sua eminenza grigia, il “cardinale Richelieu” che sussurra alle orecchie dell’imperatore e che è stato ulteriormente promosso all’ultimo Congresso.

 

I pochi giornalisti stranieri ammessi nel tempio del potere comunista - compreso chi scrive - hanno dovuto mettersi in quarantena dalle 19.30 del giorno precedente in un hotel prestabilito. Partenza alle 6.50, autobus, accredito e via verso Piazza Tiananmen, presidiata ancor più del solito in questi giorni per il grande evento. La banda dell’esercito fa le prove sulla balconata con la Marcia dei volontari (l’inno nazionale) mentre i primi delegati già alle 8 iniziano ad entrare: due grandi display ai lati della sala tengono il conto dei presenti. Quaranta minuti dopo suona la campanella: tutti dentro, come a scuola. Alle 9, puntualissimo, entra Xi, preceduto dal suo nuovo Politburo di uomini a lui più che leali, si accomoda al centro della scena con le ormai consuete due tazze di tè posizionate davanti: tutti gli altri ne hanno soltanto una, ma lui non è “tutti gli altri”. 

Prima dell’elezione del leader ci sono le riforme del Consiglio di Stato (il governo) da approvare: quelle sulla nuova commissione che dovrà supervisionare un sistema finanziario da 60mila miliardi di dollari, la nuova agenzia per la gestione dei dati e la ristrutturazione del Ministero della Scienza e della Tecnologia per arrivare a quell’autosufficienza, in risposta alle restrizioni americane e occidentali, vero mantra del segretario comunista. I delegati girano i fogli bianchi sui loro banchi con su scritto l’ordine del giorno come un sol uomo: talmente coordinati che quel gesto crea una specie di melodia. Un solo contrario, 2951 i favorevoli dice la conta finale. 

Dopo quasi due ore e mezza di messa laica studiata nei minimi dettagli, si può andare in pace. Si ripercorrono a ritroso i lunghi tappeti rossi che adornano le immense sale bianche del Palazzo del Popolo, sulle scalinate all’uscita i delegati arrivati a Pechino da ogni angolo della Cina non si fanno mancare un selfie: i più chiassosi e allegri sono i rappresentanti delle minoranze etniche nei loro costumi tradizionali. 

Il nuovo mandato di Xi e la nomina di fedelissimi alle massime cariche sottolinea il suo totale monopolio del potere politico cinese, eliminando ogni potenziale opposizione al suo programma iper-nazionalistico di trasformare la Cina nel principale rivale politico, militare ed economico degli Stati Uniti e nella principale sfida autoritaria all'ordine mondiale democratico guidato da Washington. Molte e difficili le sfide che si trova davanti però Xi. Deve rilanciare l’economia, fiaccata da tre anni di tolleranza zero contro il Covid, di strette su settori cruciali come l’immobiliare e le Big Tech. Deve affrontare le tensioni con gli Stati Uniti e i suoi alleati, che a inizio settimana ha accusato di attuare strategie per “contenere, accerchiare e reprimere” la sua Cina. Deve dare una direzione al suo rapporto con la Russia. Deve decidere come rimanere in bilico sulla questione ucraina. C’è l’eterna questione Taiwan, sempre più centrale nei piani del presidente. C’è un rapido invecchiamento della popolazione a cui bisogna dare risposte in fretta.