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Alla frontiera con Belgorod ascoltando “Radio Verità”: “Ucraini, passate con noi”

(foto di Brunella Giovara) 
A Kozacha Lopan i soldati di Kiev ridono davanti agli appelli della propaganda nemica. Ma i segni dei sette mesi di occupazione sono rimasti tutti lì. E i cittadini hanno ancora paura
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KOZACHA LOPAN - Una voce tonante arriva da Nord: "Ucraini! Arruolatevi con noi. La patria è una sola, fate un contratto con la Madre Russia". I soldati ridono, "Ah ah, senti questo". Musichetta, poi "Ucraini! sappiamo che la polizia rastrella voi giovani per mandarvi al fronte. Fingete di essere malati, non abbiate paura di farlo". Radio Zhize (Radio Verità) trasmette gli appelli da Belgorod, 50 chilometri in là, l'enorme base militare russa sul confine. E dove sono i russi, adesso? "A 4 chilometri. Nella loro terra, dove li abbiamo mandati a settembre".


Sbinocolando, si può vedere la bandiera bianca e rossa. E cosa fanno, basta guardare la stazione diroccata, colpita da un Grad un mese fa. "Ogni tanto sparano con i mortai. Come ubriachi, senza bersaglio", dice Dmytro. E colpiscono il poco rimasto in piedi, nella zona che da Kharkiv va alla frontiera, chilometri di campi di grano abbandonati, non u…

KOZACHA LOPAN - Una voce tonante arriva da Nord: "Ucraini! Arruolatevi con noi. La patria è una sola, fate un contratto con la Madre Russia". I soldati ridono, "Ah ah, senti questo". Musichetta, poi "Ucraini! sappiamo che la polizia rastrella voi giovani per mandarvi al fronte. Fingete di essere malati, non abbiate paura di farlo". Radio Zhize (Radio Verità) trasmette gli appelli da Belgorod, 50 chilometri in là, l'enorme base militare russa sul confine. E dove sono i russi, adesso? "A 4 chilometri. Nella loro terra, dove li abbiamo mandati a settembre".


Sbinocolando, si può vedere la bandiera bianca e rossa. E cosa fanno, basta guardare la stazione diroccata, colpita da un Grad un mese fa. "Ogni tanto sparano con i mortai. Come ubriachi, senza bersaglio", dice Dmytro. E colpiscono il poco rimasto in piedi, nella zona che da Kharkiv va alla frontiera, chilometri di campi di grano abbandonati, non una casa abitabile, non un vetro intero, pochi anziani attaccati alle rispettive rovine, accampati nelle cantine, le strade sommerse di spazzatura e rottami, macerie. Nessuno è in grado di pulire o aggiustare, o cancellare le Z che marchiavano la nuova proprietà. Quindi piove su questa devastazione, ma i militari vorrebbero la neve perché la fanga nera sporca i fucili.

(foto di Brunella Giovara) 

Per avanzare su Kharkiv, i russi sono entrati proprio da Kozacha Lopan, "il posto dei cosacchi", e anche un bambino sa che i veri cosacchi sono ucraini, non russi. Il 24 febbraio 2022 i tank sferragliavano sulla via maestra, dai camion sono scesi i plotoni che hanno sfondato steccati e porte, cercando gli uomini, tra pianti di donne, urla di bambini. L'occupazione è durata 7 mesi, e questo è quanto i russi lasciano dietro di sé quando si ritirano. Casse vuote di munizioni, le latte di carne prodotte a Kaliningrad, tank inservibili, i solchi profondi dove hanno manovrato. Ora c'è un silenzio perfetto, presidiato dalla 113esima Brigata che ascolta la radio nemica per divertimento. Si sente lo speaker che fa il verso agli americani, in un inglese da caricatura, "il popolo americano non dimentica le offese...", e poi di colpo cambia il tono: "Ucraini! Date informazioni alle forze armate della Madre Russia. Quando tutto finirà vi ricompenseremo molto bene. La pace arriverà più in fretta".

Le spie ci sono, "ma le abbiamo individuate", dice Pavlo. Qualcuno ha parlato con i russi, ma "li abbiamo arrestati". Il resto della brigata è nei fortini nuovissimi, cemento armato sotto uno strato di terra, per centinaia di chilometri la steppa è puntinata dalle postazioni, in una linea di difesa a strati, giù fino a Kharkiv. La campagna ordinata è scomparsa, inselvatichita. Le altissime betulle, falciate dal fuoco incrociato. E nessuno ha raccolto le mele gelate sugli alberi, neanche i russi, che pure hanno razziato tutto il razziabile. I telefoni invece li inchiodavano su un albero, "era proibito averli, se li trovavano, arrestavano i proprietari" proprio qui dietro, si scende una scala e c'è una gabbia "costruita apposta, ci mettevano la gente, interrogavano". Restano pagliericci e coperte marce, odore di miseria, di latrina.

(foto di Brunella Giovara) 

"Siamo vissuti nella paura", che peraltro non è ancora scomparsa, dice Ludmila Prokofevna, 76 anni, un marito anche lui spaventato dall'idea che i russi possano tornare, "per 7 mesi li abbiamo avuti qui con la loro colonna, i tank erano enormi". È stata dura e lo è ancora, senza elettricità e acqua. Nel sotterraneo della stazione c'era la kommandantur, di cui restano due brande, bottiglie vuote di vodka da poco e due vecchi libri sulla scrivania, lo sconosciuto ufficiale non ha avuto il tempo di prenderli: Herzen, Di chi è la colpa?, e Cernysevskij, Che fare?, che in questo contesto sono due belle domande.

(foto di Brunella Giovara) 

E se tornassero? "Ci sono loro a difenderci", dice Lena, mentre vende a Dmytro e Pavlo un salame da portare alla base. Lena gestisce l'unico negozio rimasto, in un container. È rimasta durante l'occupazione con 4 figli, dai 18 mesi a 16 anni, "i russi li volevano mandare in vacanza in Russia, 'dàlli a noi, li mandiamo a Kaluga'...". In sottofondo, Radio Zhize fa la sua propaganda: "Non è Zelensky il padrone dell'Ucraina, ma gli inglesi, gli europei, gli amerikanski...".