“Non ho più rivisto mio figlio”. Dalla Tunisia ora fuggono i giovani della classe media
di Leonardo Martinelli , di Leonardo MartinelliKELIBIA (Tunisia) - Lo stesso mare, piatto. Lo stesso sole che scalda alla fine precoce di un inverno tunisino. Sono passati poco più di due anni. "Era una giornata così", ricorda Samia Jabloun, 54 anni. Siamo a Kelibia, a due ore di auto da Tunisi, quasi sulla punta del Cap Bon. Suo figlio Fedi, un bel ragazzo di appena vent’anni, studente brillante d’informatica e appassionato di calcio, lasciò la casa nel pomeriggio "e mi disse che andava a pescare tutta la notte in barca con gli amici". Come allora anche oggi Pantelleria è un cono bruno piantato all’orizzonte: lì, a portata di mano.
Fedi lo hanno visto l’ultima volta nuotare in mare, cercando di raggiungere gli scogli dell’isola. Non era andato a pescare: voleva fuggire in Italia. Quest’anno, dall’inizio di gennaio, gli arrivi sulle coste italiane di clandestini, subsahariani o tunisini, sono triplicati rispetto allo stesso periodo de…
KELIBIA (Tunisia) - Lo stesso mare, piatto. Lo stesso sole che scalda alla fine precoce di un inverno tunisino. Sono passati poco più di due anni. "Era una giornata così", ricorda Samia Jabloun, 54 anni. Siamo a Kelibia, a due ore di auto da Tunisi, quasi sulla punta del Cap Bon. Suo figlio Fedi, un bel ragazzo di appena vent’anni, studente brillante d’informatica e appassionato di calcio, lasciò la casa nel pomeriggio "e mi disse che andava a pescare tutta la notte in barca con gli amici". Come allora anche oggi Pantelleria è un cono bruno piantato all’orizzonte: lì, a portata di mano.
Fedi lo hanno visto l’ultima volta nuotare in mare, cercando di raggiungere gli scogli dell’isola. Non era andato a pescare: voleva fuggire in Italia. Quest’anno, dall’inizio di gennaio, gli arrivi sulle coste italiane di clandestini, subsahariani o tunisini, sono triplicati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso o del 2021. E se prima a emigrare illegalmente dalla Tunisia erano i poveri e i poverissimi, adesso anche in tanti come il figlio di due persone miti, colte e senza problemi finanziari quali Samia, professoressa di storia e geografia alle medie, e di Habib, il marito, maestro elementare in pensione, si buttano nella corsa. Una folle corsa.
Samia, che ricordo ha di Fedi quel 15 febbraio 2021?
"Lo vedevo irrequieto, strano. Non immaginavo cosa stesse facendo. Partì in mare con i due cugini, Anis e Bassem, che sono pescatori e più grandi di lui, sulla quarantina. La mattina dopo non ritornò. Rientrarono invece Anis e Bassem, che in realtà avevano organizzato un viaggio con altri da portare a Pantelleria".
Erano degli scafisti…
"Avevano già fatto varie andate e ritorno. Avevo visto personale della guardia costiera tunisina venire a casa loro dopo uno dei viaggi. Sono convinta che si facessero pagare per non controllare quell’andirivieni. Ma l’ho capito solo dopo. Sono convinta che Fedi abbia dato loro dei soldi: aveva venduto la sua moto il giorno prima".
Ha avuto notizie di suo figlio?
"Yassine, un altro giovane che aveva partecipato al viaggio, mi mandò un messaggio sul telefonino. Li avevano lasciati in mare non lontano da Pantelleria, i due cugini di Fedi non volevano avvicinarsi di più. Yassine vide Fedi nuotare davanti a lui ma a un certo momento lo perse di vista".
Lei è rassegnata?
"No, voglio la verità. Ho chiesto al ministero degli Esteri tunisino di aiutarmi a ritrovare Fedi, vivo o morto, ma non hanno fatto nulla. Poi, con l’aiuto di una Ong, con altre esponenti dell’Associazione tunisina delle madri dei migranti scomparsi, sono andata in Italia, a Palermo e Lampedusa. Lì ho incontrato degli avvocati, hanno preso il mio Dna, ma non hanno ancora trovato niente".
Non si è fermata qui…
"No, io e mio marito abbiamo denunciato i due cugini di Fedi. Non è stato facile, fanno parte della nostra famiglia. E gli scafisti qui non li denuncia nessuno. Ma era necessario. Sono in carcere da due anni. Il processo sta per iniziare".
A Kelibia vi hanno criticato?
"No, abbiamo tanta solidarietà. Gli amici di Fedi vengono spesso a casa. Hanno disegnato un murale con il suo viso sorridente davanti alla spiaggia da dove è partito: ci vado spesso. Hanno anche fabbricato magliette con il volto di Fedi e la scritta in italiano: 'Dove sei?'. Le indosso durante le manifestazioni con le madri di migranti scomparsi".
Gli amici di Fedi vogliono partire per andare in Italia?
"Quando ne vengo a conoscenza, chiamo subito la madre o la polizia".
Vista la crisi economica e sociale della Tunisia, le sembra inevitabile la fuga sui barconi?
"No, assolutamente. Mio figlio aveva tutto: io e Habib non capiamo ancora oggi perché l’abbia fatto. E l’emigrazione clandestina non ha giustificazioni qualsiasi siano le condizioni del mio Paese e qualsiasi siano quelle di chi parte. Non si può prendere un barcone e morire in mare. Tanto meno può farlo una madre con suo figlio in braccio. Non lo accetterò mai".